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-> Intervista al regista
Kim Ki
Duk

Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera

 
di Barbara Sorrentini
Per la prima volta arriva nelle sale un film di Kim Ki Duk. Fino ad ora i suoi lavori si potevano vedere soltanto ai festival o in qualche volenterosa rassegna, eppure Kim Ki Duk produce quasi un film all’anno e ce n’è già pronto uno nuovo “La Samaritana”, che ha come protagonista una prostituta.
Coreano, ex operaio ed ex pittore Kim Ki Duk fa un cinema che risente sia dell’estetica pittorica che della cruda realtà della fabbrica. Nel 1999 aveva scioccato il pubblico del Festival di Venezia con il suo film “L’Isola”, che mostrava i suoi protagonisti nel mezzo di un’isola fotografata in maniera paradisiaca intenti a praticare tra di loro violenze a sfondo sessuale, con tanto di ami da pesca conficcati qua e là. Ma tutto questo non era gratuito, anzi aveva un senso ben preciso per un regista che ha vissuto la sua infanzia nei pressi di una base americana ai tempi della guerra in Corea, il giovane Kim aveva visto da vicino la violenza senza pietà esercitata tra uomini. E’ per questo motivo che nel 2001 dedicherà un film a questo tema, “Indirizzo Sconosciuto”, ambientato in una base USA e intriso di crudeltà.
“Primavera, estate, autunno, inverno…e ancora primavera” è il suo penultimo film e si svolge interamente su un eremo galleggiante in mezzo ad un laghetto contornato da boschi, ruscelli e cascate. Una specie di paradiso terrestre, o Samsara, visto che si tratta di monaci buddisti. In questo luogo si svolge l’educazione alla vita di un bambino assistito da un saggio monaco anziano, di poche parole ma capace di grandi azioni dimostrative (una per tutte la lezione contro la violenza sugli animaletti marini). La crescita del bambino che diventa giovane, ragazzo e poi uomo si sviluppa con il susseguirsi delle stagioni, dei cambiamenti climatici, d’umore e di stati d’animo. A questi cicli si uniscono le differenti esperienze: positive, negative o dolorose, ma sempre molto umane. Accompagnate dalle più svariate emozioni, ma agli occhi del monaco anziano ancora ben lontane dalla saggezza, dalla tranquillità e dalla pace dei sensi.
Il film ha una costruzione quasi teatrale, ripetitiva nell’apparizione di ogni nuova stagione (con due grandi porte laccate che si aprono sulla scena). Kim Ki Duk filma la natura tentando di estrapolarne l’essenza, cercando di trasmettere un senso di calma attraverso il paesaggio e di ansia di fronte all’uomo. In questo film c’è un cambio di direzione, il regista coreano abbandona l’immagine delle azioni crudeli per indirizzarsi verso una pace interiore e alla visione della violenza sostituisce l’ascesi e la saggezza.
 

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