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Passato e presente dell'Archivio Audiovisivo del movimento operaio e democratico

intervista con Ansano Giannarelli*
di Barbara Sorrentini
Qual è la storia, il passato dell’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico e come funziona oggi?
Nel 1979 un gruppo di persone che collaborava con autori e registi dell’Unitelefilm, una società di produzione collegata sostanzialmente con il P.C.I. e in parte con i sindacati (F.L.M. e C.G.I.L.), pensò che tutto il materiale che era stato raccolto nel corso di molti anni sulle lotte operaie in Italia, su eventi politici e sociali, ma anche tutto quello che era arrivato dai Paesi dell’Est, dal Vietnam, dai movimenti di liberazione africani e che si era conservato fino ad allora, era un patrimonio eccezionale di tipo filmico che rappresentava in un certo senso il punto di vista per l’Italia delle classi subalterne e per il mondo dei movimenti di liberazione, delle lotte per l’indipendenza o dei famosi paesi dell’Est. Il grosso rischio era, com’era già successo in precedenza, che i documenti cartacei e filmici delle varie espressioni dei movimenti operai potessero andare dispersi. Anche perché i problemi della conservazione dei materiali filmici e audiovisivi, che allora erano solamente in pellicola, sono particolarmente complessi, esigono procedure, interventi e cure; quindi fu decisa la costituzione di un’associazione che si chiamò Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico, anche se i nomi sono stati modificati nel corso del tempo, ma la sostanza era questa. L’associazione nacque in completa autonomia, anche rispetto al suo referente maggiore di allora che era il P.C.I. che fece una donazione di materiali che rientravano nella sua competenza e proprietà.

Zavattini è arrivato fin dall’inizio?
Fin dall’inizio il presidente dell’archivio fu una persona che ha avuto un’influenza decisiva sulla sua configurazione, era appunto Zavattini e fra i promotori c’erano personaggi del cinema come Scola, Giraldi, Gregoretti, Maselli; c’erano personaggi della politica come Ingrao, personaggi della scienza come Carlo Bernardini, erano una serie di intellettuali tra i quali Zavattini ha dato l’impronta più forte e grazie a lui e ad una felice coincidenza con la presidenza di Sandro Pertini, qualche anno dopo questa associazione privata fu riconosciuta dallo Stato come fondazione. Questo cambiamento ha assicurato autonomia e indipendenza alla struttura che nel corso del tempo è riuscita a svilupparsi nella direzione che avevamo concordato fin dall’inizio con Zavattini; cioè che questi materiali d’archivio non dovevano essere materiali da conservare in un cassetto, ma bisognava farli circolare, farli conoscere e anche riutilizzarli, trasformarli, farne altri prodotti integrandoli con altri materiali in modo che fossero presenti nella contemporaneità. Siamo riusciti a fare questo anche con grandi difficoltà e modi diversi a seconda degli anni e dei periodi.

Quali erano le tematiche che vi interessavano di più e su cui avete continuato a lavorare?
Abbiamo continuato a svolgere attività di documentazione sui temi che più interessavano a un archivio come questo, quindi il tema del lavoro che è uno dei temi centrali su cui stiamo concentrando tutte le energie. Lotte, ma anche il lavoro come documentazione dei processi produttivi, di come si lavora, dei nuovi lavori, i vecchi mestieri e le nuove professionalità; quindi tutto ciò che riguarda i diritti del lavoro e i processi produttivi. Oggi, tra l’altro, ci troviamo anche di fronte ad una sfida linguistica rispetto al mezzo, perché è più forte l’elemento culturale rispetto ad una volta.

Tutto questo materiale che hai descritto è ancora conservato in Archivio?
Sì, c’è ancora tutto e su questo materiale abbiamo cominciato ad effettuare lavori di duplicazione per assicurarne una conservazione che ne consentisse anche un utilizzo e una visione più pratica. Stiamo trasferendo le immagini dai supporti in pellicola a quelli in digitale per poter lavorare con le nuove tecnologie, che in realtà abbiamo cominciato ad utilizzare da quando sono arrivate, soprattutto in questi ultimi tempi, quando c’è stata un’esplosione che avrebbe reso felice Zavattini, perché era quello che lui voleva. Lui sognava migliaia di piccole macchine che documentassero in modo più democratico, partendo dalla base e non facendo intervenire gli apparati.

Una delle iniziative collettive di Zavattini fu quella di un film per la pace. Qual’era il contesto in cui era nato il suo appello?
Tra i materiali che noi abbiamo conservato fin dall’inizio c’erano due tipologie di materiale, di Zavattini. Mi riferisco infatti a quella sua idea, che nasce nel 1963 in occasione della crisi dei missili di Cuba e che aveva dato luogo a quello che lui chiamò il cinegiornale della pace e che poi in seguito nel ’68 continuò con i cinegiornali liberi. Questi materiali che noi abbiamo particolarmente curato, sia come conservazione che come restauro li abbiamo diffusi in molteplici occasioni, per far conoscere questa ipotesi di informazione che Zavattini immaginava intorno ai temi della pace e più in generale sulla condizione umana.

Puoi fare qualche esempio, di alcune immagini o situazioni che avevate filmato?
Abbiamo delle marce della pace degli anni ’60 con Danilo Dolci, abbiamo un bellissimo film di Dolci e Zavattini su Hiroshima e i campi di sterminio, abbiamo un immenso patrimonio di immagini legato alle epoche e a tutti i focolai di guerra nel mondo.

E oggi in che modo state continuando questo lavoro?
Manteniamo il binomio lavoro e pace come due linee fondamentali di attività di intervento e di sviluppo dell’archivio
.
Uno dei problemi di oggi, ma anche di allora, è quello della visibilità di questi lavori. I distributori e le televisioni non vi sono mai state molto d’aiuto, oggi come allora…
No!

…come vivevate la condizione di invisibilità?

Allora esisteva una rete organizzata da una serie di forze politiche e associative, come quelle che il P.C.I. aveva messo su nelle case del popolo e nelle sezioni o quelle dell’ARCI, quindi i luoghi di proiezione erano quelli che esistevano in questo circuito alternativo. Oggi le cose sono un pochino cambiate, nel senso che allora c’era una rigidezza maggiore perché esisteva soltanto la pellicola che richiedeva un apparato tecnico più complicato; oggi invece con l’aiuto delle videocassette abbiamo fatto alcune operazioni di diffusione. Per esempio qualche anno fa con “L’Unità” abbiamo distribuito una serie intitolata “Diario del Novecento”, che ha avuto una diffusione di decine di migliaia di cassette. Oggi tra VHS, DVD, CD Rom e Internet le possibilità di diffusione sono molto più ampie. E poi ci sono le nuove associazioni, i centri sociali, Emergency, fino all’Arci stesso; inoltre stanno cominciando a nascere questi fenomeni delle televisioni indipendenti, come le telestreet, a cui noi siamo molto vicini e da cui siamo anche “corteggiati” per il nostro materiale.

Quindi oggi il problema dell’invisibilità esiste meno, o meglio, la censura è più aggirabile?
Certo, il problema dominante resta, però comincia a presentarsi in un’ottica meno ristretta e soprattutto più ampia come utenza ideologica.

Ansano, davanti ai tuoi occhi sono passate alcune delle immagini più forti e più importanti della storia d’Italia e del ‘900, quali sono quelle che ti sono rimaste più impresse o che reputi più potenti?
Sicuramente alcune delle manifestazioni di massa, delle lotte, anche quelle indietro nel tempo collegate con momenti dolorosi. I funerali di Togliatti e quelli di Berlinguer sono dei materiali che danno ancora molta emozione. La registrazione di Berlinguer che tenta disperatamente e vuole finire il suo discorso è, secondo me, una delle documentazioni che rivela di più la struttura e la tenacia di un essere umano, e voglio dire senza spaventarmi per la parola, di un comunista. Oppure le immagini che ho girato con i compagni di Guido Rossa che descrivono il tema del terrorismo, così come le manifestazioni che ci sono state a Genova; oppure tutto l’autunno caldo è un materiale straordinario. Mi riesce difficile dire quale è meglio di altri, ce n’è tantissimo. E ci sono degli esseri umani e delle collettività che emergono da questi materiali, che noi vorremmo riscoprire in continuazione.

Quali sono invece i cambiamenti, non solo dal punto di vista delle immagini storiche che ti sono passate davanti, ma anche dal punto di vista tecnico e dell’entusiasmo di chi va a fare oggi le riprese?
Questo è un discorso ancora più complesso. Perché nel momento in cui si diffonde la possibilità di documentare, con l’entusiasmo per l’utilizzo delle tele-camerine in digitale emergono anche le difficoltà e l’incapacità di usare il mezzo. Se ci fosse Zavattini in mezzo ad un’assemblea di giovani direbbe: “Benissimo, finalmente la macchina da presa non è più uno strumento di pochi per tanti, ma è diventata uno strumento di tanti per tanti e questo è un salto qualitativo straordinario, adesso però senza gloriarcene troppo, impariamo ad usarla.” Anche perché, purtroppo, su questo c’è stata un’esperienza di acculturazione attraverso i modelli televisivi, che ha comportato tanti danni.

Dal punto di vista dell’apprendimento la diffusione delle tele-camerine ha reso più difficile il controllo?
Tutto il discorso della formazione si ripresenta con una necessità molto forte, una volta era una formazione per pochi, c’era solo il Centro Sperimentale di Roma. Ora stanno fiorendo tutta una serie di iniziative nelle scuole, ma il discorso di impadronirsi del valore e del senso dell’immagine, del modo, del rispetto nell’uso dell’immagine quando si sta di fronte alle persone; c’è tutta una serie di aspetti che vanno riproposti come valori, perché sono stati un po’ maltrattati dai modelli televisivi.

Parallelamente a questa immensa raccolta, c’era anche la tua attività da regista. Recentemente c’è stata la possibilità di rivedere, o di vedere, il tuo film “Non ho tempo”, che ha avuto dei seri problemi con la Rai, la committente di questo sceneggiato e che poi non l’ha mandato in onda…
Sicuramente “Non ho tempo” ha rappresentato un episodio un po’ singolare nella mia vita e che mi ha segnato, perchè mi ha messo in una luce di personaggio un po’ pericoloso rispetto agli apparati, in questo caso televisivi, e quindi ha sicuramente inciso sulla quantità di lavoro che ho fatto. Io appartengo a quella rara categoria di persone che non ha mai pensato che ci fosse una gerarchia di valori nei film, per cui considero film sia una cosa di 5 minuti che una di due ore. Per fortuna non ho mai avuto la mitologia del lungometraggio e quando l’anno scorso ho rifatto una cosa su Zavattini di mezz’ora, utilizzando materiali d’archivio, ho provato la stessa felicità di quando ho realizzato “Non ho tempo”.

* Presidente dell'AAMOD
 

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