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Bowling for Columbine
di Barbara Sorrentini

Nel 1989 usciva “Roger & me” di Michael Moore. Era un film documentario sui licenziamenti della General Motors a Flinth, in Michigan, in cui Michael Moore interrogava Roger Smith (il presidente della GM) sul motivo di tanta gente lasciata a casa senza lavoro. A rivederlo oggi fa venire i brividi: 13 anni dopo in Italia accade la stessa cosa. Ora M. Moore arriva con un nuovo film “Bowling for Columbine”, premiato a Cannes, sull’utilizzo sfrenato e ossessivo delle armi negli States e sul clima di terrore che governo e media instaurano ogni giorno sulla gente che si sente autorizzata, anzi costretta, a difendersi. Anche in questo film il regista utilizza la formula del documentario-inchiesta facendo uso di un’ironia pungente, forte e più potente di qualsiasi altra arma; se non fosse che la seconda uccide. “Bowling for Columbine” è stato prodotto da Kathleen Glynn, la moglie di Moore, e che aveva già contribuito alla realizzazione degli altri suoi film: “Roger & Me”, “Canadian Bacon” e “The big one”.
Lo spunto di partenza del film è quello della strage nel liceo di Columbine dove 12 studenti e un insegnante morirono per i proiettili impazziti sparati da due studenti della scuola. Il titolo si riferisce al fatto che i due ragazzi, prima di imbracciare fucili e pistole, erano andati a giocare a bowling; e in un momento del film due ragazzine spiegano che il bowling è quasi diventato una materia scolastica.
Una parte di “Bowling for Columbine” è dedicata alle interviste su questa tragedia, ricostruendone la dinamica attraverso alcune immagini girate dalle telecamere a circuito chiuso e attraverso le testimonianze di due ragazzi sopravvissuti con gravi handicap. Oltre a queste descrizioni ci sono le interviste agli americani, di altre zone e contee, che dormono davvero con la pistola sotto il cuscino e che fanno ricorso al 2° Emendamento della Costituzione Americana, quello che dice che ogni bianco deve possedere un’arma da fuoco. E poi ci sono le accuse alla National Rifle Association, presieduta da Charlton Heston, che va nelle cittadine (anche a Columbine e ad Oklahoma City dopo i massacri) a promuovere l’utilizzo del fucile, appoggiato dalla lobby delle armi. E ci sono anche le cifre: 11.125 morti all’anno per arma da fuoco e 250milioni di armi vendute.
Il ritratto che ne esce è agghiacciante e molte cose non sono nuove; tra queste la responsabilità degli Stati Uniti sulla politica guerrafondaia internazionale a partire dagli anni ’50: Vietnam, Panama, Cina, Iraq, Cile, ecc, ecc, c’è tutto il mappamondo.
Ma è importante la provenienza di chi dice queste cose e soprattutto il fatto che le indagini gli diano ragione. Il punto di partenze di “Bowling for Columbine” è di chiedersi perché ingenuamente, per poi scoprire che niente di tutto questo accade per caso o per ingenuità. Le storie che Moore raccoglie sono tante e tanti i capitoli apparentemente lontani e differenti uno dall’altro ma tenuti insieme dalla volontà di capire cosa c’è nel cervello di un paese che non è poi così lontano dal nostro.


Intervista a Michael Moore
di Victor Sini

“Teen Sniper School - "Scuola per Baby Cecchini" era il titolo di una serie tv che la censura ha bloccato all’ultimo momento. Di che cosa trattava, perché la serie non è mai andata in onda?
Avevo pensato ad un insegnante di tiro che insegnasse ai bambini di appena due anni di età a usare le armi da fuoco. Il film era ambientato in una scuola dove gli alunni imparavano la maniera migliore per far fuori il capitano della squadra di football oppure a dimenticare la dose quotidiana di anti-depressivi per poter scatenare tutta l'aggressività e cose simili.

Qualche giorno dopo la fine della lavorazione e del montaggio di questa serie, 12 studenti ed un insegnante del liceo di Columbine a Littleton, Colorado, vennero uccisi a colpi di arma da fuoco. E’ per questo che non ti sei arreso?
Volevo fare qualcosa di più grande, volevo parlare più a fondo dell'argomento. Mentre divoravo pagine e pagine di notizie sulla tragedia di Columbine, cominciai a notare alcune coincidenze inaspettate. Eric Harris, uno degli autori del massacro, aveva trascorso parte della sua infanzia in una base dell'aeronautica vicina alla città nella quale ero cresciuto, nel Michigan. E poi c'era Terry Nichols, partner di Timothy McVeigh nell'attentato di Oklahoma City, del 1995, che aveva frequentato la scuola vicina alla mia. E infine, Charlton Heston, il gladiatore della National Rifle Association, che era cresciuto ad un'ora e mezzo di distanza da casa mia. A quel punto ho cominciato ad interessarmi all'esplorazione dell'ambiente culturale nel quale ero cresciuto.
Così ho parlato con Michael Donovan, il comproprietario della Salter Street, già produttore della serie candidata all'Oscar “The Awful Truth” e gli ho detto chiaro e tondo che volevo fare un documentario lungo sulle armi. Non avevo ancora completato la frase e Donovan mi aveva già detto: Voglio farlo. Penserò io a trovare i soldi e lo faremo.

E siete partiti subito con il film?
In quel periodo veramente avevo in testa un progetto su un altro tema scottante, vale a dire la previdenza sociale. Ma poi, mi sono accorto che c'era qualcosa di più urgente, di più grande, di più pericoloso del quale parlare e ho cambiato idea. Columbine e l'ossessione americana per le armi. E' una faccenda che ha implicazioni internazionali perché quello che succedeva con le pistole stava succedendo su vasta scala con i missili e le bombe nucleari. E' tutto frutto di una cultura che reagisce in maniera sproporzionata alla realtà della situazione.

Perché hai scelto la chiave del documentario e delle interviste per il film?
A volte, soprattutto quando si tratta di interviste, è meglio lavorare pensando sempre e solo al presente. Se arrivi ad un'intervista con un ordine del giorno già stabilito alla fine il film risulterà rigido e limitante. Per me la cosa fondamentale è che i film o i documentari seguano il loro corso. Credo che qualcun altro, al posto mio, avrebbe risolto le cose in questa maniera: 'Hey, ragazzi, andiamo un po' in giro per il paese dietro a quei pazzi scatenati e armati e prendiamoli in giro con il nostro film'. Io invece, sono convinto che la gente non vada al cinema per sentire sermoni o prediche su quello che fa. La gente va a vedere un bel film perché ama essere sfidata, messa alla prova ma soprattutto perché vuole divertirsi e passare un po' di tempo. Come si fa allora a divertirli e a metterli di fronte a quesiti seri allo stesso tempo?

Come pensi che verrà accolto negli U.S.A. “Bowling for Columbine”?
Questo film è un documento molto importante e pesante anche perché è stratificato. Chi si accontenterà di restare in superficie lo troverà semplicemente attuale, reale e scioccante ma chi vorrà scendere più in profondità scoprirà tutto un arco di sentimenti e di emozioni fondamentali per la comprensione del film. Mi piacerebbe che il pubblico uscisse dalla sala con sentimenti e sensazioni ben precisi su quello che ha appena visto.

Come ti spieghi la natura dei problemi che tratti nel film?
C'è qualcosa di particolare nel cervello umano. Ci piace avere paura, amiamo i film dell'orrore, la festa di Halloween. Credo che tutto risalga alla preistoria dell'uomo, al nostro istinto primario di lottare e fuggire. Si tratta del desiderio, sempre vivo dentro di noi, di essere continuamente all'erta cosicché, quando sentiamo il pericolo, riusciamo a scappare e a metterci in salvo. Ed è qui che entra in gioco una differenza fondamentale: spaventarsi al cinema è una cosa, essere manipolati dai media, dai programmi di pseudo giornalismo o da un presidente che ti dice che esiste un impero del male pronto a inseguirti su tutta la terra e a schiacciarti è completamente un'altra.

Ma prima dell’11 settembre ’01 l’America non aveva paura di niente?
L'11 settembre ha cambiato radicalmente anche il film. Quel giorno ero a Los Angeles per la consegna degli Emmy, e sono rimasto bloccato in California. Non riuscivo a trovare un volo che mi riportasse a casa, a New York. Alla fine ho deciso di tornare in macchina, attraversando gli Stati Uniti da costa a costa. Era la prima volta che lo facevo e mentre viaggiavo attraverso il mio Paese, tutti quelli che incontravo mi parlavano naturalmente dell'11 settembre. Quel viaggio mi ha fatto toccare da vicino l'angoscia dell'America intera.
Il viaggio da costa a costa, che inizialmente sarebbe dovuto durare solo tre giorni, si è trasformato in un viaggio di meditazione ed analisi sull'America. Mia moglie ed io abbiamo scelto di passare per gli stati del sud e abbiamo attraversato l'Oklahoma, il Texas e il Missouri. Prima dei tragici eventi dell'11 settembre stavamo ancora cercando il vero significato del nostro film. Durante quel viaggio abbiamo avuto la possibilità di parlare con tante persone, di ascoltare quello che avevano da dire al riguardo. La cosa che mi ha stupito maggiormente è stata che in quella prima settimana nessuno aveva voglia di vendetta. Il sentimento dominante era il dolore, profondissimo, seguito da tutta una serie di quesiti: Perché? Chi può aver fatto una cosa del genere? Perché ci odiano così tanto? Che cosa gli abbiamo fatto? Quel viaggio è stato fondamentale, anche a livello personale, e mi ha spinto a rivedere completamente la prospettiva del mio film che da quel momento è stato inserito in una prospettiva più ampia e globale.
Ma se devo proprio essere sincero, avrei potuto fare questo film dieci anni fa, e il risultato sarebbe stato lo stesso, perché in realtà il film non parla del massacro di Columbine o delle armi. In questi dieci anni, l'America non è cambiata da questo punto di vista. Il film parla della nostra cultura della paura e di come questa paura così diffusa conduca inevitabilmente ad atti di violenza, in casa nostra e a livello internazionale.








 
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