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Un restauro per la Pace
di Guido Albonetti
curatore del restauro del cinegiornale della Pace ideato da Cesare Zavattini

Il restauro di un film è sempre un’esperienza emozionante. E’ come intraprendere un viaggio nella polvere del tempo tra la folla delle immagini in movimento che attendono di ritrovare la luce dello schermo.
Nel corso del lavoro ci si scontra spesso con una caratteristica particolare del film: l’estrema “modificabilità”. La censura, i produttori, i registi ed anche i restauratori, infatti, possono intervenire modificando l’opera. Al punto che ognuno, con le proprie motivazioni, arriva a creare “tanti film diversi”, mettendo in crisi lo stesso concetto filologico di ”originalità”. Ogni copia, modificata consapevolmente è, a suo modo, un originale. E’ sicuramente “autentica” in quanto testimone di una volontà legata al suo momento storico. Per questo è indispensabile un accurato lavoro di ricerca e analisi documentaria, in una visione dinamica del rapporto che sussiste tra filologia e storia.
Il “Cinegiornale della pace” appartiene, a pieno titolo, a quelle opere filmiche cosiddette “corrotte” più dalla mano dell’uomo che non dall’usura del tempo.
La storia visibile di questo film nasce da un’idea di Cesare Zavattini lanciata il 9 giugno del 1962. dalle pagine di Rinascita. Una proposta per la realizzazione di un film collettivo che affronti uno dei temi più difficili: quello della“pace”.
Erano gli anni della guerra fredda. E, in quel particolare momento, il mondo stava vivendo l’ansia di una imminente guerra nucleare scatenata dalla crisi dei missili a Cuba.
L’idea di Zavattini, dunque, non nasce come una sceneggiatura, ma come un appello ai popoli per rivendicare il diritto ad avere paura. “… Agli artisti, ai cineamatori, ai giovani, in quanto uomini e cittadini, affinché inviino progetti ed adesioni alla redazione del Cinegiornale della Pace che avrà il compito di comporre di volta in volta i singoli numeri montando il materiale nel modo più efficace…”
Di solito i giornali cinematografici sono formati da pezzi brevi. “Anche noi vogliamo stare su questa linea – scrive “Za” - Pezzi da cento, duecento metri. La misura è breve ma, in questo caso, si pensa alla brevità come ad uno dei modi legittimi per assalire il tema da nuovi diversi punti di vista”.
L’Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico, che nel 1979 vide tra i fondatori lo stesso Zavattini, raccolse e conservò gran parte dei materiali relativi al film. Nel 1997, grazie anche ad un contributo della Sovrintendenza ai Beni Archivistici della regione Lazio, diede inizio al restauro del Cinegiornale della pace. L’obiettivo, come sempre, era restituire l’opera nella sua veste originale, sia nel tessuto narrativo che in quello formale. Base di partenza è stata la ricerca del corpus dei documenti cartacei e filmici, per ricostruire, nella sua interezza, la storia del film (ideazione, produzione, distribuzione) e di ogni suo singolo supporto (negativo originale, duplicati, copie positive).
Il negativo originale, nonostante l’età, era ben conservato. Portava con sé i segni del suo tempo ed i limiti del suo formato: Il 16mm. Giunte che tendono ad aprirsi, graffi, qualche riga, ed un inizio di restringimento delle perforazioni, il tipico fenomeno di ritiro che subiscono tutte le pellicole a base di triacetato di cellulosa.
Il successivo confronto della matrice originale con i duplicati conservati in archivio rivelò che ogni copia variava di uno o più elementi.
Un enigma tutto filmico. Il negativo, elemento centrale nella magica stanza degli specchi, era riflesso in tante immagini “difformi”. Le copie apparivano come i multipli distorti di un unico film che non ritrova il filo narrativo anteriore in nessuna di esse, ma che un po’ appartiene a tutte.
Il film, alla sua prima uscita a Roma nel maggio del 1963, non aveva subito tagli di censura né, successivamente, aveva avuto alcun tipo di distribuzione internazionale che giustificasse l’esistenza di edizioni diverse. Perché allora coesistevano tante varianti? Quando furono prodotte?
Bisogna fare un passo indietro, entrare nel clima storico-poltico di quegli anni in Italia e di chi faceva cinema “militante”. Al monopolio dell’informazione cine-televisiva – esisteva un solo canale della tv di Stato e la distribuzione cinematografica era evidentemente legata al potere politico - si contrapponeva, infatti, un circuito d’informazione “alternativo” legato ai partiti e alle associazioni della sinistra. I documentari inchiesta di allora, come il Cinegiornale della Pace, diventavano una sorta di Cnn della “controinformazione”. Occhi critici e politicizzati da contrapporre alle news ufficiali della tv di Stato. Soggetti, perciò, a modifiche e infinite varianti rispetto alle esigenze “di lotta” e propaganda.
Lo storico inglese William Dray scriveva:” Fare storia vuol dire produrre un imaginative reenactment” cioè rimettere in atto sul piano dell’immaginario qualcosa che è andato perduto. Il lavoro di restauro doveva dunque orientarsi sulla ricostruzione del testo filmico prima ancora che sul tessuto formale.
La versione del Cinegiornale della pace proiettata per la prima volta nel 1963 fu assunta, dunque, come archetipo a cui fare riferimento per affrontare il restauro. Può sembrare bizzarro ma questa fase di ricerca presenta molte analogie col metodo stratigrafico definito dall’archeologia contemporanea. Anche il film come ogni prodotto dell’uomo, non è la somma di tanti elementi distinti, ma un insieme organico di segni, sia nobili che materiali. Stabilendo tutte le possibili connessioni tra questi reperti possiamo ricostruire la storia e la vita di qualunque “manufatto”.
La composizione originale del film era introdotta da un appello di Mario Soldati sul diritto ad avere paura, paura della catastrofe nucleare, paura del genocidio. Facevano seguito dieci brani tematici affidati a studiosi, artisti ed intellettuali. La ricostruzione sequenziale dell’impianto narrativo è il risultato del confronto critico di tutti i reperti cartacei ritrovati. Uno, in particolare, è stato assunto come documento determinante: la trascrizione dei testi delle interviste e delle voci narranti.
Le varianti successive, tutte più brevi, appartengono al carattere di informazione militante del film. Infatti in alcune copie mancano due brani:“ Konrad Adenauer: biografia di un cancelliere” e “L’asse Parigi Bonn: intervista a Jean-Paul Sartre”. Le dimissioni di Adenauer rassegnate il 21 ottobre del 1963, segnano una svolta nella politica della Repubblica federale tedesca. Il Bundestag riafferma la volontà della Germania di costruire l’Europa nello spirito di fedeltà dell’alleanza atlantica.
Venuta meno la preoccupazione di un rinascente militarismo tedesco, “qualcuno” decide, allora, di alleggerire il film. Taglia quei temi che a ragione o a torto riteneva “politicamente” superati. Una ristampa della versione “alleggerita” fu ulteriormente tagliata verso la metà degli anni ’70. Il diritto ad aver paura, rivendicato da Mario Soldati nell’introduzione del film, viene ridotto, escludendo la seconda metà della testimonianza. Forse la fine della guerra in Vietnam aveva “ridotto” la paura della bomba H.
Purtroppo queste riduzioni furono fatte, in parte, anche sul negativo originale. Non furono ritrovati né il taglio all’ introduzione né l’intervista a Jean -Paul Sartre. La ricostruzione fu fatta inserendo un controtipo negativo riprodotto dalle copie che presentavano le migliori condizioni di conservazione.
Così il cinegiornale della pace è tornato. Dieci mesi di lavoro tra ricerche d’archivio e restauro. Una lunga convalescenza necessaria per sanare le ferite inflitte dal tempo e dalla passione per la pace. Ed è tornato con tutta la forza della sua attualità, dell’indignazione di fronte a un mondo ieri diviso in blocchi, oggi globalizzato, in cui la parola pace è sempre più lontana. Cecenia, Kossovo, Afganistan, Palestina:le immagini dei telegiornali, mai come oggi, grondano delle atrocità dei conflitti che insanguinano la terra. ”Se al mondo non c’è la pace, ogni parola sulla pace è una bugia”.Lo scrisse Daniela, una ragazzina di una scuola romana nel corso di un incontro con Cesare Zavattini che tanto tempo dedicò all’universo bambino. Come poteva sfuggire, infatti, allo sceneggiatore di “Bellissima” di “Ladri di biciclette”, de “I bambini ci guardano”, di “Sciuscià” l’importanza dello stupore, della semplicità e dell’infinita curiosità dei piccoli testimoni del mondo degli adulti? “Dando retta ai bimbi – scriveva – ci si dirige verso quel regno dove dire buon giorno vuol dire veramente buon giorno”. Buon giorno, dunque, al Cinegiornale della pace ritrovato.

-> Appello per "Un film sulla Pace"







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