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City of God
il primo film della globalizzazione
di Barbara Sorrentini

Perché un film brasiliano deve uscire in Italia (e nel resto del mondo) con un titolo in inglese?
La Cidade de Deus è una favela alla periferia di Rio de Janeiro, ed è il nome che Fernando Meirelles, ma prima ancora lo scrittore Paulo Lins, hanno dato al film e al libro che ne ha ispirato la storia. Questo film traspone in immagini la realtà di una favela e della gente che ci vive, tratta dal racconto autentico che l’autore ha vissuto e osservato per la maggior parte della sua vita. Paulo Lins nel suo libro descrive in 600 pagine la crescita del crimine organizzato, dagli anni ’60 agli ’80. Nel film l’azione è commentata dalla voce narrante di un solo protagonista, Buscapè, un ragazzino di colore, più timido dei suoi coetanei e che invece di sperare in un futuro da capobanda sogna di fare il fotografo. Tutto ciò che accade nel film è filtrato attraverso i suoi occhi, sviluppandosi in tre epoche differenti. Si parte dalla fine, durante uno scontro tra bande, per ripartire dagli anni ‘60, quando Buscapè era un ragazzino che giocava a pallone con i suoi compagni e nello stesso tempo li osservava mentre rubavano, partecipavano a risse e a scontri con la polizia.
Si passa poi ai ’70, cambiano le atmosfere, tutto diventa più colorato e frenetico, seguendo un ritmo lisergico. I ragazzini sono cresciuti, si dedicano al narcotraffico e dalle botte passano alle prime armi. Buscapè sogna di andarsene dalla maledetta città di Dio. E ce la farà, negli anni ’80, quando riuscirà a procurarsi una macchina fotografica e a pubblicare sul quotidiano di Rio le foto scattate ai suoi ex amici, che continuano ad ammazzarsi tra loro divisi per bande. E’ una bellissima storia, ottima per una sceneggiatura e una spina nel fianco della società brasiliana che il Presidente Lula sta tentando di estrarre. Per realizzare questo film Meirelles ha incluso nella produzione Walter Salles, un altro regista rappresentativo della rinascita del cinema brasiliano (“Central do Brasil”,”Aprile Disperato”) e per più di 8 mesi ha seguito i suoi attori in un laboratorio organizzato per i giovani che vivono nelle favelas. Meirelles che desiderava conoscere e diffondere l’altra faccia del suo paese, ha dovuto chiedere i permessi alle organizzazioni che controllano il narcotraffico per girare nei luoghi autentici della storia; luoghi in cui lo Stato è invisibile, le leggi non esistono e la polizia rappresenta l’unica minaccia. Inoltre, ha raccontato il regista, la sceneggiatura definitiva ha passato anche il vaglio di un capo banda detenuto in un carcere di massima sicurezza, con la raccomandazione di non copiare i film americani e di mostrare la realtà per quella che era. Ma evidentemente Meirelles non ha seguito il consiglio. Il film è diviso in tre parti con tre forme di genere diverse: la prima (anni ’60) segue una narrazione classica, simile al western, la seconda (anni ’70) è più scattante e colorata e la terza monocromatica e discontinua, con panoramiche veloci e un ritmo affannoso. Lo stile riprende quello più sofisticato e originale del cinema americano, da Scorsese a Tarantino, passando per quel cinema indipendente che ha fatto e continua a fare scuola. Ma le due ore e quaranta di film sono girate come un interminabile spot pubblicitario. Lo stesso regista, che proviene da anni di tv e pubblicità, dopo aver girato in pellicola, ha infatti ritoccato le luci e le scene in digitale per poi trasferirle un’altra volta sul supporto originario. La splendida storia, forte e autentica, acquista così tutt’altro significato, trasformando il film in una cartolina esportabile in tutto il mondo che racconta un Brasile privato della sua vera identità.











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