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Crimini di pace
I veleni dell'Enichem
ovvero: come produrre (in tanti) un documentario
di Max Franceschini

E' la solita vecchia storia (1): una grande industria porta l'occupazione in un' area dove l'occupazione non c'è, ma ne approfitta per trasformare quel territorio in un inferno ambientale, mettendo le persone davanti a uno dei ricatti più meschini: volete il lavoro? allora state zitti e tenetevi i veleni in casa. Ma dopo tanti anni, qualcuno finalmente interviene...
E' la solita vecchia storia (2): un autore decide di voler raccontare questa storia "scomoda" denunciando quello che è accaduto, attraverso un documentario, ma naturalmente non trova nessuno disposto a produrlo. Ma tant'è, visto che in Italia non troverà neanche nessuno disposto a trasmetterlo. Ma la coscienza civile non si ferma, ed ecco l'idea di realizzare ugualmente il film attraverso l'azionariato diffuso...

Augusta, Priolo, Melilli. Un polo industriale nato negli anni ’50 in uno degli angoli più belli della Sicilia orientale, intorno allo stabilimento petrolchimico dell'Enichem. Gli arresti recenti di molti dirigenti d’azienda hanno portato alla luce un disastro ambientale praticato sfacciatamente da decenni alla luce del sole. Antonio Bellia, regista siciliano, sta realizzando Crimini di Pace - i veleni dell'Enichem, un film documentario in cui denuncia quanto è accaduto e quanto sta accadendo. La nostra prima domanda è: come sei arrivato ad elaborare un progetto di documentario su questa vicenda?
Il progetto è nato, come spesso capita, abbastanza casualmente. Questa realtà, da siciliano, in parte la conoscevo, ma durante l’incontro con un amico di vecchia data che è proprio di quella zona, di Melilli, è emerso questo argomento. Lui è fra quelli che il dramma di questo disastro ambientale lo subiscono in prima persona, e mi ha dato le prime informazioni, mi ha stimolato a intraprendere delle ricerche, e ho iniziato ad approfondire. Stefano Stefani, (di Atelier distribuzione, produttore anche di Nunca Mais), ha capito l’importanza del progetto, e mi ha sostenuto permettendomi di realizzare i primi sopralluoghi e garantendomi la collaborazione di Aldo di Marcantonio, il direttore della fotografia.

L’arrivo dell’industrializzazione in quell’area è stato accolto con grandi speranze, perché sicuramente portava lavoro e benessere in un’area segnata da una disoccupazione altissima. Ma la contropartita è stata lo scempio del territorio, le malattie. Le persone costrette a rimanere in silenzio, per non perdere il lavoro. Come è potuta venire finalmente alla luce questa drammatica realtà?
Grazie alla legge Ronchi, che persegue i crimini ambientali, si sono potute realizzare indagini e intercettazioni telefoniche - che ho potuto ascoltare e spesso sfacciate e strafottenti - che hanno portato poi all’arresto di alcuni dei massimi dirigenti del petrolchimico. E pensare che quando ci sono stati i primi arresti, immediatamente alcuni esponenti della maggioranza hanno proposto di depenalizzare i reati ambientali…
E’ cresciuta nel tempo la rabbia nella gente, rispetto alle conseguenze che i veleni hanno avuto sulla vita della comunità, sull’ambiente e sulla salute. Si è sempre vissuti sotto il ricatto occupazionale, con la minaccia che, se le persone si fossero opposte a questo stato di cose, sarebbero state licenziate in favore di altre: un ricatto che nel tempo ha perso forza, prima di tutto perché molte aziende dell’area hanno comunque chiuso, e si è passati da 20.000 occupati a non più di 7.000; in secondo luogo, comincia a sentirsi un po’ più di fiducia nella magistratura che nell’ultimo anno ha puntato i piedi e ha compiuto delle indagini a tappeto. Questi due elementi insieme hanno fatto sì che la gente cominciasse a ribellarsi a questo ricatto e all’industrializzazione selvaggia. Un punto interessante è che con le proteste la gente non chiede la chiusura degli stabilimenti. Anche gli ambientalisti sono contrari a eliminare l’industria, ma la battaglia comune è per un’industria pulita. La scienza e la tecnologia permetterebbero di farlo: è solo una questione di volontà.

Hai da poco terminato le riprese; cosa ti ha impressionato maggiormente durante i giorni passati in quella zona?
Le cose più forti da un punto di vista visivo sono l’impatto angosciante che hanno gli impianti. Ti rendi conto che quel luogo ha delle risorse naturali straordinarie: una costa bellissima, un mare che ancora adesso è trasparente – anche se analizzandolo scopri che è pieno di mercurio – e ti accorgi di quanto sia impressionante il contrasto tra la luce e i colori di questa zona con le ciminiere che bruciano continuamente e con i fumi che escono ovunque, che in certi giorni rendono l’aria irrespirabile. L’impatto ambientale è violentissimo. I segni sul territorio sono molto visibili, in alcuni tratti di costa, dove prima c’era il mare ora c’è la terra, una terra fatta di scarichi industriali, di metalli pesanti.
Ho potuto raccogliere la testimonianza di un operaio che ha lavorato 34 anni in quell’industria: è malato e rassegnato a morire, e mi ha portato a vedere alcune aree industriali abbandonate, dove amianto e altri veleni sono lasciati in sacchi aperti e sparsi in capannoni abbandonati, e le ditte responsabili non fanno la bonifica perché dichiarano fallimento. La cosa più sconvolgente è sentire quanta gente si è ammalata, quanta gente ha dei figli malformati, quanta gente aspetta solo che la malattia lo colpisca perché tutti i suoi compagni di lavoro lo sono già stati. Il tempo che ho passato lì per le riprese mi ha fatto venire una profonda rabbia, è inaccettabile che si possano calpestare i diritti umani e l’ambiente in questo modo.

Il tuo documentario però, non lo ha voluto produrre nessuno. E allora tu e Stefano Stefani avete pensato a una formula diversa per realizzarlo, una specie di azionariato diffuso, aprendo un’associazione (l’appello è in fondo all’articolo n.d.r.) allo scopo non solo di raccogliere i fondi necessari, ma anche per dare un segnale preciso…
In Italia oggi è diventato quasi impossibile lavorare con il documentario. Io sono documentarista e vivo di questo ormai da un po’ di anni, e cerco sempre di affrontare tematiche di un certo tipo - “scomode” - e andando avanti ho trovato le porte sempre più chiuse. E’ impossibile oggi riuscire a vendere documentari in Italia, non ci sono spazi, non sai a chi rivolgerti. Con Mediaset ovviamente non c’è neanche da provarci, con la Rai siamo quasi allo stesso livello, e le pochissime cose che fa sono delle produzioni interne, cambiano continuamente i dirigenti, non hai mai dei referenti precisi a cui rivolgerti. L’unica televisione che ha permesso che in Italia il documentario avesse una sua dignità e che ha aiutato la nascita di un gruppo di documentaristi molto validi - parlo di Telepiù - oggi è anch’essa sulle corde. Da quando si è prospettato l’acquisto da parte di Murdock, sono stati tagliati tutti i fondi che prima erano dedicati alle produzioni documentarie.
Nessun produttore investe dei soldi per qualcosa che sa già che non venderà. Con Stefano Stefani abbiamo trovato questa formula, ma è un’idea che già si stava diffondendo nell’ambito del documentario per trovare sbocco all’esigenza fortissima di trovare spazi che non siano strettamente televisivi, alla forte volontà degli autori di realizzare. Non si capisce perché da alcuni anni moltissimi festival abbiano accresciuto enormemente la loro attenzione verso il documentario, permettendo anche il formarsi di un gruppo di autori molto interessante, e nonostante questo le televisioni abbiano chiuso le porte. L’unico mercato aperto è quello estero. La nostra provocazione quindi è: facciamo questo documentario, perché vogliamo dimostrare che non riescono a tapparci la bocca, a impedirci di fare le cose: la gente vuole vedere queste cose e quindi è anche in grado di prodursele, di farle circuitare. Il copyright sarà libero e offerto gratuitamente in modo provocatorio a Mediaset e alla Rai. Ognuno sarà libero di potersi duplicare il film, di scaricarlo da internet, di diffonderlo in ogni modo. In questo momento è tuttora in corso la raccolta, ricevo molti segnali positivi sulla riuscita dell’iniziativa e sono convinto che avrà successo. Mi auguro che funzioni, soprattutto perché spero che tutti possano vedere quello che succede in quell’angolo di Sicilia.

IL TESTO INTEGRALE DELL'APPELLO

COME E PERCHE’ PRODURRE (IN TANTI) UN DOCUMENTARIO…

E’ NATA… SHERWOOD

ANTONIO BELLIA è un giovane film-maker siciliano. A lui si deve il fatto che non sia stata dimenticata la vita e la morte di Peppino Impastato. E’ stato assistente di Marco Tullio Giordana sul set del film “I CENTO PASSI”. Ha realizzato alcuni documentari coraggiosi: l’ultimo, presentato anche al Festival dei Popoli di Firenze dello scorso autunno, era “ORE D’ARIA. STORIA DI SILVIA BARALDINI -> leggi”.
Oggi vuole fare un documentario sull’Enichem in Sicilia e sulle sue vittime.

Crimini di pace - I veleni dell’Enichem
Un film documentario di Antonio Bellia

A Sud-est della Sicilia, in una delle zone più suggestive, nel triangolo tra Melilli Priolo e Augusta si perpetua da anni uno scempio di grande portata. Circa trenta km di costa e una vasta area interna è stata trasformata in un cimitero di ciminiere e una vasta discarica abusiva. Solo trenta anni fa quella zona appariva essere come un piccolo paradiso terrestre dove la gente viveva in parte grazie alla pesca e in parte grazie alla coltivazione della terra. Ma la scoperta del petrolio e l'illusione di un immediato arricchimento e di un folgorante sviluppo industriale dell’area ha fatto si che i proprietari svendessero le proprie terre alla “grande” Enichem e che gli abitanti si trasformassero da contadini o pescatori in operai.
Ben presto però si è presentato il problema dei rifiuti industriali per non parlare dei vari piccoli incidenti che hanno fatto si che grosse quantità di petrolio e/o suoi derivati si riversassero in quell’incantevole tratto di mare. Ma la popolazione, in parte compiacente per interessi economici e per ignoranza, in parte ammutolita e terrorizzata per la possibile perdita del posto di lavoro, ha permesso che tutto ciò avvenisse quasi alla totale “luce del sole”.
Ma un piccolo gruppo, per anni inascoltato, ha raccolto dati, testimonianze, prove dell’inquinamento prodotto e ha denunciato le drammatiche conseguenze che tale situazione ha avuto sul territorio e sulla gente. Oggi finalmente la magistratura ha aperto un’inchiesta e ha arrestato diversi responsabili dell’Enichem partendo dalle numerose denunce del Prof. Giacinto Franco primario di pediatria dell’ospedale di Augusta che da anni sostiene con precisi dati statistici che nel famoso triangolo dell’illusione l’incidenza di malformazioni nei feti e nei bambini è 4 volte più alta della media nazionale, e la presenza di malattie tumorali è il 20% maggiore rispetto alla media regionale. Per non parlare infine della concentrazione di mercurio riscontrato nei pesci e nei frutti di mare (fino a 500 volte superiore alla soglia massima tollerata dall’uomo), di cui si sono sempre nutriti gli abitanti della zona e che rappresenta la principale causa delle malformazioni dei bambini di Augusta di cui il primo caso è stato riscontrato nel 1980, un maschietto nato con mezzo orecchio e gravi problemi alla colonna vertebrale.
Il picco delle malformazioni si è avuto nel 2002 con il 6% dei bambini nati con gravi problemi genetici.
Per produrre questo documentario, il cui costo si aggira sui 35/40.000,00 euro, Bellia ha interpellato Tele+. ma Tele+ ha chiuso il suo intervento nella produzione di documentari dopo la fusione con Stream in vista della nascita di Sky italia di Rupert Murdoch. Di andare a proporre alla Rai di produrre un documentario come questo non ha pensato che fosse neppure il caso…
A questo punto o il progetto si lascia cadere oppure si fa un tentativo: DIVENTARE IN MOLTI PRODUTTORI SOTTOSCRIVENDO LA CIFRA NECESSARIA. Abbiamo costituito una associazione per produrre il documentario di Antonio Bellia: non ha fini di lucro e promuove, a partire da Firenze, la raccolta della cifra necessaria.
Si chiama SHERWOOD.
Associazione Sherwood; Via Fiume n. 20, 50123 Firenze – Telefono: 055 282441
Fax: 055 282442 – email: promotion@ateliergroup.it - Codice Fiscale 94104000487

La quota minima di adesione al progetto è di 10 euro e tutti, proprio tutti, possono sottoscrivere quote.
La societa’ Atelier Distribuzione di Firenze cura, senza ricavarne compensi, la produzione esecutiva del documentario, che è già iniziata in Sicilia.
Una volta ultimato (entro la fine dell’estate) il documentario sarà “copyleft” per l’italia. Sara’ offerto gratuitamente alla Rai, a Mediaset e a tutte le altre emittenti televisive. Sara’ a disposizione di quanti vorranno riprodurlo, farne copie e farlo vedere il piu’ possibile.
Solo nel caso di ricavi da vendite all’estero l’associazione destinerà le cifre ricavate per un altro progetto.
COME SI SOTTOSCRIVONO LE QUOTE DI ADESIONE AL PROGETTO:
- alla cassa dei cinema ALFIERI, FIORELLA, FLORA E GOLDONI di Firenze (martedì, mercoledì, giovedì e venerdì dalle 20 alle 23, sabato e domenica dalle 16 alle 23)
- tramite un bonifico bancario sul conto corrente n. 4862 della Banca Cariprato Filiale Firenze Gramsci (cod. ABI: 6020; cod. CAB: 2803) intestato a ASSOCIAZIONE SHERWOOD.

Ricordatevi di indicare il vostro nome: comparirà, insieme a quello di altre centinaia di cittadini italiani, nei titoli di coda del documentario.

Ci aiuterete mettendo al corrente quanti più cittadini potete di questa iniziativa, moltiplicando questo messaggio nella rete.

Contatti: Associazione Sherwood c/o Distribuzione L’Atelier srl
Via Fiume, 20 - Firenze - tel. 055/295129 - fax: 055/282442
email: promotion@ateliergroup.it














Per approfondire:

Intervista a Stefano Stefani
da "Cinemaeoltre.com"


Un po' di rassegna web:

"Dopo 25 anni di denunce e di nascite di bambini deformi 20 arresti alla Enichem-Agip"

"Indagini sulle malformazioni"

"Enichem di Priolo: il disprezzo assoluto per le persone e l’ambiente"

"Arrestati 17 dirigenti Enichem e un funzionario della Provincia per illegale smaltimento dei rifiuti tossici"

"L’Italia discarica...ta"

"I traffici tossici dell'Enichem"

 
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