Altrocinema





-> Il sito del film

Intervista a Daniel Burman
regista de “El abrazo partido”

“Il figlio di Elias” sarebbe il vero titolo del film del regista argentino Daniel Burman, mentre “El abrazo partido” compare sotto tra parentesi. La storia gira intorno all’assenza del proprio padre e alla ricerca della propria identità. Il protagonista Ariel (Daniel Hendler) vive con la madre a Buenos Aires nel quartiere ebraico della città e frequenta assiduamente il centro commerciale in cui hanno il negozio di biancheria intima. Negozio che il padre lasciò alla moglie quando nel ’73, durante la guerra dello Yom Kippur, abbandonò la famiglia per trasferirsi in Israele. “El abrazo partido” si svolge quasi interamente nel centro commerciale tra la comunità ebraica e gli immigrati peruviani, cinesi e coreani. Ariel ha un carattere molto chiuso e poco comunicativo e ogni tanto esce per le strade della città correndo affannosamente. Daniel Burman racconta tutto questo con un briciolo di surrealismo, costruendo delle situazioni comiche ma sempre molto umane. Dal rapporto con la nonna polacca, ai siparietti della madre all’interno del negozio con le clienti o gli amici delle vetrine affianco, fino allo strano rapporto con la fidanzata che forse sta con un uomo molto più anziano di lei. “El abrazo partido” ha vinto il Gran Premio della Giuria e quello per il miglior attore al Festival di Berlino 2004
di Barbara Sorrentini
Com’è nata la storia di questo film?
L’essenza della storia, il punto di partenza era lavorare sulla costruzione del padre, del padre come una costruzione artificiale e fittizia. La differenza rispetto alla relazione del figlio con la madre, è che si tratta di una relazione assolutamente naturale e immediata, obbligatoria e non mediata da nulla. Invece con il padre si doveva costruire un legame inesistente e anche i figli normalmente devono costruirsi questo legame, che è molto interessante dal punto di vista cinematografico. Ed è quello che succede quando Ariel costruisce questo vincolo basato su un’assenza e a partire da questa costruzione a sua volta costruisce la sua composizione del mondo, basato appunto su questo rapporto.
Poi c’è un dilemma interessante a livello politico che si pone ad un certo punto del film: ossia se è lecito moralmente abbandonare una famiglia per lottare per un’ideale, per quanto giusto sia. E’ un dilemma che esplose in quell’epoca della guerra dello Yom Kippur (’73) ed è rimasto un problema molto presente. La nostra posizione su questo proposito è molto chiara: è che nessun ideale possa supportare moralmente l’abbandono di una famiglia.

Quanto hai attinto alla tua biografia e quanto c’è di reale della vita in quel quartiere?
Nel film ci sono alcuni elementi autobiografici, in realtà meno di quello che potrebbe sembrare e che sono legati ad una certa autobiografia comunitaria. Nel senso che io ho vissuto per 20 anni nel quartiere ebraico di Buenos Aires (l’Once) e sono stato in quei Centri Commerciali, ho conosciuto i negozianti e molto di quello che mi è capitato nella mia vita è rappresentato nel film. Nel protagonista ho messo alcuni elementi autobiografici, soprattutto per quello che significa essere polacco. Anche io mi sono fatto fare il passaporto polacco e ho fatto un incontro con il console simile a quella che si vede nel film. Invece, tutto quello che ha a che fare con i famigliari è assolutamente fittizio.

Attraverso alcune scelte che emergono nel film si intuisce la recente crisi argentina e il fantasma della dittatura. Hai tenuto conto anche di questi due importanti momenti storici lavorando alla sceneggiatura?
Questi due elementi ci sono, ma non in modo deliberato. Siccome c’è una dinamica storica, come una costruzione molto recente di un paese, come un’ondata migratoria che si è costruita e insediata in poco tempo, praticamente in 100 anni, abbiamo a che fare con una storia molto dinamica in cui quel passato e presente convivono in forma permanente. Non esiste una divisione, una linea di tempo molto chiara tra il passato e il presente. Comunque non è stata una scelta quella di mettere un po’ di passato e un po’ di crisi per vedere cosa sarebbe successo. Ma è qualcosa che sta naturalmente nella nostra vita quotidiana, tanto la crisi quanto questo passato che si presenta in forma continua.

A Buenos Aires vive una delle più numerose comunità ebraiche. Com’è il rapporto tra le vecchie generazioni che hanno lasciato i propri luoghi di nascita durante le varie persecuzioni e le nuove, nate e cresciute in Argentina?
Sì, c’è una comunità molto importante, devono essere 200.000 gli ebrei. Molti di questi sono tornati in Europa, molti sono andati in Israele, però la maggior parte siamo rimasti in Argentina e ci siamo integrati e amalgamati con la società. In realtà non esistono conflitti tra la prima e la seconda generazione, sicuramente per quelli che sono tornati in Europa, rispetto ai loro nonni, si trovano in una situazione un po’ delicata, come si vede nel film. Però non è necessariamente un conflitto.

Ma per quanto riguarda le tradizioni ebraiche, come si adattano con la cultura moderna argentina?
Sono due cose che possono essere parallele. Si tratta di qualcosa di molto personale e nemmeno di ogni famiglia, ma di ogni individuo e in diversi momenti della vita anche perché questo rapporto cambia, è una cosa dinamica non permanente.

Nel film c’è una scena ricorrente molto bella. Ogni tanto Daniel Hendler corre affannosamente per la città, che cosa rappresenta per te questa immagine?
Il protagonista è un personaggio molto razionale e trasmette ogni emozione attraverso le parole, media tutto con le parole. Mi sembrava interessante che arrivasse un momento in cui il discorso non bastava più ed era necessaria una reazione assolutamente infantile, fisica ed irrazionale. Com’è correre, scappare. Mi sembrava importante per la costruzione del personaggio, che altrimenti sarebbe stato troppo uno che poteva spiegare tutto, dire tutto, quasi inumano.

Qual è il cinema che ti piace di più?
Mi piace il cinema spagnolo che si sta facendo, qualcosa di francese, il cinema indipendente americano. Ho lo stesso gusto di uno spettatore che va al cinema al venerdì sera e che si vede oggi.

Ma ti serve anche come ispirazione il cinema realizzato da altri prima di te?
No, credo che l’esperienza cinematografica non si basi necessariamente su altre esperienze cinematografiche. Spesso si basa su altro, su altre esperienze di vita.
 

Strumenti
Archivio articoli
Forum

Blog
Links

Mailing list
.
Nome:
Email: 
Iscrivimi   
Cancellami

Ricerca:






AltreTV
Telestreet
NoWar TV
Iride TV
Atlantide TV
Global TV
Emi.li TV
Oasi TV