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GUN(S) CRAZY

Ci sono schermi da cui non si esce, film che ci trattengono e poi ci costringono a vagare come fantasmi shakespeariani assetati di senso all’orrore. L’orrore dei “kids” gun-vansantiani, erranti epigoni dell’Overlook Hotel ma privati dello “shining”, privati dell’uscita dal labirinto/campus, negati al fuori-campo(us). Rievocazione fiction di una strage, quella della Columbine High School di Gus Van Sant, nei suoi aspetti fenomenologici che rimandano a quelli sociali o psicologici dell’America “armata” e documentata di Michael Moore.
di Marzia Gandolfi
Un cielo sopra la scuola, una strada che conduce alla scuola, didascalia, John, un parco intorno alla scuola, didascalia, Elias, un ragazzo dentro alla scuola, didascalia, Timothy, e poi ancora, didascalia, Alex, didascalia, Eric, didascalia Matt, didascalia Michelle, ombre mute che scivolano, alienate al mondo e a se stesse, lungo corridoi infiniti che conducono a casa, come alla follia. Siamo dentro o “lungo” l’ultimo e im-“palmato”, a Cannes, Gus Van Sant, dentro/lungo la sua poetica, quella dei “kids” statunitensi, quelli “belli e dannati”, quelli “da morire”.. Siamo dentro il corpus/campus della Columbine High School di Littleton, in Colorado, dentro la strage dell’aprile 1999, quando due studenti, armati di fucili, li rivolsero contro i loro compagni.
Quelli stessi che nella fiction di Van Sant, mantengono il nome e l’identità che li definiscono nella realtà, attraversando la sua macchina da presa, anticipati o seguiti sempre, o quasi, in campo medio, a sottolineare quell’età di mezzo, quella totalizzante dell’adolescenza, quella dell’equilibrio incostante e saturo tra il corpo e lo spazio. Spazio sempre fuori fuoco se occupato dagli adulti, quei pochi e umanamente inconsistenti, sgravati che incrociano i loro stessi percorsi. Spazio a fuoco e ancora una volta di “mezzo”, liminare, quello riempito dai ragazzi, quello dove terminano i loro corridoi, i loro tragitti fisici e mentali, lo spazio dell’attività ludica, della ricreazione dove si discutono le minoranze e i diversi, dove si sviluppano fotografie, dove si pianificano massacri. Gus Van Sant rimane, pertanto, fuori dalle aule didattiche, dai luoghi preposti alla trasmissione della cultura istituita, lontano da un’educazione che non sembra mai riguardarli, che non parla il loro linguaggio, non traduce il loro disagio, non restituisce il loro punto di vista. Punto di vista, che il regista moltiplica mettendo in atto un ossessivo tempo della ripetizione in cui ritroviamo i personaggi nello stesso luogo/tempo in cui il nostro occhio di spettatori li aveva lasciati, osservati, questa volta, da un nuovo punto di vista.
Ma il cambio di prospettiva, lo sguardo del fanciullo/fantasma della Columbine High School, che assumiamo su di noi, ancora non dice nulla, non spiega nulla, caricandoci solo di un’altra confessione - una madre troppo invadente, un padre sempre ubriaco, un preside assente, i compagni dispotici – “mostruosa” avallo alla tragedia. I kids di Van Sant, si fanno più vicini, inquietanti, simili l’uno all’altro, gravidi di auspici luttuosi formalizzati in quella loro compostezza ancestrale, rovescio della più immediata - per questo più rassicurante - ed esplosa “pornografia” (nel senso di oscenità del mostrare) dei kids di Larry Clark. Poi il cerchio è interrotto da un flash-back, improvviso come il cielo di nuvole minacciose che lo sovrasta e lo anticipa, che rompe il lineare svolgersi degli eventi, isolando l’ultimo e fatale punto di vista, quello che identifica gli “assassini”: Alex ed Eric, sorpresi davanti a un videogioco accompagnato dal “chiar di luna” di Beethoven, che mette virtualmente in scena un massacro annunciato. Due ragazzi uguali agli altri o forse solo più spaventati, più fragili o più complessati, che interrompono la consequenzialità di un tempo/età, quello della “ricreazione”, bloccandolo, meglio, congelandolo (non è un caso che l’ultimo omicidio venga perpetrato dentro la cella frigorifera della mensa scolastica) in un frame, dal quale è impossibile riavviare il racconto e il suo senso.
Come nella parabola buddista, a cui il titolo allude, è impossibile per lo spettatore, cieco insieme ai pellegrini del re convocati nella piazza del regno, ricostruire il monstrum, l’elefante, di cui possiamo e poterono toccare solo una parte, senza mai afferrarne il tutto e finendo per litigare corrispondendo, così, la perversione del potere, del re. Mostra ma non spiega, dunque, i dannati della Columbine High School, il cinema frammentato di Gun/s Van Sant. L’approccio di marca documentaristica o pseudo-documentistica seziona tempi e spazi, fraziona gli sguardi sulla stessa azione, per arrivare a un risultato sempre parziale, metonimico, dove la parte sta per un tutto incomprensibile.
Sui totali sfocati, rimangono, allora, l’incomunicabilità umana e civile, il disagio esistenziale, il silenzio dei genitori, l’assenza delle strutture, la solitudine dell’individuo, la moralità e l’immoralità, le ragioni e gli errori, che la versione fiction di Bowling Columbine, s/mostra e non interpreta. Van Sant sembra, allora, affidare al “corpulento” talento di Michael Moore la ricerca e l’esegesi della fobia americana per “l’elefante”, il monstrum incompreso contro il quale non resta che imbracciare un fucile.
 

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