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Il cinema ai tempi della SARS
FAR EAST FILM FESTIVAL
Udine Teatro Nuovo Giovanni
da Udine
24 aprile - 1° maggio 2003
di Luca Baroncini
-> vai al sito internet
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Da cinque anni Udine ospita
il Far East Film Festival, appuntamento impedibile per chi è appassionato
di cinema e di oriente. Questanno, oltre a tutti i problemi logistici
e tecnici che vivacizzano una grande manifestazione, un incubo nuovo di
zecca: la S.A.R.S, il virus killer nato in Cina che sta catalizzando in
questi oscuri tempi lattenzione dei media. La politica del terrore
continua a seminare allarmismi ingiustificati e a condizionare chi ha
deciso di non porsi domande. E un infallibile strumento per tenere
sotto controllo menti malleabili che, alle ragioni del buon senso, hanno
sostituito la PAURA. Circoscritta tutto sommato, ma folle, insana e in
qualche modo rassicurante. Sta di fatto che anche Udine è stata
contagiata. Non tanto il gruppo di esperti e appassionati che organizza
il festival, e nemmeno il caloroso pubblico, quanto la giunta di centro-destra
che ha montato un caso politico sullequazione FESTIVAL ESTREMO ORIENTE
= CONTAGIO. Tutto questo nonostante lorganizzazione abbia più
volte dichiarato lo stop agli ospiti stranieri provenienti dai paesi esposti
al virus. I giornali nazionali hanno snobbato un po la manifestazione
(la più ricca e importante del settore in Europa) relegando commenti
ai film in angusti trafiletti nella pagina degli spettacoli, mentre la
stampa locale ha dato ampio risalto sia al festival che alle polemiche
politiche connesse. Le premesse non sono state quindi delle più
rosee. Si è temuto soprattutto un allontanamento del pubblico e
una perdita di interesse nei confronti della manifestazione. I risultati,
però, sono stati tuttaltro che sottotono, con la bella sala
del teatro Nuovo Giovanni da Udine presa giornalmente dassalto da
curiosi, sia locali che forestieri.
Una delle caratteristiche più apprezzabili del festival è
che il ricco programma non ha incluso solo i film cosiddetti dautore,
quelli che circolano nei festival europei più blasonati tipo Cannes
o Venezia (e ormai sovrapponibili nellinflazionata ricetta a base
di temi forti, ritmi lenti e possibili scandali), ma si è proposto
di offrire uno sguardo a trecentosessanta gradi sul cinema dellestremo
oriente. Un occhio alla produzione globale, quindi, che ha tenuto conto
anche dei gusti del pubblico: dai drammi alle commedie, dai kolossal alle
piccole produzioni. Difficilmente ciò che si è visto al
Far East Film Festival può perciò essere visto altrove e
il confronto è importante e costruttivo al di là del giudizio
critico. I film orientali che arrivano in Italia passano quasi sempre
attraverso il setaccio dei festival, oppure giungono dopo avere raccolto
particolari clamori. Esemplare, al riguardo, il caso di The Ring,
fenomeno di culto in Giappone, arrivato in Italia solo nel remake americano
e non ancora uscito nemmeno in DVD.
Il pubblico occidentale tende a confondere leffettiva provenienza
dei film che arrivano dallestremo oriente. Capita più volte
di sentire definire come coreano un film che in realtà è
giapponese e viceversa. A pensarci bene, è come se un film italiano
fosse scambiato per tedesco o francese. Le differenze tra paese e paese,
sia a livello di gusti che di industria cinematografica, possono essere
molto diverse.
Proviamo a vedere cosa è successo nel 2002 nei quattro più
importanti mercati dellEstremo Oriente: Hong Kong, Cina, Giappone
e Corea.
Incertezza economica, disoccupazione crescente,
calo di fiducia da parte dei consumatori, caduta del mercato immobiliare.
Una situazione economica così critica e precaria si è riflessa
anche nellindustria cinematografica (escludendo ovviamente limpatto
della S.A.R.S. che ha causato una contrazione degli spettatori pari al
70%). Il 2002 è stato per il cinema (e non solo) un anno povero.
Rispetto allItalia, dove il dominio americano è incontrastato,
le preferenze del pubblico di Hong Kong vanno comunque ai film nazionali.
Nel 2002 si è avuta una diminuzione, passando dal 47,1% al 40,2%,
ma si tratta comunque di percentuali alte che testimoniano il buon impatto
della produzione interna nel paese. Considerando che gli incassi dei film
hollywoodiani sono rimasti praticamente immutati, a salire sono le percentuali
relative ai film giapponesi e, soprattutto, coreani. Un caso a parte è
rappresentato dal film cinese di Zhang Yimou Hero, grande
successo natalizio che si presenta come una sorta di ibrido, in quanto
unisce alla produzione made in China le star del cinema di Hong Kong.
Ma il vero fenomeno dellanno, che ha risollevato le sorti del mercato
interno, è stato il thriller Infernal Affair. Arrivato
nelle sale a dicembre ha raggiunto, da solo, il 16% degli incassi nazionali.
Quanto ai gusti del pubblico, a ricevere consensi sono soprattutto i kolossal
dazione, ma questanno anche le commedie hanno ottenuto buoni
risultati.
JUST ONE LOOK (Solo uno sguardo)
Anno: 2002
Durata: 101 min.
Regia, Soggetto e Sceneggiatura: Riley Ip
Musica: Henry Lai
Montaggio: Maurice Li
Interpreti: Shawn Yu, Wong You-Nam, Gillian Chung, Charlene Choi, Anthony
Won, Eric Kot
IL FILM: anni Settanta, isola di Cheung Chau: una coppia di amici adolescenti,
Fan e Fishball Ming, si invaghiscono di due ragazze del posto e cercano
di coronare il loro sogno damore
Cè il sapore della nostalgia in questo simpatico film di
Riley Ip, a metà strada tra Nuovo cinema Paradiso e
la commedia giovanilistica in stile MTV. Ambientato negli anni Settanta,
in una piccola isola tropicale ad ovest di Hong Kong, il lungometraggio
racconta gli anni delladolescenza di due ragazzi, alle prese con
i primi problemi sentimentali. Loccidente è un miraggio lontano
e nella piccola comunità predomina ancora una tradizione con radici
secolari. Lunica finestra sul mondo, in grado di raccontare altro,
diventa quindi il cinema del villaggio, attorno a cui ruota gran parte
della vicenda. Nonostante la malinconia che si respira, lapproccio
del regista è tuttaltro che piagnucoloso e ha la meglio il
lato comico, con gag in parte divertenti, qualche volta stiracchiate.
Il film punta molto sulla verve dei due protagonisti, in pena damor
verso due graziose fanciulle interpretate dalle Twins, vero
e proprio fenomeno pop in patria. Al di là del raccontino pulito
e un po ruffiano, con tutte le romanticherie imposte da una liason
per teen-ager, emerge trasversalmente un amore nei confronti del cinema
che entra più volte, in modo risolutivo, nella narrazione: lettere
damore copiate dalle sinossi dei film, appuntamenti fuori dal cinema
dove i due giovani protagonisti hanno un banchetto in cui vendono crocchette
di pesce, frequenti citazioni dei film wuxia degli anni Sessanta,
quelli tutti improbabili duelli e arti marziali, limportanza della
sala come luogo di incontro, mentore sentimentale e addirittura definitive
rese dei conti.
A scandire lazione e a sottolineare i diversi momenti narrativi,
poi, i cartelloni dipinti a mano dei film in programmazione. Cè
più simpatia che verità e la carineria prevale sulle pulsioni,
anestetizzate da caratteri scolpiti nello stereotipo. Senza la cornice
esotica e lesuberanza degli interpreti, la commedia dai colori brillanti
si confonderebbe tra le altre.
SUMMER BREEZE OF LOVE (Brezza damore
estiva)
Anno: 2002
Durata: 107 min.
Regia: Joe Ma
Sceneggiatura: Joe Ma, Sunny Chan, YY Kong
Fotografia: Cheung Man-po
Musica: Lincoln Lo
Montaggio: Cheung Ka-fai
Interpreti: Charlene Choi, Gillian Chung, Dave Wang, Hui Shiu-hung, Tsui
Tien-you, Roy Chow, Matt Chow
IL FILM: due amiche si innamorano pazzamente di due uomini poco convinti.
Uno è timido e introverso, laltro esuberante e inaffidabile.
Sembra scritta dalla redazione di CIOE questa favoletta per teen-ager,
che al di là della terribile omologazione di facciata racconta
più di quello che sembra sulle contraddizioni di Hong Kong, città
che incornicia la vicenda. La serenità trova identificazione nel
consumismo più sfrenato, lappagamento deriva dal possesso,
i ragazzetti sorridenti dei manifesti pubblicitari diventano icone da
imitare. Non a caso, gran parte delle tante scene madri avviene allinterno
di centri commerciali, luoghi predisposti dallimitazione di un modello
americano, più alla socialità che allo shopping. In realtà
il film non ha pretese di critica sociale e si concentra sugli amorazzi
delle giovani protagoniste (ancora una volta le dive pop Twins),
due graziose ragazzine tutte moine e palpiti damore. La sceneggiatura
è talmente improponibile da risultare simpatica. Non cè
ricerca di verità, il luogo comune sembra essere la parola dordine
a cui assoggettarsi e si percepisce il desiderio di catturare il pubblico
di ragazzine alla prima smaltatura di unghie, puntando molto sul look
e sulla verve degli interpreti (comunque a loro agio e simpatici). E
un tipico esempio di film commerciale che insegue gli spettatori piuttosto
che raccontare un punto di vista personale e autentico, con una improbabile
successione di amori impossibili, cotte colossali, rifiuti, lacrime, delusioni,
liti e risate. Un insieme di banalità eccessivo anche per un cartone
animato per bambini, amplificato da romanticherie al pianoforte che sprofondano
ulteriormente il film in una melassa non lontana dallinconsistenza.
Uniche digressioni, alcuni inaspettati guizzi grotteschi: il ragazzetto
impacciato e cavalier servente che impugna lombrello come un supereroe
per proteggere la sua bella stramazzata al suolo sotto la pioggia, o la
compagna del padre di una delle protagoniste che si dedica a unaccurata
e assai zozza pedicure in salotto mentre attende di sedersi a tavola.
FRUGAL GAME - (Il gioco della frugalità)
Anno: 2002
Durata: 101 min.
Regia: Derek CHIU
Sceneggiatura: Fung Chi-cheung, Lee Biu-cheung
Fotografia: Tony Cheung
Musica: Chan Sau-pok
Montaggio: Angie Lam
Interpreti: Eric Tsang, Carol Cheng, Miriam Yeung, Eason Chan
IL FILM: a due famiglie vengono dati 400 dollari di Hong Kong con i quali
dovranno vivere per una settimana, sotto il continuo controllo delle telecamere.
A vincere sarà la squadra che avrà più soldi al termine
della settimana. Protagonista del film è la famiglia Wai, composta
da un padre divorziato, i suoi figli e lex collega Diana che finge
di essere sua moglie
Lo spunto è ironico e divertente: un reality show prevede il saldo
dei debiti per la famiglia che in una settimana di tempo, e sotto locchio
costante delle telecamere, riuscirà a risparmiare la maggior parte
del budget a disposizione. Anche la regia tratta con verve loriginale
soggetto, alternando uno stile cinematografico ad uno televisivo, con
inserti sgranati di chiara matrice catodica. La scelta di uno stile o
dellaltro appare però totalmente casuale, senza un disegno
preciso di logica o coerenza. Ma ciò che davvero inficia lefficacia
del film è la superficialità della sceneggiatura, che non
si preoccupa minimamente di raccordare con un minimo di senso le varie
sequenze. Tante situazioni ed equivoci, infatti, sulla carta divertenti,
senza una motivazione perdono gran parte della loro carica comica, scadendo
nella gag insulsa e fine a se stessa. Perché, ad esempio, la finta
famiglia protagonista è selezionata tra milioni di possibili famiglie
concorrenti? Anche la critica della società dei consumi, la descrizione
del cinismo dei mezzi di comunicazione, lo specchio della vacillante situazione
economica, si limitano ad essere spunti interessanti privi di qualsiasi
sviluppo. Una comicità poco incisiva e di grana grossa sfuma così
le potenzialità della commedia, genere in altri casi perfetto per
divertire non spegnendo il cervello.
INFERNAL AFFAIRS (Affari infernali)
Anno: 2002
Durata: 100 min.
Regia: Andrew Lau & Alan Mak
Sceneggiatura: Alan Mak, Felix Chong
Fotografia: Andrew Lau, Lai Yiu Fai
Musica: Chan Kwong Wing
Montaggio: Danny Pang, Pang Ching Hei
Interpreti: Tony Leung Chiu-wai, Andy Lau, Anthony Wong, Eric Tsang, Chapman
To, Lam Ka Tung
IL FILM: il poliziotto Ming è linformatore di un potente
boss della droga; ma anche il gangster Yan fa il doppio gioco e in realtà
è un poliziotto. Il meccanismo però si inceppa
Un poliziotto è infiltrato in una banda criminale. Un criminale
è infiltrato nella polizia. Entrambi vivono da anni una doppia
vita, guardandosi costantemente alle spalle. Ogni passo falso può
essere fatale. Il grande successo dellanno di Hong Kong, che con
gli strepitosi incassi ha risollevato le sorti di unindustria cinematografica
in dichiarato declino, è un film solido, teso e ben fatto. Molto
curato sia nella composizione delle immagini che negli sviluppi narrativi,
attento a caratterizzare con energia e credibilità i contradditori
profili psicologici dei protagonisti. Si respira unatmosfera a metà
strada tra Face Off e Miami Vice. Nel film di
Andrew Lau & Alan Mak non cè uno scambio di faccia, ma
sono i ruoli ad invertirsi, con lo stesso straniamento causato dal non
sapere fino in fondo a quale identità credere. Poliziotto o criminale?
Criminale o poliziotto?
Ben diretto e fotografato, montato con grande senso del ritmo, Infernal
Affairs gioca a spiazzare continuamente lo spettatore e ci riesce,
spostando con calibrata misura lattenzione ora su uno ora sullaltro
protagonista, entrambi non a senso unico. Non originale ma efficace il
costante tappeto sonoro mononota, che carica di tensione gli sviluppi
narrativi amplificandoli con inaspettati e potenti effetti sonori.
Perfetto esempio di film di genere che riesce a trovare un equilibrio
tra le parti che lo compongono mantenendo ciò che promette.
Per la Cina il 2002 è stato un anno di grande
fermento, sia economico che sociale. La figura femminile ha finito per
ricoprire un ruolo sempre più centrale nella società, testimoniato
anche dal mezzo cinematografico. In costante aumento, infatti, il numero
di donne che lavora nel cinema e che popola gli schermi, con molte storie
imperniate su personaggi femminili. Una donna forte, seducente e volitiva,
rispetto a un uomo sempre più debole e insicuro, in profonda crisi
di identità, che trova conforto solo nellapparenza decisionale
perpetrata dalla tradizione.
Oltre al cinema ufficiale degli Studios, attento al botteghino e alla
veicolazione di valori tradizionali, il 2002 è stato anche lanno
del Cinema Indipendente. Il National Film Bureau ha infatti approvato,
con decorrenza 1° Febbraio, una legge che consente alle produzioni
indipendenti di operare in territorio cinese. Il passo è molto
importante perché il conseguente visto della censura permette ai
film valutati di trovare una distribuzione nazionale, con buone possibilità
di recupero degli investimenti. Continua a sopravvivere, comunque, per
gli autori meno inclini al compromesso, il cinema underground, che viaggia
al di fuori dellufficialità ed è quindi destinato
esclusivamente al mercato estero; in genere la tipologia di film presente
nei programmi dei festival internazionali.
Da una parte i tempi lunghissimi per ottenere il visto della Censura (si
parla anche di due anni e più) e linterferenza delle istituzioni
nel processo di creazione artistico. Dallaltra la necessità
di soddisfare le esigenze del mercato estero attraverso il canale privilegiato
dei festival. In entrambi i casi cè un condizionamento. Riusciranno
gli autori cinesi ad esprimersi al di là dei vincoli imposti, direttamente
o indirettamente, da altri?
LIFE SHOW - (Lo spettacolo della vita)
Anno: 2002
Durata: 105 min.
Regia: Huo Jianqi
Sceneggiatura: Si Wu
Fotografia: Sun Ming
Musica: Wang Xiaofeng
Interpreti: Tao Hong, Tao Zeru
IL FILM: Lai è una giovane donna che gestisce un piccolo ristorante.
La sua maggiore priorità è aiutare il fratello tossicodipendente
che è in prigione e risolvere antichi dissapori familiari legati
alla proprietà di una casa. Un cliente la corteggia con insistenza
fino a quando
Un ritratto femminile è al centro del lungometraggio di Huo Jianqi.
La protagonista Lai lavora al mercato notturno della enorme città
cinese di Chongqing e il film racconta un estratto della sua vita. Più
della storia, un riempitivo alla lunga noiosetto e poco coinvolgente,
colpisce lassoluta padronanza del mezzo cinematografico da parte
del regista che combina, con risultati di grande fascino, le luci e i
colori dei luoghi, valorizzando lintensa interpretazione della brava
Tao Hong, giustamente premiata al Shanghai International Film festival.
Sono molto belle ed evocative, infatti, le immagini che impaginano il
film. Sembra davvero di essere in un mercato notturno di un paese della
Cina, se ne respirano gli odori, i ritmi, se ne toccano quasi le forme.
La brezza che bagna costantemente di grigio la città arriva a lambire
le poltrone del teatro. Il taglio della regia è quasi documentaristico,
nel senso che documenta, con estrema precisione e dovizia di dettagli,
il mondo in cui colloca la sua protagonista. Vediamo quindi da più
punti di vista la città di Chongqing, ne percepiamo la vastità
attraverso lunghe panoramiche che vanno di pari passo con linteriorità
di Lai, perduta in un mondo che non offre più risposte ma non rassegnata,
volitiva ma non determinata e profondamente ambivalente. Da una parte
infatti vorrebbe cedere alle lusinghe di un uomo ricco e ancora piacente,
dallaltra sente di poterne fare a meno, di bastare a se stessa.
I suo sogni sono la rispettabilità e lautonomia, e si preoccupa
più di essere amata che di amare, cedendo così alle radicate
trappole di una società maschilista che vuole la donna come silenzioso
oggetto del desiderio. La brava Tao Long si colloca nella visione malinconica
ma non greve del regista con grande espressività, donando al suo
personaggio fascino e sensualità. Il nuovo che avanza non dà
molta fiducia, ma il film non celebra nemmeno le certezze del vecchio,
collocandosi in una fragile ma consapevole instabilità del presente.
GONE IS THE ONE WHO HELD ME DEAREST IN THE WORLD
(Non cè più chi mi amava di più al mondo)
Anno: 2002
Durata: 105 min.
Regia: Ma Xiaoying
Sceneggiatura: Ma Xiaoying
Fotografia: Gao Fei
Musica: Ding Wei
Interpreti: Siqin Gaowa, Huang Suying, Shi Weijian
IL FILM: una donna di mezzetà vive il dramma della malattia
e della perdita della madre
Una madre e una figlia. Un rapporto conflittuale che si acutizza quando
la madre si ammala e nella figlia si scatenano i sensi di colpa per avere
vissuto solo geograficamente vicino allanziano genitore. La regista
Ma Xiaoying fotografa con sensibilità, tra sequenze separate da
nere dissolvenze, le naturali contraddizioni di un rapporto così
profondo. Cè un amore forte che sembra cozzare con laltrettanto
forte bisogno di indipendenza. Da una parte si cerca quindi il legame,
dallaltra lo si vorrebbe spezzare, come per rivendicare lautonomia
di un proprio spazio nel mondo. Il problema del lungometraggio è
che lidea di partenza si amplia senza progredire, fino allinevitabile
conclusione. La figlia è una scrittrice famosa in crisi con il
marito che sente di avere fatto tanto per gli altri, ma non per sua madre
e il lungometraggio è la radiografia del suo senso di colpa. Cè
poco altro nel film, che al di là di qualche spiraglio di verità,
banalizza, sia narrativamente che a livello visivo, un soggetto ampiamente
dissertato. Le tante, troppe parole, si preoccupano costantemente di motivare
ogni azione, rubando espressività alle intense interpretazioni
delle due brave protagoniste. Ad aggiungere enfasi contribuisce anche
la voce fuori campo, che, anziché aggiungere dettagli o stati danimo
visivamente taciuti, propina più che altro banalità; come
del resto i dialoghi, con battute tuttaltro che illuminanti (quando
si invecchia si torna bambini). Anche la scelta delle immagini non
brilla per originalità (la morte rappresentata da una lampadina
che si fulmina). Resta la vibrante interpretazione delle due protagoniste,
ma non basta a rischiarare un film che annaspa nei luoghi comuni e cerca
la lacrima facile spacciandola per riflessione esistenziale.
Anche in Giappone il 2002 è stato un anno
di contrazione delle quote di mercato interne: si è passato dal
39% al 27%. Ma si veniva da un anno eccezionale in cui Spirited
away (attualmente sui nostri schermi con lanonimo titolo La
città incantata) aveva battuto i record di incasso di tutti
i tempi. I maggiori successi restano comunque i film di animazione, genere
prediletto dagli spettatori giapponesi. Tra gli altri film distribuiti,
ha lasciato un segno, perlomeno al botteghino, una nuova avventura del
lucertolone Godzilla (Godzilla, Mothra, King Ghidora: Giant Monster
All-Out Attack). Buoni risultati anche per i sempreverdi samurai
e spunta, tra i film più visti, qualche commedia a basso budget.
Un tentativo delle case di produzione di incontrare il favore del pubblico
limitando gli investimenti.
Piccolo caso dellanno, lhorror Ju-on: The Grudge
(già trasmesso pochi mesi fa da TelePiù). La solita casa
infestata diventa pretesto per situazioni angoscianti con attimi di puro
terrore, anche se il clamore suscitato intorno alla pellicola pare un
po eccessivo. Forse ha contribuito la decisione di Sam Raimi di
un rifacimento americano con la sua GHOST HOUSE PICTURES che conferma
la tendenza, tutta made in U.S.A., di saccheggiare qua e là in
giro per il mondo. Che sia una metafora politica?
GRAVEYARD OF HONOR (Il cimitero dellonore)
Anno: 2002
Durata: 131 min.
Regia: Miike Takashi
Sceneggiatura: Takechi Takenori
Fotografia: Yamamoto Hideo
Musica: Endo Koji
Montaggio: Shimamura Yasushi
Interpreti: Kishitani Goro, Arimori Narimi, Miki Ryosuke, Yamashiro Shingo,
Tamba Tetsuro
IL FILM: un gangster della Yakuza viola il codice delle gang andando incontro
alla rovina e alla morte
Ancora la terribile mafia giapponese, la Yakuza, è al centro dellultimo
film dellinstancabile Miike Takashi, famoso soprattutto per linteressante
comedy-horror Audition (circolato in Italia solo in qualche
volonteroso cineclub) e autore dello splatter di culto Ichi the
killer, presentato questanno al 20° Torino Film
Festival. Il protagonista è un uomo che ha perso qualsiasi
barlume di umanità, una specie di animale dalla furia devastante
incapace di rapportarsi sia con gli amici che con i nemici. Se nel precedente
Ichi the killer Takashi riusciva, al di là dei regolamenti
di conti previsti dalla sceneggiatura, a raccontare un disagio con spirito
dissacrante e liberatorio, in Graveyard of honor riduce gli
spunti splatter e si sofferma sulla rabbia incontenibile ma ripetitiva
del protagonista. Si succedono quindi tradimenti e vendette che finiscono
con il diventare indistinguibili, anche perché realizzati con poca
verosimiglianza (il protagonista arriva e fa una strage senza che nessuno
riesca mai a fermarlo). La variante droga aggiunge ulteriore straniamento,
ma nullaltro. Unico spunto di interesse la storia damore distruttiva
e anticonvenzionale con una giovane accompagnatrice. Ci sono tutte le
premesse per la creazione di un eroe (positivo o negativo poco importa)
con cui condividere lo spazio del film, da amare, odiare, o semplicemente
guardare. Invece non si varca mai la dimensione del mito limitandosi a
una stanca iterazione di violenze perlopiù gratuite. Non basta
certo il solito sax di sottofondo per evocare struggimento e perdizione.
TURN (Svolta)
Anno: 2000
Durata: 111 min.
Regia: Hirayama Hideyuki
Sceneggiatura: Muratami Osamu
Fotografia: Fujisawa Junichi
Musica: Yoshino Mickey
Montaggio: Okuhara Shigeru
Interpreti: Makise Riho, Baisho Mitsuko, Nakamura Cantaro, Kitamura Kazuki
IL FILM: la giovane Maki si ritrova costretta a vivere per sempre la stessa
giornata. Ma qualcosa accade
La giovane Maki si trova a vivere tutti i giorni la stessa giornata. Non
è una metafora sugli effetti devastanti della routine, perché
la protagonista si trova proprio nel concreto a sfogliare sempre lo stesso
foglio del calendario. Non è nemmeno il giorno della marmotta come
nellanalogo, almeno quanto a spunto iniziale, Ricomincio da
capo di Harold Ramis. Maki è infatti entrata in coma in seguito
a un incidente e vive in una specie di universo parallelo. Grazie a unaccurata
sceneggiatura il lungometraggio di Hirayama Hideyuki non brucia subito
le sue carte e ogni volta che sta per arenarsi verso un punto morto riprende
quota, attraverso varianti originali e fantasiose. E interessante
quindi come lidea di partenza non venga semplicemente dilatata con
trovate riempitive, ma sia arricchita da una progressione drammatica.
Bella linvenzione di un non-luogo di parcheggio, in cui chi è
in coma nella dimensione terrestre attende un ritorno alla vita o la morte
definitiva, e non casuale il fatto che lunica ancora di salvezza,
lunico collegamento tra il perdersi e il ritrovarsi, sia dato dallarte.
Un surreale punto di incontro che rappresenta uno stimolo a credere nelle
proprie capacità, a ciò che si sente, senza cedere al ricatto
dellomologazione. Ma sono tanti gli spunti di riflessione offerti
dal film, che può essere letto come unoriginale storia damore,
come un racconto di fantascienza senza effetti speciali o come uno specchio
dellincomunicabilità dei tempi. Brava e graziosa la protagonista
Makise Riho, anche se la regia non riesce sempre a valorizzare il suo
impegno.
PING PONG
Anno: 2002
Durata: 114 min.
Regia: Sori Fumihiko
Sceneggiatura: Kudo Kankuro
Fotografia: Sakou Akira
Montaggio: Ueno Souichi
Interpreti: Arata, Kubozuka Yosuke, Sam Lee, Okura Koji
IL FILM: Peko e Smile sono amici dinfanzia, cresciuti insieme giocando
a ping-pong. Peko ama lo sport, mentre Smile lo considera un passatempo.
I due arriveranno a sfidarsi.
Sport e iniziazione alla vita. Binomio indissolubile che ha spesso ispirato
il cinema, e non solo orientale. Questa volta tocca al ping-pong, sport
perlomeno poco frequentato. Meno originale la scelta dei due protagonisti,
prima amici di infanzia e poi rivali sul tavolo da gioco: Smile è
occhialuto e introverso, Peko è esuberante e sfrontato. Il contrasto
dei caratteri non fa però scintille. Ci vengono risparmiati i pistolotti
edificanti sui valori veicolati dallo sport, ma non si esce da una logica
di perdente contro vincente. Anche se non sembra essere questo ciò
che interessa al regista Sori Fumihiko, uno dei più richiesti tecnici
di computer grafica del Giappone, già supervisore agli effetti
visivi per Titanic di James Cameron. La competizione non regala infatti
gare appassionanti e coinvolgenti, nonostante la narrazione sia quasi
esclusivamente incentrata su prove e tornei. Ciò che il regista
pare avere a cuore sono i limiti visivi imposti da uno spazio angusto.
Ecco quindi il tavolo da gioco estendersi e la pallina seguire traiettorie
impossibili per consentire al regista di prodursi in virtuosismi della
macchina da presa abbinati a un cospicuo utilizzo della computer grafica.
Il dettaglio prevale sulla visione dinsieme e il risultato lascia
tutto sommato impassibili. I numerosi match si succedono quindi con una
certa monotonia, senza riuscire nemmeno a procurare affezione verso i
personaggi. Qualche approfondimento psicologico è abbozzato attraverso
alcuni flashback in fotografia desaturata, ma sui personaggi prevalgono
le urla di giubilo o disperazione che fanno da corollario ai tornei. Alla
fine risulta più divertente e simpatica una puntata di Mimì
e le ragazze della pallavolo.
La Corea è un caso più unico
che raro nel panorama cinematografico mondiale. Anche nel 2002, infatti,
i film nazionale hanno coperto ben il 47% del mercato (49% nel 2001). Questa
affezione è stata sostenuta anche dallestero. Basta pensare
che tre prestigiosi festival europei hanno attribuito riconoscimenti a film
coreani: Oasis a Venezia, Ebbro di donne e di pittura
a Cannes e My beautiful girl, Mari ad Annecy. Il pubblico ha
apprezzato soprattutto le commedie, mentre le mega-produzioni basate su
azione e sofisticati effetti speciali, non hanno ottenuto i risultati sperati.
A livello di tendenza, si può notare un ritorno, nelle ambientazioni
dei film, agli anni Ottanta, simbolo ormai di una preistoria economica guardata
con un misto di nostalgia e tagliente ironia. Per lanno in corso cè
qualche timore causato dalla fusione delle due più importanti compagnie
cinematografiche del paese (Cj Entertainment e Cinema
Service); si teme infatti un calo nel numero di film prodotti, ma
guardando i progetti in fase di realizzazione cè da ben sperare,
sia a livello di kolossal che di commedie.
THE WAY HOME
(La strada verso casa)
Anno: 2002
Durata: 87 min.
Regia: Lee Jeong-hyang
Sceneggiatura: Lee Jeong-hyang
Fotografia: Yoon Hong-shik
Musica: Kim Dae-hong, Kim Yang-hui
Montaggio: Kim Sang-beom, Kim Jae-beom
Interpreti: Yoo Seung-ho, Kim Ul-boon, Dong Hyo-hee, Min Kyung-hoon
IL FILM: un bambino di Seoul viene spedito a vivere con la nonna muta
che non ha mai conosciuto. Senza televisione, fast-food e batterie per
il suo gioco elettronico si sente perduto e comincia a rendere sempre
più difficile la vita alla nonna avanzando pretese irrealizzabili.
Il cinema da sempre adora le strane coppie, soprattutto quelle male assortite
che sembrano lontane anni luce, sia nel fisico che nella conciliabilità
caratteriale. In genere sulle reciproche differenze si basano i presupposti
di una prevedibile contaminazione. Il film della giovane Lee Jeong-hyang
(classe 1964) rientra appieno nel cliché, ma si distingue per il
talento visivo e la sensibilità con cui affronta i suoi personaggi
(firma anche la sceneggiatura). Si racconta infatti dellestate trascorsa
da un bambino viziato e capriccioso presso la nonna muta e ottantenne.
La città tecnologica e la campagna immobile sono i due specchi
di unevoluzione dispari che, lungi dallestendersi a tutto
il paese, ha lasciato ampie frange della popolazione ancora ferme allinizio
del secolo.
Il bambino pensa che la nonna sia una stupida e ha gusti prefabbricati
di chiara derivazione pubblicitaria; è il prodotto di un marketing
spietato dal vago sapore di vuoto, che promette molto più di quello
che è in grado di offrire. La nonna si esprime a gesti, la vecchiaia
lha resa grinza e curva e affronta con estrema lentezza e serenità
i compiti quotidiani. Il film è scandito dal succedersi dei giorni
che trascorrono senza che, almeno in apparenza, qualcosa di rilevante
accada. I due mondi agli antipodi sembrano impermeabili e si teme per
tutta la durata del film un avvicinamento causato dallincontro ineluttabile
con la morte o la sofferenza, scelta ricattatoria a cui spesso gli sceneggiatori
attingono per sbloccare situazioni di stallo narrativo. Per fortuna la
regista ci risparmia tutto questo e punta sui dettagli, sui cambiamenti
impercettibili, segue con cura i gesti, le espressioni. Laffetto
non urlato che ne consegue, parimenti alla commozione, ha quindi lo spessore
della sincerità. Nonostante poco accada, il contrasto tra i due
protagonisti genera curiosità e i tempi lenti non assumono la connotazione
di un vezzo autoriale, ma diventano unesigenza stilistica che si
adatta allinteriorità dei personaggi. Indimenticabile linterpretazione
della non attrice Kim Ul-boon che nelle rughe del viso, nella fatica dei
movimenti, nella forte espressività della sua presenza scenica,
vale da sola la visione del film. In patria The way home
ha battuto negli incassi sia Spider man che Il Signore
degli anelli.
JAIL BREAKERS (Gli evasi)
Regia: Kim Sang-jin
Anno: 2002
Durata: 118 min.
Sceneggiatura: Park Jeong-woo
Fotografia: Kim Dong-chun
Musica: Son Mu-hyun
Montaggio: Goh Im-pyo
Interpreti: Sol Kyung-gu, Cha Seung-won, Song Yoon-ah, Kang Sung-jin
IL FILM: due carcerati riescono a scappare dalla prigione scavando un
tunnel sotterraneo, ma appena fuori scoprono che
Comincia scimmiottando Le ali della libertà, poi sfocia
nella totale demenza. Il genere carcerario continua a fare proseliti (o
vittime, a seconda dei gusti) raccontando di grandi fughe organizzate
allinterno di prigioni vissute come allegri ostelli della gioventù
(il sciapo Lucky break di Peter Cattaneo docet). Nel film
di Kim Sang-jin (autore di commedie di travolgente successo in patria),
la fuga è però solo un pretesto per costruire i fondamenti
di una sgangherata commedia che si scatena, appunto, non appena la libertà
diventa un dato di fatto. Di cliché in cliché si passa quindi
dal genere carcerario alle coppie male assortite. Pur con momenti divertenti
e nonostante la totale identificazione degli attori con i personaggi,
il film diventa presto insopportabile. La causa principale è la
ricerca spasmodica di un ritmo forsennato da imprimere al racconto. Dopo
un po infatti la storia ristagna e gira a vuoto, ma i personaggi
continuano a correre come pazzi e, soprattutto, a urlare senza sosta come
ossessi. E curioso come leffetto di questo circo ambulante
sia alla fine tuttaltro che adrenalinico. E come se il frastuono
schiacciasse psicologie e caratterizzazioni fino a renderle sovrapponibili
o, meglio, piatte come un encefalogramma. Chi riesce a sintonizzarsi,
riuscirà probabilmente a divertirsi.
YESTERDAY (Ieri)
Anno: 2002
Durata: 121 min.
Regia: Jeong Yun-su
Sceneggiatura: Jeong Yun-su
Fotografia: Jung Han-chul
Musica: Kang Ho-jeong
Montaggio: Kim Sun-min
Interpreti: Kim Seung-woo, Kim Yoon-jin, Choi Min-soo, Kim Sun-ah
IL FILM: nel 2020 in una città sul confine tra la Cina e la Corea
riunificata un gruppo di investigatori cerca lidentità e
i movimenti di un misterioso criminale che ha rapito il padre di una giovane
psicologa.
Cè davvero di tutto in questa super produzione coreana: azione,
mistero, eroi solitari, serial killer, preti, la bella di turno che combatte
in tailleur e tacchi alti. Anche i temi trattati sono forti e attuali
e si va dai riferimenti biblici a Davide e Golia fino alla clonazione,
non trascurando la politica, con qualche accenno a una riunificazione
delle due Coree. Tanta carne al fuoco non riesce però a incontrare
una visione dinsieme capace di incastrare i tasselli al punto giusto.
Linterrogativo chi deve fare cosa? non trova mai adeguate
risposte e lo spettatore viene letteralmente bombardato di dettagli che
infittiscono le aspettative senza arrivare poi a soddisfarle. La tecnica
di frammentazione del racconto produce quindi un puzzle incompleto. Poco
male se le immagini riuscissero a sopperire al nonsense narrativo, ma
lo stile da videoclip e il montaggio a perdifiato aggiungono solo rumore
al caos. Anche le scene dazione, che costituiscono parte integrante
del film, sono elaborate impedendo allo spettatore di capire cosa stia
effettivamente succedendo sullo schermo. La regia procede affiancando
dettagli in rapida successione senza preoccuparsi di rendere comprensibile
il punto di partenza e quello di arrivo. Si arriva quindi a scene madri
con frasi sussurrate e scontri, basilari nelleconomia del racconto,
senza avere raggiunto la climax necessaria per un coinvolgimento. Tutto
scorre con una sterile frenesia che non regala né brividi, né
emozioni. Il film è stato, comprensibilmente, uno dei grandi flop
della stagione in Corea.
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