Banner

Appello sempre valido
per tutti i filmmaker


Documentate con la vostra telecamera le manifestazioni e le lotte dei lavoratori, oppure seguite l'attività del Social Forum, o ancora siete presenti ad avvenimenti sociali di particolare importanza? Contattate altrocinema.it.


Iscrizione Mailing list
.
Nome:
Email:
Subscribe   
Unsubscribe

Archivio altrocinema.it

Per l'invio di materiale video (in formato VHS, DVD o MiniDV), al nostro archivio e per tutti gli invii postali in genere, l'indirizzo è il seguente:

ALTROCINEMA.IT
Casella Postale 72
20045 Besana Brianza (Mi)


Per informazioni: altrocinema.it.


 

Future Film Festival 2003
di Luca Baroncini

Dal 15 al 19 gennaio 2003 si è svolta a Bologna la quinta edizione del Future Film Festival, il Festival delle Nuove Tecnologie del Cinema d’Animazione. Il programma, ricco e interessante, non è stato supportato dall’organizzazione, particolarmente caotica e farraginosa. Tanti i disagi per i volenterosi fruitori, con lunghe file al freddo di gennaio, non sempre premiate dall’accesso in sala, e molti inconvenienti tecnici non sempre imprevedibili. Quanto al cuore della manifestazione, (film, short e incontri), davvero tante le opportunità. Tra i film, oltre all’anteprima de "Il Signore degli anelli - Le due torri":

"Spirited away", vincitore dell’Orso d’Oro all’ultimo Festival di Berlino; il regista giapponese Hayao Miyazaki conferma le sue doti di poeta del cartone animato raccontando l’iniziazione alla vita della piccola Chihiro nel difficile passaggio dall’infanzia all’adolescenza. Un viaggio irto di difficoltà e prove da superare, non sempre immediato per lo spettatore ma in grado di regalare un punto di vista prezioso.
"My beautiful girl, Mari", lungometraggio coreano di Sung-gang Lee, in cui la fuga in un mondo fantastico racchiude la paura di crescere del giovane protagonista. Del film colpisce la tecnica sofisticata (una colorazione bidimensionale nasconde morbidamente l’animazione in 3D) e la sensibilità della narrazione, tutta incentrata su una nostalgia che non diventa mai rimpianto ma lucida consapevolezza.
"Hotel", l’esperimento di Mike Figgis (ospite del Festival) che tenta di abbinare l’agilità delle riprese in digitale con l’improvvisazione degli attori, ma si perde in un compiacimento dell’immagine, all’inizio accattivante, poi sempre più fastidioso. Se non fosse per i tanti divi che hanno accettato di aderire al progetto, il film perderebbe qualsiasi attrattiva.
"L’uovo", pubblicizzato come il primo lungometraggio tridimensionale italiano e ampiamente sostenuto dall’organizzazione (i due direttori, Giulietta Fara e Oscar Cosulich, gli hanno attribuito un premio), è in realtà un mediometraggio ambizioso, non privo di fascino, ma poco comunicativo. Una cornice coraggiosa (immagini di derivazione pittorica, narrazione affidata a ricercati endecasillabi) copre i limiti tecnici (inespressività dei personaggi di sintesi) e una morale di dubbia condivisione (tutta incentrata sulla famiglia come baluardo sociale) soffoca i personaggi.
"Elysium", ancora dalla Corea un film di fantascienza interamente in computer grafica in cui la tecnica è al servizio dell’azione ma non delle sfumature dei personaggi che, con volti di anonimi Big Jim, risultano privi di anima.
"Mercano el Marciano": una sorpresa dall’Argentina, con un marziano (verde come da tradizione) che capita in una Buenos Aires devastata da problemi economici e conflitti sociali. Simpatico e caustico, si affida ad una satira un po’ grossolana.
"Ghost ship" di Steve Beck: una ghost story in cui la casa, luogo culto per generare tensione e creare conflitti, è sostituita da un’enorme nave da crociera contenente un tesoro. Molta azione, pochi brividi e qualche trovata interessante.
"La carica dei 101 II - Macchia un eroe a Londra": solo per l’home-video l’ennesimo seguito del famoso cartone animato di Walt Disney. A dispetto della totale commercialità del progetto (battere cassa facendo leva su un immaginario consolidato), il film non tradisce lo spirito dell’originale e si vede con simpatia, grazie soprattutto a personaggi di contorno ben caratterizzati.

Molto ricca la sezione "Future Film Short", che ha presentato un’ampia selezione di cortometraggi da tutto il mondo. Tra gli altri:  

QUI VEUT DU PATÈ DE FOLE? di Anne-Laure Bizot e Amélie Graux. Un mondo grottesco, sottolineato da un incisivo e straniante tema musicale, in cui un bambino è circondato da una famiglia che si preoccupa solo di mangiare il più possibile. Il piccolo troverà rifugio nel frigorifero, ma non riuscirà a sfuggire alla voracità dei familiari. Un universo sinistro e inquietante reso con efficacia da un’animazione a passo uno di pupazzi in plastilina.
MOUSE di Wojtek Wawszczyk. Produzione tedesca che evoca atmosfere kafkiane in cui l’uomo è socialmente riconosciuto in base all’animale che lo accompagna. Il protagonista è malvisto a causa di un topolino. Una interessante e ben condotta critica al conformismo e alle trappole sociali.
PUPPETS di Andrea Fazzini. Uno dei pochi corti italiani presenti nella rassegna. Sembra più che altro il promo di un videogioco, con il solito cyborg che impazzisce e vive di vita propria. Poco originale ma efficace nell’animazione in computer grafica.
COSMIC COWBOYS di Francois Rosso, Hugo Gittard, Laurent Nicolas. Dalla Francia arriva un coniglietto rosa apparentemente innocuo in realtà cattivissimo. Ritmato e a tratti divertente, si dimentica in fretta.
LE PAPILLON di Antoine Antin, Jenny Rakotomamonjy. Ancora la Francia con una breve storia ambientata nel Giappone feudale. Efficaci, nella loro semplicità, i fondali in acquerello.
HISTOIRE DE CESARIA di Camille Henrot. È uno dei corti più interessanti della rassegna, proviene dalla Francia e ha ricevuto il premio speciale della giuria al "Festival International du Film d’Animation di Annecy". Racconta, in un evocativo bianco e nero, la presa di coscienza della fruttivendola Cesaria, che passa il giorno al lavoro e la vita a fianco di un uomo che la ignora. Liberandosi di ciò che non la soddisfa riuscirà a raggiungere una nuova consapevolezza.
KAYAS SCREEN TEST di Alceu Baptistao. Dal Brasile pochi fotogrammi dimostrano l’elevato livello tecnico raggiunto nella creazione di personaggi di sintesi umani. Una giovane e bella ragazza insinua per pochi secondi il dubbio: vera o digitale?
THE CATHEDRAL di Tomek Baginski. Un corto di fantascienza polacco in cui la tecnica domina sul racconto. Apocalittico, a tratti suggestivo, ma lungo e poco coinvolgente.
SALLY BURTON di Anna Kubik. Rievoca atmosfere alla Tim Burton questo bel cortometraggio tedesco in cui una inquietante ragazza, dai capelli crespi e dal volto affusolato, sogna di diventare un albero. Dopo vari tentativi riuscirà nel tentativo di trasfigurarsi. Nonostante il lieto fine, lascia un retrogusto di cupa malinconia.
SHH di Adam Robb. Dall’Australia un corto bellissimo in cui l’idea, applicata ad una tecnica semplice, regala cinque minuti entusiasmanti. Un bambino non vuole saperne di smettere di piangere. Esplorando il suo inconscio si cercherà di tramutare gli elementi negativi in positivi. Impossibile da raccontare è da vedere e gustare. Geniale.
BIG CAN CAN di Steve Agland. Un frenetico can can ballato da bidoni della spazzatura animati in digitale. Folle e divertente, un’altra sorpresa dall’Australia.
PINOCCHIO di Michele Restaino. Nell’anno del celebrativo e deludente Pinocchio di Benigni, una dissacrante vendetta del burattino di legno nei confronti di Geppetto, ripetutamente preso a martellate. Caustico e graffiante.
PASSING MOMENTS di Don Phillips. Un uomo e una donna in autobus animati in computer grafica. Dagli Stati Uniti, un glossario non particolarmente incisivo delle occasioni perdute.
DAS RAD di Chris Stenner, Heidi Wittilinger, Arvid Uibel. Storia di due pietre, da prima della nascita dell’uomo fino a dopo la sua scomparsa. Tutto passa, cambia e si evolve, ma le due pietre hanno i soliti problemi quotidiani da affrontare: la noia e il muschio. Le pietre sono animate in stop motion e, essendo entità geologiche, per loro il tempo passa molto lentamente, mentre l’evoluzione corre a velocità frenetica. Ottimo connubio tra tecnica e racconto.

Molti anche gli incontri con addetti ai lavori:  

Rob Bredow della "Sony Imageworks", che ha presentato il making-of di "Stuart Little II"
Chris Peterson della "Walt Disney", che ha spiegato le tecniche di creazione dei personaggi 3D per i parchi a tema
Art Leonardi, disegnatore della Pantera Rosa, che ha mostrato i titoli di testa dei film di Blake Edwards e raccontato gustosi aneddoti
Ned Gorman dell’"Industrial Light & Magic", che ha presentato i personaggi 3D degli ultimi lungometraggi
John Howe della "Weta Film", che ha inoltrato il pubblico nei segreti digitali della Terra di Mezzo attraverso il making-of de "Il Signore degli Anelli — Le Due Torri"
Frame, cioè due ragazzi napoletani, che hanno raccontato il loro lavoro di creazione di una colonna sonora Dolby Digital attraverso il making-of di "Inverno" di Nina di Majo


Ma uno degli appuntamenti più interessanti è stato sicuramente:  

INCONTRO CON GODFREY REGGIO
Il festival ha dedicato una retrospettiva al mitico autore della trilogia iniziata nel 1983 con "Koyaanisqatsi", proseguita nel 1988 con "Powaqqatsi" e giunta al termine quest’anno con "Naqoyqatsi". Ma è lo stesso Godfrey Reggio, un carismatico omone di più di due metri dall’aria molto guru, a raccontarsi al pubblico. Comincia l’incontro spiegando che avrebbe voluto mostrare "Evidence", girato a Roma nel 1995, ma non essendo riuscito a predisporne una copia opta per un racconto del film dalla sua viva voce. "Il film", spiega Reggio, "si sofferma sulle reazioni di alcuni bambini che stanno guardando alla televisione Dumbo". Ma ecco la descrizione dalle vive parole del regista, che inventa una sorta di innovativo reading-film:
"facce di bambini"
"occhi immobili, rapiti dalle immagini"
"respiro quasi assente"
"un’emozione catatonica dei bambini, quasi come sotto l’effetto del Prozac"
"ed in effetti la loro droga è la televisione
"
Da questo momento in poi Reggio comincia un viaggio nella Tecnologia a base di efficaci slogan, maturati con l’esperienza personale sul campo e filtrati attraverso la serenità della consapevolezza. Ecco alcuni estratti del suo discorso.
"Si parla di televisione dall’esterno e non dall’interno. Sesso e violenza sono solo una minima parte del problema. Come maceratori di luce, assorbiamo la luminosità che esce dal tubo catodico senza metterla in discussione"

Poi ancora:
"Cinquecento anni fa in Florida, quattro navi cercavano di attraccare. C’era grande agitazione a causa degli indiani che abitavano la baia. Si stava per realizzare il primo incontro tra popoli diversi. Quando sbarcarono i primi cinquanta bianchi, gli indiani non se ne curarono e li trattarono con indifferenza. Spagnoli e indiani erano invisibili gli uni agli altri. Noi siamo gli indiani di cinquecento anni fa e viviamo coltivando un incredibile potere ma rischiamo di finire schiavizzati perché non siamo capaci di vedere ciò che ci circonda."
"I tre film QATSI sono sulla tecnologia, parola ormai inflazionata e priva di significato. Di solito si dice che la tecnologia è neutrale, dipende dall’utilizzo che se ne fa. Questo per me è un grande errore. Non è qualcosa che usiamo, ma qualcosa che viviamo. La Tecnologia è la nuova terraferma dell’individuo."
"Tutti i linguaggi non descrivono più l’ambiente in cui viviamo. Si può parlare di Losangeleizzazione del pianeta e il mondo è passato da un ANIMAMUNDI, che valorizza le differenze, a un TECNOMUNDI, in cui le differenze sono annullate in nome di una presunta unità"

Dopo queste prime dichiarazioni sorgono spontanee domande sulla professione esercitata dallo stesso Reggio. In fondo è un regista che mastica quotidianamente la tecnologia e nell’ultimo QATSI fa ampio uso di computer grafica. Non è una contraddizione? Ecco allora che, quasi in grado di leggere il pensiero, prontamente Reggio risponde:
"Faccio film. Lavoro con le immagini e quindi con i demoni. L’autore brasiliano Paolo Fredi fu esiliato in Svizzera dopo avere scritto "Tecnologia dell’oppresso" a causa del suo tentativo di rinominare il mondo. È per questo che la trilogia non ha parole: un’immagine, per me vale mille parole; una parola vale mille immagini"
     
Poi si sofferma sui film della trilogia:
"Koyaanisqatsi analizza la realtà del mondo cosiddetto del Nord, dominato dalla Tecnologia" "Powaqqatsi si occupa del mondo del Sud, in cui sopravvivono l’artigianato e la semplicità. Il concetto chiave è che i paesi del Sud sono consumati dal Nord"
"Naqoyqatsi" affronta la globalizzazione, che trova fondamento nell’immagine manufatta"
"I primi due film sono girati in esterni, mentre per l’ultimo le location sono le immagini stesse, che vengono torturate e modificate"

"In tutti e tre i film la musica è di Philip Glass e ha la funzione di raggiungere direttamente l’anima dell’ascoltatore. Ecco quindi la rinuncia ad un linguaggio esplicito e la scelta della metafora. Il computer è sotteso ad ognuno dei tre film. Il computer ha assunto un ruolo divino, il nuovo Pantheon, un Dio che adoriamo e che sta ricreando il mondo a sua immagine e somiglianza. Il computer produce ciò che rappresenta, una sorta di nuovo sacramento. Il computer è il nuovo Frankenstein, non quello hollywoodiano, ma quello originale di Mary Shelley. Il computer utilizza linguaggi talmente estremi che la lingua non può esprimerli"
"Al di là degli effetti pirotecnici è necessaria questa dipendenza dal computer ai fini della sopravvivenza. Ecco perché siamo tutti dei Cyborg. Diventiamo ciò che i nostri sensi ci fanno percepire, diventiamo l’ambiente che ci circonda, quindi diventiamo tecnologia. Non siamo creature della nostra mente. È il nostro comportamento che condiziona la nostra mente e non viceversa. Il prezzo che paghiamo è la perdita della libertà. Siamo liberi quando conosciamo ciò che ci soggioga. Potremmo provare a dire NO, ma è impossibile e per fortuna la vita è questo e quello. La libertà è abbracciare le contraddizioni della vita. Questi film trattano del valore positivo della negazione. Sono pessimista, ma è l’unica via al cambiamento, quindi metterei la parola pessimista tra virgolette, utilizzando un modo di dire che è entrato fastidiosamente nella quotidianità."
 
E per finire
"La trilogia celebra la tragedia: la mancanza di speranza è stata esclusa dalla nostra vita. Traendo spunto dai Greci, la tragedia assume un ruolo catartico. Non esiste destino senza la capacità di resistere. Continuiamo quindi a lottare contro la dipendenza dalla tecnologia".



La locandina del FutureFilmFestival 2003



















Immagini tratte dalla
trilogia di Godfrey Reggio

Koyaanisqatsi
Powaqqatsi
Naqoyqatsi
 
 Pagine ottimizzate per Explorer e Opera, risoluzione monitor 800x600
© 2002-2003 altrocinema.it