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Future Film Festival 2003
di Luca Baroncini
Dal 15 al 19 gennaio 2003 si è svolta
a Bologna la quinta edizione del Future Film Festival, il Festival
delle Nuove Tecnologie del Cinema dAnimazione. Il programma,
ricco e interessante, non è stato supportato dallorganizzazione,
particolarmente caotica e farraginosa. Tanti i disagi per i volenterosi
fruitori, con lunghe file al freddo di gennaio, non sempre premiate
dallaccesso in sala, e molti inconvenienti tecnici non sempre
imprevedibili. Quanto al cuore della manifestazione, (film, short
e incontri), davvero tante le opportunità. Tra i film,
oltre allanteprima de "Il Signore degli anelli - Le due
torri":
"Spirited away",
vincitore dellOrso dOro allultimo Festival di
Berlino; il regista giapponese Hayao Miyazaki conferma le sue doti
di poeta del cartone animato raccontando liniziazione alla
vita della piccola Chihiro nel difficile passaggio dallinfanzia
alladolescenza. Un viaggio irto di difficoltà e prove
da superare, non sempre immediato per lo spettatore ma in grado
di regalare un punto di vista prezioso.
"My beautiful girl, Mari", lungometraggio coreano
di Sung-gang Lee, in cui la fuga in un mondo fantastico racchiude
la paura di crescere del giovane protagonista. Del film colpisce
la tecnica sofisticata (una colorazione bidimensionale nasconde
morbidamente lanimazione in 3D) e la sensibilità della
narrazione, tutta incentrata su una nostalgia che non diventa mai
rimpianto ma lucida consapevolezza.
"Hotel", lesperimento di Mike Figgis (ospite
del Festival) che tenta di abbinare lagilità delle
riprese in digitale con limprovvisazione degli attori, ma
si perde in un compiacimento dellimmagine, allinizio
accattivante, poi sempre più fastidioso. Se non fosse per
i tanti divi che hanno accettato di aderire al progetto, il film
perderebbe qualsiasi attrattiva.
"Luovo", pubblicizzato come il primo lungometraggio
tridimensionale italiano e ampiamente sostenuto dallorganizzazione
(i due direttori, Giulietta Fara e Oscar Cosulich, gli hanno attribuito
un premio), è in realtà un mediometraggio ambizioso,
non privo di fascino, ma poco comunicativo. Una cornice coraggiosa
(immagini di derivazione pittorica, narrazione affidata a ricercati
endecasillabi) copre i limiti tecnici (inespressività dei
personaggi di sintesi) e una morale di dubbia condivisione (tutta
incentrata sulla famiglia come baluardo sociale) soffoca i personaggi.
"Elysium", ancora dalla Corea un film di fantascienza
interamente in computer grafica in cui la tecnica è al servizio
dellazione ma non delle sfumature dei personaggi che, con
volti di anonimi Big Jim, risultano privi di anima.
"Mercano el Marciano": una sorpresa dallArgentina,
con un marziano (verde come da tradizione) che capita in una Buenos
Aires devastata da problemi economici e conflitti sociali. Simpatico
e caustico, si affida ad una satira un po grossolana.
"Ghost ship" di Steve Beck: una ghost story in
cui la casa, luogo culto per generare tensione e creare conflitti,
è sostituita da unenorme nave da crociera contenente
un tesoro. Molta azione, pochi brividi e qualche trovata interessante.
"La carica dei 101 II - Macchia un eroe a Londra":
solo per lhome-video lennesimo seguito del famoso cartone
animato di Walt Disney. A dispetto della totale commercialità
del progetto (battere cassa facendo leva su un immaginario consolidato),
il film non tradisce lo spirito delloriginale e si vede con
simpatia, grazie soprattutto a personaggi di contorno ben caratterizzati.
Molto ricca la sezione "Future
Film Short", che ha presentato unampia selezione di cortometraggi
da tutto il mondo. Tra gli altri:
QUI VEUT DU PATÈ DE FOLE? di
Anne-Laure Bizot e Amélie Graux. Un mondo grottesco, sottolineato
da un incisivo e straniante tema musicale, in cui un bambino è
circondato da una famiglia che si preoccupa solo di mangiare il
più possibile. Il piccolo troverà rifugio nel frigorifero,
ma non riuscirà a sfuggire alla voracità dei familiari.
Un universo sinistro e inquietante reso con efficacia da unanimazione
a passo uno di pupazzi in plastilina.
MOUSE di Wojtek Wawszczyk. Produzione tedesca che evoca atmosfere
kafkiane in cui luomo è socialmente riconosciuto in
base allanimale che lo accompagna. Il protagonista è
malvisto a causa di un topolino. Una interessante e ben condotta
critica al conformismo e alle trappole sociali.
PUPPETS di Andrea Fazzini. Uno dei pochi corti italiani presenti
nella rassegna. Sembra più che altro il promo di un videogioco,
con il solito cyborg che impazzisce e vive di vita propria. Poco
originale ma efficace nellanimazione in computer grafica.
COSMIC COWBOYS di Francois Rosso, Hugo Gittard, Laurent Nicolas.
Dalla Francia arriva un coniglietto rosa apparentemente innocuo
in realtà cattivissimo. Ritmato e a tratti divertente, si
dimentica in fretta.
LE PAPILLON di Antoine Antin,
Jenny Rakotomamonjy. Ancora la Francia con una breve storia ambientata
nel Giappone feudale. Efficaci, nella loro semplicità, i
fondali in acquerello.
HISTOIRE DE CESARIA di
Camille Henrot. È uno dei corti più interessanti della
rassegna, proviene dalla Francia e ha ricevuto il premio speciale
della giuria al "Festival International du Film dAnimation
di Annecy". Racconta, in un evocativo bianco e nero, la presa
di coscienza della fruttivendola Cesaria, che passa il giorno al
lavoro e la vita a fianco di un uomo che la ignora. Liberandosi
di ciò che non la soddisfa riuscirà a raggiungere
una nuova consapevolezza.
KAYAS SCREEN TEST di Alceu Baptistao. Dal Brasile pochi fotogrammi
dimostrano lelevato livello tecnico raggiunto nella creazione
di personaggi di sintesi umani. Una giovane e bella ragazza insinua
per pochi secondi il dubbio: vera o digitale?
THE CATHEDRAL di Tomek Baginski. Un corto di fantascienza
polacco in cui la tecnica domina sul racconto. Apocalittico, a tratti
suggestivo, ma lungo e poco coinvolgente.
SALLY BURTON di Anna Kubik. Rievoca atmosfere alla Tim Burton
questo bel cortometraggio tedesco in cui una inquietante ragazza,
dai capelli crespi e dal volto affusolato, sogna di diventare un
albero. Dopo vari tentativi riuscirà nel tentativo di trasfigurarsi.
Nonostante il lieto fine, lascia un retrogusto di cupa malinconia.
SHH di Adam Robb. DallAustralia un corto bellissimo
in cui lidea, applicata ad una tecnica semplice, regala cinque
minuti entusiasmanti. Un bambino non vuole saperne di smettere di
piangere. Esplorando il suo inconscio si cercherà di tramutare
gli elementi negativi in positivi. Impossibile da raccontare è
da vedere e gustare. Geniale.
BIG CAN CAN di Steve Agland. Un frenetico can can ballato
da bidoni della spazzatura animati in digitale. Folle e divertente,
unaltra sorpresa dallAustralia.
PINOCCHIO di Michele Restaino. Nellanno del celebrativo
e deludente Pinocchio di Benigni, una dissacrante vendetta del burattino
di legno nei confronti di Geppetto, ripetutamente preso a martellate.
Caustico e graffiante.
PASSING MOMENTS di Don Phillips. Un uomo e una donna in autobus
animati in computer grafica. Dagli Stati Uniti, un glossario non
particolarmente incisivo delle occasioni perdute.
DAS RAD di Chris Stenner, Heidi Wittilinger, Arvid Uibel.
Storia di due pietre, da prima della nascita delluomo fino
a dopo la sua scomparsa. Tutto passa, cambia e si evolve, ma le
due pietre hanno i soliti problemi quotidiani da affrontare: la
noia e il muschio. Le pietre sono animate in stop motion e, essendo
entità geologiche, per loro il tempo passa molto lentamente,
mentre levoluzione corre a velocità frenetica. Ottimo
connubio tra tecnica e racconto.
Molti anche gli incontri con addetti ai lavori:
Rob Bredow della "Sony Imageworks", che ha presentato
il making-of di "Stuart Little II"
Chris Peterson della "Walt Disney", che ha spiegato
le tecniche di creazione dei personaggi 3D per i parchi a tema
Art Leonardi, disegnatore della Pantera Rosa, che ha mostrato
i titoli di testa dei film di Blake Edwards e raccontato gustosi
aneddoti
Ned Gorman dell"Industrial Light & Magic",
che ha presentato i personaggi 3D degli ultimi lungometraggi
John Howe della "Weta Film", che ha inoltrato il
pubblico nei segreti digitali della Terra di Mezzo attraverso il
making-of de "Il Signore degli Anelli Le Due Torri"
Frame, cioè due ragazzi napoletani, che hanno raccontato
il loro lavoro di creazione di una colonna sonora Dolby Digital
attraverso il making-of di "Inverno" di Nina di Majo
Ma uno degli appuntamenti più
interessanti è stato sicuramente:
INCONTRO CON GODFREY REGGIO
Il festival ha dedicato una retrospettiva al mitico autore della
trilogia iniziata nel 1983 con "Koyaanisqatsi",
proseguita nel 1988 con "Powaqqatsi" e giunta al
termine questanno con "Naqoyqatsi". Ma è
lo stesso Godfrey Reggio, un carismatico omone di più di
due metri dallaria molto guru, a raccontarsi al pubblico.
Comincia lincontro spiegando che avrebbe voluto mostrare "Evidence",
girato a Roma nel 1995, ma non essendo riuscito a predisporne una
copia opta per un racconto del film dalla sua viva voce. "Il
film", spiega Reggio, "si sofferma sulle
reazioni di alcuni bambini che stanno guardando alla televisione
Dumbo". Ma ecco la descrizione dalle vive parole del regista,
che inventa una sorta di innovativo reading-film:
"facce di bambini"
"occhi immobili, rapiti dalle immagini"
"respiro quasi assente"
"unemozione catatonica dei bambini, quasi come sotto
leffetto del Prozac"
"ed in effetti la loro droga è la televisione"
Da questo momento in poi Reggio comincia un viaggio nella Tecnologia
a base di efficaci slogan, maturati con lesperienza personale
sul campo e filtrati attraverso la serenità della consapevolezza.
Ecco alcuni estratti del suo discorso.
"Si parla di televisione dallesterno e non dallinterno.
Sesso e violenza sono solo una minima parte del problema. Come maceratori
di luce, assorbiamo la luminosità che esce dal tubo catodico
senza metterla in discussione"
Poi ancora:
"Cinquecento anni fa in Florida, quattro navi cercavano di
attraccare. Cera grande agitazione a causa degli indiani che
abitavano la baia. Si stava per realizzare il primo incontro tra
popoli diversi. Quando sbarcarono i primi cinquanta bianchi, gli
indiani non se ne curarono e li trattarono con indifferenza. Spagnoli
e indiani erano invisibili gli uni agli altri. Noi siamo gli indiani
di cinquecento anni fa e viviamo coltivando un incredibile potere
ma rischiamo di finire schiavizzati perché non siamo capaci
di vedere ciò che ci circonda."
"I tre film QATSI sono sulla tecnologia, parola ormai inflazionata
e priva di significato. Di solito si dice che la tecnologia è
neutrale, dipende dallutilizzo che se ne fa. Questo per me
è un grande errore. Non è qualcosa che usiamo, ma
qualcosa che viviamo. La Tecnologia è la nuova terraferma
dellindividuo."
"Tutti i linguaggi non descrivono più lambiente
in cui viviamo. Si può parlare di Losangeleizzazione del
pianeta e il mondo è passato da un ANIMAMUNDI, che valorizza
le differenze, a un TECNOMUNDI, in cui le differenze sono annullate
in nome di una presunta unità"
Dopo queste prime dichiarazioni sorgono spontanee domande sulla
professione esercitata dallo stesso Reggio. In fondo è un
regista che mastica quotidianamente la tecnologia e nellultimo
QATSI fa ampio uso di computer grafica. Non è una contraddizione?
Ecco allora che, quasi in grado di leggere il pensiero, prontamente
Reggio risponde:
"Faccio film. Lavoro con le immagini e quindi con i demoni.
Lautore brasiliano Paolo Fredi fu esiliato in Svizzera dopo
avere scritto "Tecnologia delloppresso" a causa
del suo tentativo di rinominare il mondo. È per questo che
la trilogia non ha parole: unimmagine, per me vale mille parole;
una parola vale mille immagini"
Poi si sofferma sui film della trilogia:
"Koyaanisqatsi analizza la realtà del mondo cosiddetto
del Nord, dominato dalla Tecnologia" "Powaqqatsi si occupa
del mondo del Sud, in cui sopravvivono lartigianato e la semplicità.
Il concetto chiave è che i paesi del Sud sono consumati dal
Nord"
"Naqoyqatsi" affronta la globalizzazione, che trova fondamento
nellimmagine manufatta"
"I primi due film sono girati in esterni, mentre per lultimo
le location sono le immagini stesse, che vengono torturate e modificate"
"In tutti e tre i film la musica è di Philip Glass
e ha la funzione di raggiungere direttamente lanima dellascoltatore.
Ecco quindi la rinuncia ad un linguaggio esplicito e la scelta della
metafora. Il computer è sotteso ad ognuno dei tre film. Il
computer ha assunto un ruolo divino, il nuovo Pantheon, un Dio che
adoriamo e che sta ricreando il mondo a sua immagine e somiglianza.
Il computer produce ciò che rappresenta, una sorta di nuovo
sacramento. Il computer è il nuovo Frankenstein, non quello
hollywoodiano, ma quello originale di Mary Shelley. Il computer
utilizza linguaggi talmente estremi che la lingua non può
esprimerli"
"Al di là degli effetti pirotecnici è necessaria
questa dipendenza dal computer ai fini della sopravvivenza. Ecco
perché siamo tutti dei Cyborg. Diventiamo ciò che
i nostri sensi ci fanno percepire, diventiamo lambiente che
ci circonda, quindi diventiamo tecnologia. Non siamo creature della
nostra mente. È il nostro comportamento che condiziona la
nostra mente e non viceversa. Il prezzo che paghiamo è la
perdita della libertà. Siamo liberi quando conosciamo ciò
che ci soggioga. Potremmo provare a dire NO, ma è impossibile
e per fortuna la vita è questo e quello. La libertà
è abbracciare le contraddizioni della vita. Questi film trattano
del valore positivo della negazione. Sono pessimista, ma è
lunica via al cambiamento, quindi metterei la parola pessimista
tra virgolette, utilizzando un modo di dire che è entrato
fastidiosamente nella quotidianità."
E per finire
"La trilogia celebra la tragedia: la mancanza di speranza è
stata esclusa dalla nostra vita. Traendo spunto dai Greci, la tragedia
assume un ruolo catartico. Non esiste destino senza la capacità
di resistere. Continuiamo quindi a lottare contro la dipendenza
dalla tecnologia".
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La locandina del FutureFilmFestival
2003
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Immagini tratte dalla
trilogia di Godfrey Reggio
Koyaanisqatsi
Powaqqatsi
Naqoyqatsi
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