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Gli esclusi dall'Oscar

Il 29 febbraio scorso a Hollywood si è tenuta la consueta cerimonia della consegna degli Oscar. Tra i film stranieri proposti dal proprio paese di provenienza ci sono stati parecchi esclusi, con pellicole che hanno avuto molto successo sia di pubblico che di critica. Oltre all’italiano “Io non ho paura” di Gabriele Salvatores, già vincitore di un premio Oscar con “Mediterraneo”, sono rimasti fuori il russo "Il Ritorno”, che ha vinto il Leone d’Oro a Venezia e l’islandese “Nòi Albinòi”. Entrambi i film con le loro storie, la loro sensibilità e le loro ambientazioni sono due punti di vista differenti da quello che ci raccontano (o non ci raccontano) i media sulla società russa e islandese.
di Barbara Sorrentini


Lo struggente film di Andrej Zvyaginstev “Il Ritorno” racconta di un presunto padre che ritorna a casa e di due ragazzini che da un giorno all’altro si ritrovano con questo sconosciuto in un luogo splendido e inquietante, come se fosse dell’anima. Tra rapporti confusi e ambigui scorrono sullo schermo diverse chiavi interpretative, mentre la bellezza, l’acqua e l’aria sono gli elementi forti che spiccano tra il grigio e il blu dell’immagine. In tutto questo slancio visivo la sceneggiatura sembrerebbe cadere in secondo piano, ma non è così. Il regista Andrej Zvyaginstev ha 39 anni, questo è il suo primo lungometraggio dopo una carriera da attore “finita male” (dice lui). Non parla di politica e non vuole interpretare i simboli del suo film, anche perché nel suo lavoro è già tutto molto chiaro.

Come è nato "Il ritorno"?
L’idea del film è nata dal fatto che la sceneggiatura di Vladimir Moiseenko e Alexander Novototsky era già pronta. Abbiamo scelto questa sceneggiatura che era un intermediario tra l’idea e il film stesso. Quando ho letto per la prima volta il testo completo scritto da Vladimir e Alexander mi è piaciuto e ho proposto agli sceneggiatori delle idee nuove e alcuni cambiamenti, loro li hanno accolti… so che ci sono degli sceneggiatori che non vogliono che si tocchi il loro lavoro, invece questi due ragazzi sono stati molto comprensivi, hanno capito che anche il regista è un autore del film e devo dire che con loro ho lavorato molto bene. E’ stata una buona collaborazione.

Per le atmosfere del film ti sei ispirato a qualche romanzo o hai scelto qualche riferimento tratto dalla cinematografia russa?
Direi che di riferimenti letterari precisi non ce ne sono, forse mediati, ma non me ne vengono in mente. Ci sono invece dei riferimenti pittorici, il più evidente e il più diretto è quello al “Cristo Morto” di Mantegna, di cui sono riprese persino le pieghe del sudario e tutto il resto. Aveva però una funzione ben precisa, anzi per molto tempo mi sono anche chiesto se forse non valesse la pena levarlo dal film, poi invece l’ho voluto conservare. Ci sono altre associazioni visive e pittoriche, luci, questo sì. Per quanto riguarda il cinema tutti hanno visto delle citazioni da Tarkowskj, diciamo che non erano intenzionali, ma evidentemente ci influenziamo tutti a vicenda e in effetti un cinefilo conosce delle cose quasi a livello subcosciente e poi gli vengono fuori con citazioni precise.

Dove siete andati a girare e quali sono stati i criteri di scelta delle location?
Abbiamo girato nei dintorni di Pietroburgo, vicinissimo al Lago di Ladoga e Golfo di Finlandia.
Prima di tutto avevamo bisogno di molto spazio, acqua, aria e senso di vuoto, perché questi tre personaggi, che poi sono i tre protagonisti del film, spiccassero. Quindi abbiamo scelto il nord della Russia, perché la fascia centrale è ricca di boschi con alberi a foglia che creano una specie di caos visivo, mentre invece i pini sono estremamente laconici e quindi ti danno un’idea di ascetismo e di paesaggio molto, molto essenziale. Era quello che ci serviva.

Ti aspettavi di vincere il Leone d’Oro al Festival di Venezia?
Diciamo che io volevo fare questo film per me, soprattutto per me e per i miei amici. Non mi aspettavo che toccasse vasti strati di spettatori, anzi tutto questo successo mi sembra inaspettato. Per quello che riguarda i miei desideri su quello che resta nella memoria degli spettatori, non dipende da me. Io posso sperare qualsiasi cosa ma poi sono gli spettatori che decidono. Credo che ognuno debba vederlo come vuole e, ripeto, è un film che ho fatto per me e per i miei amici che hanno più o meno la mia stessa visione della vita.

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Con “Nòi Albinòi” di Dagur Kari vediamo l’Islanda al cinema con i suoi paesaggi innevati, le luci azzurrognole e verdognole e un villaggio isolatissimo con pochissimi abitanti che tra loro si conoscono tutti. Lì vive Nòi, un ragazzo albino un po’ particolare: genio o imbecille? L’attore è Tomas Lemarquis, che dà al suo personaggio un carattere clownesco, strampalato. Tutta la storia gira intorno a lui e alla sua vita, apparentemente inutile e anche un po’ noiosa. Il regista Dagur Kari è molto giovane, questo è il suo primo lungometraggio e inoltre suona in un gruppo, gli Slow Blow, che hanno composto anche le musiche del film. Gli abbiamo chiesto di raccontarci questa storia.

A chi ti sei ispirato per dare vita a Nòi?
Questo personaggio ha avuto le basi e c’è stato un primo sviluppo quando anche io ero un adolescente. Avevo più meno l’età del protagonista e così ho cominciato a pensare a questo personaggio. Però originariamente non mi interessava farne un lungometraggio, volevo farne un cartoon. Poi mano a mano ho continuato a pensare, a raccogliere materiale e mi sono reso conto di averne abbastanza per farne un film. Così ho deciso di fare un lungometraggio e situarlo in Islanda in modo tale da chiudere completamente questo libro di una fase della mia vita.

Quanto è importante il luogo, l’Islanda e dov’è quel bellissimo villaggio immerso nella neve.
Abbiamo cercato un luogo che potesse dare l’idea di isolamento e di claustrofobia che volevamo nel film e questo villaggio si trova a nord-ovest dell’Islanda, Dolugavik.

Dove hai trovato Tomas Lemarquis, il protagonista del film?
In realtà non l’ho trovato perché lo conosco da moltissimi anni e quando ho finito di scrivere la sceneggiatura lui stava proprio cominciando la sua carriera d’attore, per cui le due cose si sono combinate. Non so dove avrei potuto trovare un’altra persona come lui.

A proposito dei tuoi studi in Danimarca, cosa ti è rimasto del Dogma?
In Islanda non ci sono molte occasioni per lavorare e per fare film, perché l’industria non è particolarmente fiorente e quindi ho intenzione di tornare in Danimarca per fare un nuovo film, ma che non ha niente a che fare con il Dogma.

Allora volevo chiederti una cosa sulla corrente “scandinava” del cinema. E’ vero secondo te che c’è una divisione tra quello che è stato ereditato da Lars Von Trier e da Kaurismaki?
Non riesco a pensare in termini generali, ma è certo che c’è molta differenza tra i due. Lars Von Trier mi sembra che cerchi di rinnovare continuamente sia il suo linguaggio che il cinema. Mentre Kaurismaki prende molto dal passato.

In una scena del film c’è una pentola piena di sangue che ad un certo punto si ribalta e va ad innaffiare i presenti in cucina. Vuole essere la parodia di un certo cinema americano?
Quella scena ci è venuta in mente quando abbiamo visto questo piatto tipico irlandese che stavano preparando. Ho pensato che sarebbe stato divertente vedere qualcuno che lo rovesciava addosso ad altri, quindi è stata una scena non prevista. E talmente non prevista che quelli che ci avevano dato in affitto la casa per girare il film si sono arrabbiati tantissimo e hanno detto: “Ma non ci avevi avvertito che avresti fatto un film splatter! Che ci avresti ridotto la casa in questo modo, con sangue dappertutto! Se lo avessimo saputo non te l’avremmo data!”

Ancora una domanda sulla musica, sulla colonna sonora e sul tuo gruppo musicale: come avete scelto l’accompagnamento alle scene?
Volevamo una musica calda e che ricordasse il clima del sud, in contrasto con il gelo e l’idea di nord del film e delle immagini. Quindi abbiamo ascoltato molta musica hawaiana, reggae, soul e abbiamo lavorato molto su quest’idea di musica: abbiamo montato, poi fatto la musica, poi ancora montato e ancora la musica, in alternanza, proprio per ottenere questo effetto caldo in contrasto con le immagini.

 

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