Lo struggente film di Andrej Zvyaginstev “Il
Ritorno” racconta di un presunto padre che
ritorna a casa e di due ragazzini che da un giorno all’altro
si ritrovano con questo sconosciuto in un luogo splendido
e inquietante, come se fosse dell’anima. Tra rapporti
confusi e ambigui scorrono sullo schermo diverse chiavi interpretative,
mentre la bellezza, l’acqua e l’aria sono gli
elementi forti che spiccano tra il grigio e il blu dell’immagine.
In tutto questo slancio visivo la sceneggiatura sembrerebbe
cadere in secondo piano, ma non è così. Il regista
Andrej Zvyaginstev ha 39 anni, questo è il suo primo
lungometraggio dopo una carriera da attore “finita male”
(dice lui). Non parla di politica e non vuole interpretare
i simboli del suo film, anche perché nel suo lavoro
è già tutto molto chiaro.
Come è nato "Il ritorno"?
L’idea del film è nata dal fatto che la sceneggiatura
di Vladimir Moiseenko e Alexander Novototsky era già
pronta. Abbiamo scelto questa sceneggiatura che era un intermediario
tra l’idea e il film stesso. Quando ho letto per la
prima volta il testo completo scritto da Vladimir e Alexander
mi è piaciuto e ho proposto agli sceneggiatori delle
idee nuove e alcuni cambiamenti, loro li hanno accolti…
so che ci sono degli sceneggiatori che non vogliono che si
tocchi il loro lavoro, invece questi due ragazzi sono stati
molto comprensivi, hanno capito che anche il regista è
un autore del film e devo dire che con loro ho lavorato molto
bene. E’ stata una buona collaborazione.
Per le atmosfere del film ti sei ispirato a qualche romanzo
o hai scelto qualche riferimento tratto dalla cinematografia
russa?
Direi che di riferimenti letterari precisi non ce ne sono,
forse mediati, ma non me ne vengono in mente. Ci sono invece
dei riferimenti pittorici, il più evidente e il più
diretto è quello al “Cristo Morto” di Mantegna,
di cui sono riprese persino le pieghe del sudario e tutto
il resto. Aveva però una funzione ben precisa, anzi
per molto tempo mi sono anche chiesto se forse non valesse
la pena levarlo dal film, poi invece l’ho voluto conservare.
Ci sono altre associazioni visive e pittoriche, luci, questo
sì. Per quanto riguarda il cinema tutti hanno visto
delle citazioni da Tarkowskj, diciamo che non erano intenzionali,
ma evidentemente ci influenziamo tutti a vicenda e in effetti
un cinefilo conosce delle cose quasi a livello subcosciente
e poi gli vengono fuori con citazioni precise.
Dove siete andati a girare e quali sono stati i criteri
di scelta delle location?
Abbiamo girato nei dintorni di Pietroburgo, vicinissimo al
Lago di Ladoga e Golfo di Finlandia.
Prima di tutto avevamo bisogno di molto spazio, acqua, aria
e senso di vuoto, perché questi tre personaggi, che
poi sono i tre protagonisti del film, spiccassero. Quindi
abbiamo scelto il nord della Russia, perché la fascia
centrale è ricca di boschi con alberi a foglia che
creano una specie di caos visivo, mentre invece i pini sono
estremamente laconici e quindi ti danno un’idea di ascetismo
e di paesaggio molto, molto essenziale. Era quello che ci
serviva.
Ti aspettavi di vincere il Leone d’Oro al Festival
di Venezia?
Diciamo che io volevo fare questo film per me, soprattutto
per me e per i miei amici. Non mi aspettavo che toccasse vasti
strati di spettatori, anzi tutto questo successo mi sembra
inaspettato. Per quello che riguarda i miei desideri su quello
che resta nella memoria degli spettatori, non dipende da me.
Io posso sperare qualsiasi cosa ma poi sono gli spettatori
che decidono. Credo che ognuno debba vederlo come vuole e,
ripeto, è un film che ho fatto per me e per i miei
amici che hanno più o meno la mia stessa visione della
vita.
...:: ::...
Con “Nòi Albinòi”
di Dagur Kari vediamo l’Islanda al cinema con i suoi
paesaggi innevati, le luci azzurrognole e verdognole e un
villaggio isolatissimo con pochissimi abitanti che tra loro
si conoscono tutti. Lì vive Nòi, un ragazzo
albino un po’ particolare: genio o imbecille? L’attore
è Tomas Lemarquis, che dà al suo personaggio
un carattere clownesco, strampalato. Tutta la storia gira
intorno a lui e alla sua vita, apparentemente inutile e anche
un po’ noiosa. Il regista Dagur Kari è molto
giovane, questo è il suo primo lungometraggio e inoltre
suona in un gruppo, gli Slow Blow, che hanno composto anche
le musiche del film. Gli abbiamo chiesto di raccontarci questa
storia.
A chi ti sei ispirato per dare vita a Nòi?
Questo personaggio ha avuto le basi e c’è stato
un primo sviluppo quando anche io ero un adolescente. Avevo
più meno l’età del protagonista e così
ho cominciato a pensare a questo personaggio. Però
originariamente non mi interessava farne un lungometraggio,
volevo farne un cartoon. Poi mano a mano ho continuato a pensare,
a raccogliere materiale e mi sono reso conto di averne abbastanza
per farne un film. Così ho deciso di fare un lungometraggio
e situarlo in Islanda in modo tale da chiudere completamente
questo libro di una fase della mia vita.
Quanto è importante il luogo, l’Islanda
e dov’è quel bellissimo villaggio immerso nella
neve.
Abbiamo cercato un luogo che potesse dare l’idea di
isolamento e di claustrofobia che volevamo nel film e questo
villaggio si trova a nord-ovest dell’Islanda, Dolugavik.
Dove hai trovato Tomas Lemarquis, il protagonista del
film?
In realtà non l’ho trovato perché lo conosco
da moltissimi anni e quando ho finito di scrivere la sceneggiatura
lui stava proprio cominciando la sua carriera d’attore,
per cui le due cose si sono combinate. Non so dove avrei potuto
trovare un’altra persona come lui.
A proposito dei tuoi studi in Danimarca, cosa ti è
rimasto del Dogma?
In Islanda non ci sono molte occasioni per lavorare e per
fare film, perché l’industria non è particolarmente
fiorente e quindi ho intenzione di tornare in Danimarca per
fare un nuovo film, ma che non ha niente a che fare con il
Dogma.
Allora volevo chiederti una cosa sulla corrente “scandinava”
del cinema. E’ vero secondo te che c’è
una divisione tra quello che è stato ereditato da Lars
Von Trier e da Kaurismaki?
Non riesco a pensare in termini generali, ma è certo
che c’è molta differenza tra i due. Lars Von
Trier mi sembra che cerchi di rinnovare continuamente sia
il suo linguaggio che il cinema. Mentre Kaurismaki prende
molto dal passato.
In una scena del film c’è una pentola piena
di sangue che ad un certo punto si ribalta e va ad innaffiare
i presenti in cucina. Vuole essere la parodia di un certo
cinema americano?
Quella scena ci è venuta in mente quando abbiamo visto
questo piatto tipico irlandese che stavano preparando. Ho
pensato che sarebbe stato divertente vedere qualcuno che lo
rovesciava addosso ad altri, quindi è stata una scena
non prevista. E talmente non prevista che quelli che ci avevano
dato in affitto la casa per girare il film si sono arrabbiati
tantissimo e hanno detto: “Ma non ci avevi avvertito
che avresti fatto un film splatter! Che ci avresti ridotto
la casa in questo modo, con sangue dappertutto! Se lo avessimo
saputo non te l’avremmo data!”
Ancora una domanda sulla musica, sulla colonna sonora
e sul tuo gruppo musicale: come avete scelto l’accompagnamento
alle scene?
Volevamo una musica calda e che ricordasse il clima del sud,
in contrasto con il gelo e l’idea di nord del film e
delle immagini. Quindi abbiamo ascoltato molta musica hawaiana,
reggae, soul e abbiamo lavorato molto su quest’idea
di musica: abbiamo montato, poi fatto la musica, poi ancora
montato e ancora la musica, in alternanza, proprio per ottenere
questo effetto caldo in contrasto con le immagini.
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