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I DIARI DELLA MOTOCICLETTA
La parola ad Alberto Granado

Nel 1952 Ernesto Guevara viveva a Buenos Aires ed era ancora uno studente in medicina. In quello stesso anno decise di partire con l’amico più grande e già laureato, Alberto Granado, per un lungo viaggio in Sud America a bordo di una Norton, la mitica Poderosa. Messa da parte la diffidenza dei parenti iniziarono il loro viaggio spostandosi verso la Patagonia, per poi trasferirsi in Cile attaverso i paesaggi innevati delle Ande. Le tappe successive furono Temuco, Valparaiso, e poi verso il Perù, il Macchu Picchu, l’Amazzonia e il Venezuela. Dai diari scritti da Ernesto Guevara durante la spedizione il regista brasiliano Walter Salles ha tratto il suo film”I diari della motocicletta”. Nel film si vede l’aspetto avventuroso a cui i due ragazzi andarono incontro, ma soprattutto si capisce come quel percorso attraverso terre fino ad allora sconosciute abbia fortemente segnato il carattere di Ernesto prima che diventasse il Che. L’incontro con le popolazioni indigene, con i poveri del Cile e con i malati di lebbra che i due hanno curato ha radicalmente modificato e impregnato gli ideali del Che. Di questo e di altro abbiamo parlato con Alberto Granado, anche lui argentino e che oggi ha 82 anni, vive a Cuba dove fino a qualche anno fa ha esercitato la sua professione di medico biologo e recentemente ha ripercorso il tragitto fatto con il Che 50 anni fa, accompagnato da Gianni Minà che ha seguito il “dietro le quinte” del film di Walter Salles.
di Barbara Sorrentini
ALBERTO GRANADO: io appartengo a quel gruppo di vecchi che sono diventati anziani senza ascoltare consigli. Sono sempre andato contro alle posizioni della famiglia, per esempio quando ho detto che avrei fatto il ricercatore tutti mi hanno detto che sarei morto di fame. Poi: vai a lavorare con i lebbrosi? Nessuno ti si avvicinerà più. Vai a comprarti una moto? Ti ammazzerai per strada. Cosa fai, vuoi fare il giro del mondo con questo ragazzino che si chiama Ernesto Guevara? E io sì, comprai la moto, diventai ricercatore, lavorai con i lebbrosi e partii con il Che. E sono qui, che ve ne pare?
La mia vita è stata segnata da tre cose; la prima è aver conosciuto Ernesto Guevara. Ernesto quando aveva 14 anni era un ragazzino, io ne avevo già 20, c’era una bella differenza d’età tra tutti e due. Comunque era una persona che aveva avuto il coraggio di andare contro la famiglia, di girare con la moto, di lasciare tutto per poi dedicarsi alla rivoluzione. Queste sono state esperienze importanti, che hanno fatto di me una persona felice, anche perché sono stato sempre coerente con le mie idee.
Io mi sento molto unito ad Ernesto, da quando l’ho conosciuto nel ’42 e anche adesso che continua a tenermi d’occhio. E parallelamente sono stato un fedele sostenitore della rivoluzione cubana di Fidel.

Per quanto Che Guevara sia ancora un simbolo importante, soprattutto per i giovani, c’è chi mette in discussione la sua figura e lo dipinge come un “guerriero spietato”. Cosa rispondi a questo tipo di revisionismo?
C’è un proverbio in spagnolo che dice che è più facile acchiappare un bugiardo che uno zoppo.
In questo momento, ma è successo spesso anche in passato, c’è chi attacca Che Guevara e c’è chi dice che è spietato. Io vi posso portare un esempio molto semplice. Quando Gianni Minà ha proiettato il suo documentario abbiamo visto che ad un certo punto compare un lebbroso, un lebbroso vivo, vero, non un attore. Un lebbroso che si ricorda benissimo delle attenzioni e del modo molto umano in cui Che Guevara si avvicinava a questi malati. Compare poi un’altra signora che racconta il modo in cui Ernesto aveva operato un altro malato ad un braccio che non riusciva a muovere e gli ha spiegato perfettamente che cosa sarebbe successo dopo. Insomma, il Che era una persona estremamente umana e si capisce dalle testimonianze di chi lo ha conosciuto davvero.
Quando Ernesto è diventato il Che e si è dedicato alla guerriglia, è cosa risaputa che quando lui prendeva dei prigionieri gli toglieva le armi e poi li lasciava andare e se tra chi combatteva contro di lui c’erano dei feriti il Che si prendeva cura di loro. E se tra due feriti di parti avversarie, uno dalla sua e una contro, Ernesto dava le cure a chi era più grave e ne aveva più bisogno. Tutte queste cose sono documenate, scritte, sono conosciute in tutto il mondo. E allora perché dicevano che il Che era spietato? In realtà perché si comportava in modo giusto. La sua giustizia veniva scambiata per spietatezza. Difatti a Cuba, dopo la rivoluzione, non ci sono più torture, non c’è più la mortalità infantile che c’era prima, ora la percentuale è molto più bassa, dal 22% è passata all’8% e oggi ogni bambino ha 15 vaccinazioni contro 15 malattie. Il Che è sempre stato fedele ai suoi ideali, diceva che “bisognava essere duri senza perdere la tenerezza”.

Se dovessi fare un bilancio della sua vita, quali sono stati i momenti più importanti e quanto ha influito l’amicizia con Ernesto Guevara?
Se posso dire di avere un merito è quello di essere sempre stato fedele ai miei principi, di avere sempre lottato contro ciò che era il male, dentro e fuori dal socialismo e questo lo devo anche al Che; perché lui aveva questa caratteristica che diceva che non bisogna mentire, lui era incapace di mentire. E già che stiamo parlando di questo voglio dire un’altra cosa, che ho già detto molte volte: cioè, che Ernesto Guevara era soprattutto un uomo di carne ed ossa, ma è anche importante ricordare che aveva dei principi fortissimi, molto solidi. Io gli dicevo sempre, per scherzo, che aveva il difetto di avere molte virtù. Perché, per esempio, il Che, Che Guevara era medico, era intelligente, valoroso, era intellettuale, poeta, era coraggioso. Sembra impossibile che ci fossero persone del genere, anche perché c’è gente che è coraggiosa e poi finisce per assaltare una banca. Per esempio. Ci sono medici che si dedicano al commercio della medicina e ci sono poeti che si vendono al miglior offerente.
Ma non sono queste le cose più importanti del Che. Le cose più importanti sono possibili per tutti, anche se difficili: 1°, questa incapacità di mentire; 2°, non accettare niente che non gli corrisponda; e la terza cosa era, dare sempre l’esempio.
Ogni volta che penso che in questa società in cui ci sono tantissime persone buone che sono dominate da gente cattiva, questa incapacità di non accettare le bugie, di affrontare i bugiardi, affrontare quelle persone che diventano ricche facendo ciò che non dovrebbero fare, vendendo idustrie, vendendo il paese com’è successo in Latino America; la grande differenza sta nel passare dal dire: bisogna fare la rivoluzione, bisogna migliorare, bisogna lottare, a dire: facciamo la rivoluzione, miglioriamo, lottiamo, è questo che bisogna fare.

Come ti è sembrato il film di Walter Salles, ti pare che abbia rispettato la realtà dei fatti e di quello che avevate vissuto voi?
Mi sembra che il film rispecchi bene lo spirito con cui sia Ernesto che io abbiamo scritto nei diari. E questo è stato possibile solamente grazie all’apporto di un gran regista con una sensibilità storica importante.

I racconti che vengono ripresi nel film sono i tuoi?
Tutto il testo fuori campo è tratto dal diario del Che e dalle lettere che scriveva a sua madre

C’è qualche scena che ha risvegliato in te dei ricordi forti, la memoria della tua vita e del tuo passato?
Sì certo, ce ne sono molte. Ma in particolare ce ne sono due che mi hanno emozionato molto e che ho visto interpretare molto bene a Gael, a Valparaiso, quando va a visitare un’anziana malata e poi il discorso del compleanno a San Pablo. Queste scene sono realizzate benissimo e mi hanno portato dei grandi ricordi.

Nel film c’è questa cosa molto bella della verità, del non saper mentire da parte del Che e poi c’era il tuo divertimento di inventare bugie per uscire dalle difficoltà. Questo è quello che si vede nel film; ma era vero?
Sì, sì era vero. Questa capacità che aveva Ernesto di affrontare sempre le bugie direttamente . E’ una cosa che ha sempre difeso e che faceva parte della personalità non solo di Ernesto Guevara ma anche del Che Guevara.

Dopo tutto questo tempo che cosa è rimasto in Latino America e a Buenos Aires?
Io sono ottimista. Ma facendo questo viaggio 50 anni dopo quello famoso, è triste che alcune popolazioni e alcune zone sono rimaste tanto povere come 50 anni fa. Però si vedono in America Latina alcune spinte positive, come per esmpio che un ex sindacalista metallurgico è diventato presidente. E che in Argentina abbiano votato contro la corruzione del presidente di turno. Credo che questo indica che la gente si sta poco a poco risvegliando, è un segno di speranza.
 

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