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La 25esima ora
di Barbara Sorrentini

E’ notte, due uomini parlano davanti alla finesta di un grattacielo di New York. Sono amici da parecchio tempo e raccontano di sé, dei loro errori compiuti durante la propria vita e dell’impossibilità di un riscatto. La macchina da presa va a guardare fuori dalla finestra e riprende a volo d’uccello l’area sottostante. Un enorme cantiere è al lavoro sotto i riflettori per ripristinare i buchi e le macerie di Ground Zero, i resti del crollo delle torri gemelli.
Questa scena inserita ne “La 25esima ora” è costata a Spike Lee, non solo le prevedibili polemiche, ma anche una serie di ritardi per l’uscita del suo ultimo film. Eppure per il regista questa scena rappresenta un atto d’amore per la città in cui vive e che ha sempre fatto da sfondo alle sue storie cinematografiche, quasi come se fosse un personaggio.
La “25esima ora” si svolge nell'arco di 24 ore, le ultime che Monty Brogan (un grandioso Edward Norton imbroglione e raffinato), passa in libertà prima di entrare in carcere con l’accusa di narcotraffico. Durante questa giornata Monty rivede e ripensa tutta la sua vita: tenta di recuperare un legame con il padre, trascorre la maggior parte del tempo con i suoi due migliori amici e viene accecato dal dubbio che sia stata la sua fidanzata a fare la soffiata alla polizia. Monty lotta con ciò che ha fatto in passato e con la responsabilità delle sue scelte, addossando la colpa a chi gli sta vicino e manifestando i sentimenti inespressi che sono maturati nel tempo, fino alla presa di coscienza delle proprie azioni.
Il film descrive 24 ore di struggimento, di malinconia, di tristezza e di sofferta accettazione. Spike Lee dà il meglio di sé muovendo la macchina da presa tra locali pieni di fumo e musica, per le strade dell’alba newyorkese fotografata da Rodrigo Prieto (“Amores Perros”, “Frida”) e nell’anima del protagonista.
La musica di Richard Blanchard sottolinea gli satati d’animo, il senso di vuoto, di solitudine e quel che resta della speranza di un uomo che ama e odia nello stesso tempo la propria città.

David Benioff è l’autore de “La 25esima Ora”, il romanzo da cui Spike Lee ha tratto il suo ultimo film. Riportiamo di seguito la recensione del libro pubblicata sul sito www.ristretti.it
di Nicola Sansonna
L’autore, David Benioff, vive a Los Angeles. Ha pubblicato numerosi racconti. “La venticinquesima ora” è il suo primo romanzo, racconta dell’ultima giornata da uomo libero di Monty Brogan, che, condannato a sette anni per spaccio di droga, prima di entrare nella prigione federale vuol passare le sue ultime ore con amici e fidanzata e interrogarsi sulle sue scelte di vita. La venticinquesima ora è già diventato il soggetto di un film diretto da Spike Lee
.

"Trovarono il cane nero addormentato sul ciglio della West Side Highway, immerso nei suoi sogni da cane. Una povera bestia sciancata, l’orecchio sinistro ridotto in poltiglia, decine di bruciature di sigarette sulla pelle: un cane da combattimento abbandonato alla mercé dei topi"
La prima immagine che David Benioff dà ai suoi lettori è quella del cane morente. Forte, giovane, muscoloso, ma umiliato, ferito, ormai alla mercé dei topi e delle mosche. In quel cane che un po’ gli assomiglia, il protagonista del romanzo La venticinquesima ora, Monty Brogan, vede se stesso, e quelle migliaia di giovani che a muso duro sfidano giornalmente la grande metropoli, New York, cercando scorciatoie. Per fare soldi, avere successo, belle donne, potere.
I personaggi del romanzo appartengono a tutte le categorie sociali, ma cosa può mai accomunare agenti di borsa di Wall Street assetati di soldi, insegnanti liceali che fantasticano dietro le proprie allieve, studenti, malavitosi russi, belle donne, spietati gangster newyorkesi? é semplice: divertirsi e fare soldi. E tutti sono legati l’uno all’altro dalla droga. Tra loro, c’è chi la vende all’ingrosso, chi la smercia al dettaglio, chi la usa. Quando qualcuno è disposto a pagare per qualcosa, qualunque sia la merce richiesta, state pur certi che ci sarà sempre qualcun altro disposto a vendergliela. Monty diventa spacciatore per i suoi compagni di scuola più che altro per spacconeria. Sente che alcuni di loro stanno racimolando 60 dollari per comprare dell’erba. "Vi stanno fregando" gli dice, "io posso procurarla per 40".
Non aveva mai visto la droga, la trova da amici e la rivende sottocosto. Si fa un nome, ora sanno in molti che possono procurarsi da lui roba buona a basso prezzo. Inizia la sua ascesa. Come in tutti i campi, il prezzo e la qualità fanno il mercato. Monty si dimostra un ottimo manager di se stesso. Nel volgere di pochi anni, guadagna molti soldi. Prende un lussuoso appartamento in zona residenziale, una macchina di lusso. Dal boss che controlla il traffico della droga, Uncle Blue, gli viene assegnato un guardaspalle, per proteggere i suoi affari, dal momento che rapinare pusher pieni di soldi sembra lo sport preferito dei balordi di New York.
Monty è ormai un piccolo idolo. Gestisce bene il suo businnes. Ma quando tutto sembra andare per il meglio… accade! Gli piomba la polizia in casa, viene trovata droga, e lui si becca sette anni di galera. Qualcuno lo ha tradito? Un suo errore? È l’inizio della fine. Monty sa battersi. Colpisce duro, e colpisce sempre per primo. Ma questa volta sembra sia caduto in una trappola, lo hanno colpito gli altri e, come nelle zuffe senza regole, sta vincendo chi ha colpito per primo molto duramente.
Monty all’inizio resta fuori dalla galera su cauzione, il bar del padre fa da garanzia. Ma non vuole scappare, quel bar è la vita per suo padre, almeno così crede. Poi arriva l’ultima notte di libertà, e la mattina seguente lui dovrà prendere la corriera e da solo recarsi in carcere. Gli sembra un incubo. Ma ci sono 24 ore ancora tutte da vivere, e vuole viverle! Gli amici organizzano per lui una festa nel più bel locale alla moda.
Fanno festa, ma non sono degli illusi, conoscono le regole di quella vita. Il pesce piccolo divorato dal pesce più grosso, divorato a sua volta dal pesce più grosso ancora. Ora il pesce più grosso di tutti sta per divorare Monty, che è lì terrorizzato dall’idea del carcere per la sua violenza intrinseca e per tutto ciò che gli raccontano che può accadergli, compreso diventare per forza la fidanzata di qualcuno, ed è un’esperienza che lui proprio non ci tiene a fare.
Il carcere descritto dai personaggi del romanzo è quello che conosciamo da molti film americani, in cui la scena di violenza sessuale difficilmente manca, in cui sangue soprusi e violenze sono all’ordine del giorno. È un’idea di carcere tanto cara alla tradizione hollywoodiana, usata sempre da chiunque decida di scrivere una storia di galera. Non sto affermando che molto di ciò che viene mostrato nei film americani non sia vero, ma hai la sensazione che ti venga presentato un cliché: il carcere stile Hollywood standardizzato per tutte le occasioni. E anche in questo romanzo si ha l’impressione che l’effetto cercato dall’autore sia quello di creare un fattore terrorizzante, un potente elemento di paura, più che di affrontare davvero una descrizione realistica della vita da detenuti. Naturalmente coglie nel segno. Sesso, violenza e sangue fanno sempre centro, e sono ingredienti che David Benioff utilizza bene.
Monty vive le ore che lo separano dal carcere con rabbia e ironica rassegnazione. La sua ultima notte di libertà la vuole vivere tutta sino all’ultimo istante. In una notte possono accadere cose che valgono una vita, il destino è sempre bizzarro, niente è mai così lineare come può sembrare.
Un amico gli dice brutalmente: "Non posso aiutarti, come tu non puoi aiutare me. Nessuno ci può aiutare e noi non possiamo aiutare nessuno". Tutti sono comunque prolifici di consigli con lui. Uncle Blue, il boss che controlla il giro di droga, gli suggerisce: "Quando sarai laggiù (in carcere) guardati intorno. Trova uno senza protezione, un uomo senza amici e picchialo fino a fargli uscire il sangue dagli occhi. Fai in modo che pensino che sei un po’ pazzo, ma anche rispettoso verso le persone giuste". A Monty tutte queste logiche appaiono banali. Una commedia idiota, recitata da patetici delinquenti che ripetono le stesse frasi già dette in precedenza da infinite generazioni di patetici delinquenti. Si rende conto che una parte della sua vita sta per concludersi. Da domani niente resterà come oggi, la sua ragazza forse diverrà la ragazza di un suo ex amico, tutti continueranno la loro vita, mentre lui marcirà in galera per sette anni, e chissà se ne uscirà vivo. La notte scorre, è l’alba. C’è una macchina che viaggia verso una destinazione certa (il carcere), ma dietro la curva si nasconde l’ignoto, un bivio, l’incertezza del futuro. Chi è alla guida può seguire il percorso, che dovrebbe essere obbligato, verso la galera, ma può anche decidere di rischiare il tutto per tutto deviando da quel percorso. Questo è un libro che ti lascia sicuramente con il fiato sospeso sino all’ultima riga.








 
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