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La felicità non costa niente
intervista a Mimmo Calopresti
di Barbara Sorrentini
Mimmo Calopresti appare spesso come
una figura un po controversa. Chissà perché.
Sarà forse perché i suoi film vengono sempre rivalutati
alluscita di quello successivo, o perché una volta
abbandonati i temi politico-sociali si è dedicato ad analizzare
i sentimenti più profondi, fino allesistenzialismo.
Ed è il caso di questo ultimo film, La felicità
non costa niente. Sono passati 9 anni dal suo lungometraggio
desordio, La seconda volta, con Nanni Moretti protagonista
nei panni di un professore che, a distanza di 12 anni, incontra
la ragazza che aveva tentato di ucciderlo con uno sparo in testa
e la segue per capire il perché di quel gesto, ricostruendo
le radici del terrorismo degli anni 70. Poi cè
stato La parola amore esiste, che prendeva a soggetto la
nevrosi e i suoi legami con il sentimento amoroso, e pochi anni
fa uscì il film Preferisco il rumore del mare, dove
Calopresti interpretava un prete, molto laico, che aiutava gli immigrati
ad integrarsi in una città fredda e inospitale, come Torino.
La stessa città in cui Calopresti ambientò i suoi
due film dedicati alla Fiat dove il padre immigrato dal sud Italia,
aveva lavorato per 25 anni.
Ne La felicità non costa niente Mimmo Calopresti è
anche protagonista, interpreta un architetto, ricco, con moglie,
figlio e unamante. Finchè ad un certo punto perde (o
molla) tutto, a causa di un lieve incidente stradale che lo obbliga
a mettere in discussione la sua vita. Si separa dalla moglie, viene
lasciato dallamante e va a lavorare sempre meno; anche gli
amici più cari lo lasciano solo, infastiditi dalla sua sete
di franchezza, senza mediazioni. La chiave di svolta, che rende
il film più comprensibile trasformando anche il personaggio
principale, arriva a metà film; quando diventa chiaro che
lincidente stradale è soltanto un pretesto per mettere
in discussione il proprio passato e se stesso, a causa di ragioni
più gravi e profonde.
Con La felicità non costa niente, Calopresti rivendica
il diritto alla felicità come conseguenza della libertà
e lo fa con gli esempi che gli sono più vicini, raccontando
un individuo che fa i conti con la propria vita. E non è
un caso che il regista abbia scelto di interpretare quellindividuo,
senza dover ricorrere a mediazioni per spiegare il senso di quel
ruolo, che Calopresti aveva già dentro di sé. Un personaggio
che ricorda per certi aspetti il Nanni Moretti di Bianca,
ma con meno ironia: i tratti grotteschi ed esasperati del personaggio,
che in Bianca facevano sorridere, qui sono più realistici,
danno fastidio, rendendo spesso insopportabili gli atteggiamenti
del protagonista. Ci sono alcune trovate di regia che in mano ad
altri avrebbero rischiato il disastro; per esempio i continui piani
temporali sfasati del racconto. Sono tutti flash-back trasportati
dai pensieri dei personaggi del film. Ci sono molte citazioni, come
lincontro con unaltra anima in pena (Francesca Neri)
che ricorda La ragazza sul ponte di Patrice Leconte e molti
richiami a Nanni Moretti. Belle le immagini di Roma notturna, in
cui il protagonista vaga senza meta solo con il desiderio di essere
libero e felice.
Ne La felicità non costa niente è rappresentato
anche il Paradiso: un giardino sui tetti della città in cui
gli operai del suo cantiere lavorano, liberi di scegliere quando
fermarsi e fare festa.
Qual è il tuo approccio alla sceneggiatura di un film
e come hai lavorato per La felicità non costa niente?
In genere io scrivo i film a lungo, anche se poi girando e montando
il materiale cerco un po di libertà. In questo caso
il soggetto di partenza nasceva da unidea di ribellione, nel
senso che continuavo a guardare quello che mi stava intorno in quel
periodo, le persone, le discussioni che si facevano e mi sembrava
che tutto quello che accadeva alla gente fosse in funzione di un
accomodamento generale, della vita e delle cose. Poi ho trovato
un libretto scritto da uno psicoanalista che raccontava di alcune
sue terapie, su pazienti uomini e donne, e cera la storia
di un architetto che improvvisamente voleva mettere in discussione
tutto quello che era fino a quel momento. Mi ha colpito il fatto
che quello è un uomo che sembra avere tutto e invece ha bisogno
di qualcosa daltro.
Quindi parte da un caso?
Parte da un caso e parte da una condizione mia personale di aver
voglia di pensare che bisogna continuamente mettere in discussione
quello che si è, quello che si ha e quello che si fa se tutto
questo rischia di diventare una prigione. Quella sensazione di soffocamento
che ogni tanto si sente nella vita.
Eppure è un caso in cui non è difficile identificarsi
Bè, forse io sono come tanti altri e mi ha colpito quello
che vedevo intorno a me.
Perché hai scelto di girare il film a Roma?
Perché il film ha due livelli, quello della realtà
e quello del sogno. E Roma, di notte soprattutto, dà lidea
della magia, del surreale; Roma vuota, senza traffico con le fontane
illuminate come delle grandi scenografie bianche, sembra proprio
di uscire dalla realtà. In più per me Roma è
una città in cui si può perdere tempo, quando è
possibile, e vagare come in un paesone. Mi piaceva lidea di
questuomo che comincia ad andarsene in giro per cercare qualcosa
daltro nella vita. E poi, quando io ho lasciato Torino e sono
arrivato a Roma, da buon provinciale, ho sempre avuto limpressione
di una città che rappresenta lavventura, il sogno,
gli incontri, la bella vita, un po irreale. Da turista.
E la prima volta che in un tuo film Roma è così
presente, o sbaglio?
Avevo già girato a Roma per La parola amore esiste,
ma la città si vedeva poco, cerano molti interni. Invece
qui cè proprio la voglia di stare fuori. Unaltra
cosa che mi piace è che Roma la si può guardare dallalto.
Per esempio nel film vivo in una casa che sta a Piazza Vittorio,
la parte più alta di Roma, e dallultimo piano sembra
di stare vicino al cielo. Nel film cè un po questo
rapporto tra la terra e il cielo che esiste anche nella finzione
del cinema, tra la realtà che vivo come personaggio e lirreale
che cè nella vita.
Dopo le piccole parti che ti sei ritagliato nei precedenti film,
questa volta hai deciso di tenerti il ruolo da protagonista. Come
mai questa esigenza?
Perché tutto parte da una persona che comincia a pensare
a voce alta, che comincia a prendere la parola e comincia ad esistere;
e questo valeva anche per la regia ovviamente, quindi di fronte
a queste due cose mi è sembrato di dare un po più
di immediatezza facendole io. Spero che arrivi il fatto che tutto
passa su di me, sulla mia testa, sul mio corpo. Attraverso le mie
emozioni ho cercato di creare un personaggio che fosse sincero,
che si mettesse a nudo. E anche un po narcisistico se
vuoi, ma ogni tanto bisogna alzare la testa e prendere la parola
su quello che succede. Poi cera anche il desiderio di rompere
lidea del bravo regista, è stata anche
una ribellione contro di me. Cercavo qualcosa daltro, oltre
a un buon film, poi non so se questo ha funzionato o meno, ma dovevo
fare così.
Mi sembra che abbia funzionato
e poi mi pare che tutto
questo lavoro che ci sta dietro ti faccia sentire il film più
tuo
Sicuramente. Lo sento più mio dal punto di vista fisico che
da quello intellettuale, come qualcuno che crea del movimento allinterno
del film attraverso se stesso.
Cè anche più verità, no?
Sì, anche se non centra nulla con la recitazione naturalistica;
poi io centro poco con lidea di recitazione e in genere
non costruisco i miei personaggi, cerco di vivere la situazione
e questo probabilmente dà verità.
Comè stato per gli altri attori lavorare con te
in questa doppia veste?
Bè, ovviamente è stato un po complicato. E
importante avere la voglia di pensare agli altri personaggi, non
dimenticare questi piccoli universi che vengono illuminati dal cinema.
A volte però sono stati loro i miei registi, attraverso le
loro reazioni capivo se stavo facendo la cosa giusta o no.
I tuoi titoli sono sempre accattivanti. Preferico il rumore
del mare era un verso di Dino Campana; e nel caso della Felicità
non costa niente?
Stranamente questo titolo è arrivato abbastanza in fretta,
di solito invece si fa fatica a trovarli. In questo caso, innanzitutto,
mi piaceva la parola felicità, è una parola che crea
un po di scandalo; è una parola difficile, è
raro che qualcuno ti dica sono felice!. Magari non te
lo dice neanche quando lo è, per pudore, o per vergogna
O per scaramanzia
Sì, è una parola da prendere, giustamente, con attenzione.
Però io penso che faccia parte della nostra vita e che si
debba avere il coraggio di usarla, mettendo da parte le nostre paure.
Invece non costa niente, mi piaceva perché nel film cè
il concetto di costo come fatica, come soldi, per il fatto che ormai
costa tutto. E io volevo provocatoriamente dire non costa,
sganciarla dal valore economico, ma anche dal valore della fatica.
Va bene faticare per raggiungere qualcosa, ma volevo ribellarmi
allidea che per essere felici bisogna passare dalla sofferenza.
Qual è il tipo di cinema a cui fai riferimento quando
lavori? Anche se non si vede e lo tieni soltanto in mente.
In questo periodo ho una grande passione per Vittorio De Sica, perché
rivedendo i suoi film continua a colpirmi quella sua capacità
di raccontare le persone semplici, di raccontare la dignità
delle piccole vite; mi commuove quella specie di realismo magico
che riesce ad infondere nelle vite dei poveri, per esempio. Bè,
poi ho amato molto un certo cinema francese, la Nouvelle Vague.
Ma sono anche un fanatico di John Cassavetes e del suo cinema, quellidea
di esporsi e di far passare le emozioni attraverso se stessi in
lui è fortissima.
Era attore di se stesso
Esattamente, è proprio quello che mi affascinava, il suo
modo di mettersi in scena, quando cera e anche quando non
cera, ed era soltanto regista, si sentiva sempre la sua presenza.
E poi aveva una vera concezione di cinema indipendente, di libera
espressione.
Cassavetes per prodursi i film faceva spesso lattore per
altri registi. E non ha lavorato solo con quelli bravi come Polanski,
De Palma o Aldrich
Infatti, quello poi ti dava libertà di fare e di agire.
Anche tu hai lavorato per altri come attore
Ho fatto una piccola esperienza con Francesca Comencini ne Le
parole di mio padre. La parte era quella di un padre importante,
come il suo perchè il Maestro Comencini in qualche modo veniva
evocato e la cosa mi riguardava. Comunque se questo mi dà
la possibilità di fare del buon cinema, lo rifarei.
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