Banner

Appello sempre valido
per tutti i filmmaker


Documentate con la vostra telecamera le manifestazioni e le lotte dei lavoratori, oppure seguite l'attività del Social Forum, o ancora siete presenti ad avvenimenti sociali di particolare importanza? Contattate altrocinema.it.


Iscrizione Mailing list
.
Nome:
Email:
Subscribe   
Unsubscribe

Archivio altrocinema.it

Per l'invio di materiale video (in formato VHS, DVD o MiniDV), al nostro archivio e per tutti gli invii postali in genere, l'indirizzo è il seguente:

ALTROCINEMA.IT
Casella Postale 72
20045 Besana Brianza (Mi)


Per informazioni: altrocinema.it.


 

Intervista a Petter Naess
di Barbara Sorrentini
“Oslo è una città piccola che fa finta di essere grande”. Lo sostiene Petter Naess, il regista norvegese che con “Elling” ha dato vita a due matti che ritornano a contatto con la realtà dopo qualche anno di reclusione in un Ospedale Psichiatrico… e vanno a vivere nel centro di Oslo, in una casa arredata Ikea fino all’ultimo dettaglio, sotto l’occhio vigile di un assistente sociale dall’apparenza più stravagante dei due protagonisti.
Biondino, con gli occhi chiari e profondamente nordico, Petter Naess racconta la sua esperienza cinematografica, infischiandosene se ad Hollywood stanno già preparando un remake di “Elling” con Kevin Spacey. E poi a Hollywood il film originale lo hanno già visto e candidato all’Oscar 2002 come miglior film straniero.

Cominciamo dalla sceneggiatura di “Elling”: è tratta da “Broda i blodet”, un romanzo molto famoso in Norvegia di Ingvar Ambjornsen. Che cosa ti ha affascinato di questo libro?
L’aspetto per me più affascinante del libro è proprio il protagonista, Elling, che poi ha dato il nome al film. E’ una figura complessa, ha molte sfaccettature e parecchi problemi gravi. Problemi in cui ci si può anche identificare come spettatori. L’importante è che queste paure e timori che stanno alla base del suo rapporto con la vita vengano controbilanciati e in questa storia è chiaro il tentativo di superarli attraverso la sua forte volontà e integrità. Questo suo progetto di uscire dallo stato di paura paralizzante lo porta avanti con un incredibile orgoglio. E questo contrasto tra la volontà e la paura è quello che crea il fascino più forte di questo carattere.

Il testo ha una struttura molto complessa perché racconta la storia del personaggio in diversi episodi, come se fosse una saga. Come hai fatto a ridurla per il film, è stato difficile rinunciare a molte pagine?
E sì, il libro in realtà sono quattro libri che trattano di questa figura, di Elling. Il film si basa soprattutto sul terzo libro, però nel primo libro viene raccontato come la madre di Elling muore, una madre con cui lui ha avuto un rapporto molto esclusivo, che lo ha protetto per tutta la vita; e io ho tenuto quella parte per l’inizio del film. A quel punto Elling diventa quasi matto e si barrica nel suo appartamento. Nel secondo libro Elling incontra Kjell Bjarne, il secondo personaggio del film, e nasce un’amicizia molto forte tra loro due che viene poi sviluppata in questo secondo volume. Il terzo libro è quello che contiene la materia più drammatica su cui si basa il film: è il principio della loro vita indipendente nell’ appartamento di Oslo, in cui vanno a vivere insieme e il loro rapporto viene messo alla prova. Il quarto libro invece non viene contemplato nel film, che finisce prima, e parla dell’amore di Elling per una donna. E a dire il vero non finisce neanche bene questa storia.

Il disagio mentale e l’amicizia sono i due temi alla base di “Elling”, c’è un riscontro reale in questa storia? Per esempio: è vero che i malati di mente vengono affidati ad un assistente sociale, gli viene data una casa, etc.?
Dunque, voglio subito chiarire che l’intenzione di questo film non era quella di trattare il sistema dell’assistenza norvegese ai malati o a chi ha bisogno, più che altro mi interessava il tema dell’amicizia come valore. Un concetto che in questo momento sta un po’ cedendo, sarà lo sviluppo economico, la ricchezza, comunque sia questo tipo di rapporto ormai sembra appartenere al passato. L’amicizia e il fatto di pensare anche agli altri sono valori che andrebbero rivalutati e che si devono conservare. I miei due protagonisti arrivano in questa casa dopo un lungo periodo di reclusione in manicomio e vengono lentamente avviati alla società normale. Anche se questa storia non si basa su un fatto reale noi abbiamo avuto delle risposte molto positive da questi istituti e non solo dai dipendenti ma anche dai pazienti che hanno confermato che il film rispecchia molto bene la realtà. Posso dire che questo è il nostro modo di vedere una realtà che conosciamo.

I due protagonisti, Per Christian Ellefsen e Sven Nordin, avevano già portato questo testo in teatro con la tua regia. Com’è stato trasportare lo stesso lavoro sul set?
Abbiamo cominciato con una ricerca, perché all’inizio non era mia intenzione utilizzare gli stessi attori che avevano recitato in teatro. Poi però ci siamo resi conto che loro due conoscevano talmente bene i personaggi e che il loro rapporto era così ben strutturato che non c’era altra soluzione possibile. Naturalmente poi nel film vengono aggiunte anche altre scene e il modo di raccontare è diverso. Abbiamo lavorato molto sulla ricerca dell’espressione corretta, cercando anche di aiutarli a ridurre i gesti superflui e a contenere gli eccessi che funzionavano a teatro ma non nel cinema.

Esiste una scuola o una storia del cinema in Norvegia? Mi vengono in mente i grandi maestri che provengono dai Paesi Scandinavi: Ingmar Bergman dalla Svezia, Lars Von Trier dalla Danimarca o Aki Kaurismaki dalla Finlandia, però il cinema norvegese in Italia è poco conosciuto.
E’ abbastanza difficile individuare una tradizione cinematografica norvegese ben definita. Mi ricordo che c’era una tendenza, negli anni ’50-’60, di uomini e donne sulla quarantina che facevano dei film sulla loro infanzia. Ma c’è anche un filone molto diverso che prende spunto dalla nostra era delle saghe in cui si andava con le navi vichinghe in Islanda o in giro per il mondo a picchiare le persone con i bastoni, a combattere in guerra contro gli altri popoli. Un’altra cosa che si può riscontrare è che in Norvegia c’è sempre stata la tendenza a fare o una tragedia, con film seri che trattano argomenti profondi, oppure delle commedie solo da ridere. In questo mio film “Elling”, c’è di nuovo e di non molto tipico il fatto di unire questi due generi; cioè di trattare un argomento molto serio in modo abbastanza comico. Credo che questa sia una tendenza che si sta affermando adesso, una specie di commedia nera.

Chi sono i tuoi maestri, i tuoi punti di riferimento. C’è qualcuno a cui ti sei ispirato?
Devo dire che per questo film non posso parlare di veri e propri riferimenti, quello che in realtà mi interessa qui è l’universo che rappresenta questo libro, quindi ho voluto sfruttare questo universo e utilizzare anche le persone che hanno creato questo universo nello spettacolo teatrale. Non ci sono delle vere e proprie fonti d’ispirazione. Comunque per me la cosa più importante ere quella di fare una cosa semplice, non stravagante. Volevo anche dare l’impressione al pubblico che il film non fosse filmato, credo che questa sia una cosa che ho preso dal teatro: è una ricerca della semplicità e di come esprimersi anche attraverso dei mezzi molto semplici.

Anche Oslo è protagonista nel film, come si vive da quelle parti?
Oslo è una città abbastanza piccola e che fa finta di essere grande, anzi è convinta di essere grande. E’ abitata da persone come quelle del film, ma anche da gente come me. Io mi trovo molto bene a vivere ad Oslo. Penso che se si dovesse davvero fare un remake di questo film, molte altre città potrebbero andar bene, anche delle città più grandi, come New York o anche altre. Comunque Oslo è soprattutto bella per la natura circostante, io sono più legato ai dintorni che alla città in sé.








 
 Pagine ottimizzate per Explorer e Opera, risoluzione monitor 800x600
© 2002-2003 altrocinema.it