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Che fine ha fatto...
di Barbara Sorrentini

Roberto Succo
La storia di Roberto Succo è vera. Nel 1981, a Mestre, Succo uccise i suoi genitori. Aveva diciannove anni e per non farsi braccare scappò verso la Francia. Sul suo percorso il killer lasciò una densa scia di sangue, ammazzando chi non gli andava particolarmente a genio e mostrando, in certi casi, anche un aspetto più umano nel tentativo di costruire dei rapporti di amore e d’amicizia. Cédric Khan con il suo film ne ripercorre gli spostamenti, dall’evasione da un ospedale psichiatrico giudiziario, alle corse in macchina tra la Costa Azzurra e la Savoia, fino all’ultima fermata segnata dall’arresto. La storia è stata raccolta in “Je te tue. Historie vraie de Roberto Succo assassin sans raion”, il libro di Pascale Froment che ha suggerito la traccia per il film. Stefano Cassetti interpreta Roberto Succo in modo molto convincente.

Conoscevi il fatto di cronaca da cui ha preso spunto il film?
No, non lo conoscevo perché ero troppo piccolo per conoscerlo, mi sono un po’ informato ma neanche i miei genitori conoscevano questa storia. Anzi, poi mi è stato chiesto di non informarmi sui fatti accaduti per mantenere la spontaneità rispetto alla storia.

Quindi com’è stato l’approccio al personaggio: tu sei venuto a conoscenza della storia soltanto attraverso la sceneggiatura?
Sì certo, ho letto la sceneggiatura e l’ho trovata ottima, anche se bisogna dire che era la prima che mi capitava tra le mani. Per prima cosa mi sono posto una questione morale, mi sono chiesto se volevo davvero prestarmi per impersonare un killer eroe, perché dalla sceneggiatura non si capiva bene se il soggetto venisse mitizzato o meno. Poi il regista mi ha rassicurato su questo punto spiegandomi che non voleva farne un eroe, ma trattare la storia come un documentario attenendosi ai fatti reali, basandosi sulle indagini e sulle testimonianze dei parenti delle vittime.

Ti ha creato degli incubi questo lavoro?
No, incubi no. Però avevo paura di fare una cosa più grande di me, temevo di non farcela o che si stessero sbagliando, che poi il regista si rendesse conto che non ero quello giusto. Questi più o meno sono stati i miei incubi. E poi c’era quello di dover cominciare a recitare.

Si racconta che l’incontro con Cédric Khan sia stato casuale, è vero? Come vi siete conosciuti?
Dunque, non ho conosciuto Cédric in un ristorante, ma lì ho incontrato un’altra persona che aveva appena finito di fare il casting per “Roberto Succo”. Eravamo a Parigi in un posto dove andavo a mangiare spesso quando studiavo e ho chiesto una cosa al cameriere con il mio accento italiano. L’altro tipo si è girato e, indicandomi, ha detto al suo amico “potrebbe essere lui”. Poi abbiamo mangiato insieme e mi ha spiegato che stavano cercando un italiano con la faccia un po’ particolare. Prima di andarsene mi ha lasciato il numero della direttrice dal casting e, dopo parecchio tempo, sono andato a fare il provino.

Lavorare sul set con Cédric Khan è stato faticoso?
Mah, lui è un grande professionista, comunque è stato difficile. Non per colpa sua, ero io che non mi sentivo all’altezza.

Però non ti ha mai spaventato l’idea di interpretare un serial-killer, di immedesimarti troppo, di andarci troppo vicino
No assolutamente. Anzi mi fanno piacere queste domande perché forse ho recitato meglio di quanto pensassi. Però non ho mai avuto paura di perdere la testa.

E invece umanamente hai trovato dei tratti comuni con il personaggio?
Beh, indubbiamente non si può dire che Roberto Succo fosse un serial-killer e basta, aveva anche dei lati “simpatici”, e mi potrei riconoscere nel suo aspetto più scherzoso e divertente.








 
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