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S21- La Machine de Mort Khmère Rouge

I testimoni dell’orrore cambogiano in un documentario di Rithy Panh
di Barbara Sorrentini
“Sono i lavoratori d’élite del genocidio: torturatori, secondini e aguzzini. Sono loro a ricordare un passato, neanche così lontano, in cui ancora adolescenti avevano imparato a sorvegliare, brutalizzare, torturare e sterminare altri uomini, donne e bambini. Erano l’élite dell’Angkar, il Partito Comunista di Pol Pot che hanno trasformato la Cambogia in un inferno sulla Terra”. Con queste parole il quotidiano francese Libération ha spiegato i contenuti del documentario “S21 – La Machine de Mort Khmère Rouge”, uscito in Francia dopo aver scioccato il pubblico al Festival di Cannes 2003. Il regista Rithy Panh è cambogiano e aveva poco più di 10 anni quando nel ’75 è cominciato il suo viaggio nel terrore. Prima del regime la sua famiglia era numerosa e alla fine sono rimasti soltanto lui e la sorella perché gli altri sono tutti morti durante il regime di Pol Pot. Erano costretti a scappare di villaggio in villaggio, non avevano da mangiare e dovevano sottoporsi a lavori durissimi.
Nel 1980 Rithy Panh si è trasferito in Francia, prima a Grenoble e poi a Parigi dove ha studiato cinema appassionandosi a Tarkovskij. Poi di tanto in tanto tornava in Cambogia per raccontare a distanza di tempo il fantasma dei khmer rossi attraverso il cinema, in alcuni suoi film come “Cambogia tra guerra e pace”, “La gente della risiera” e “La terra delle anime erranti”, realizzati per continuare a mantenere viva la memoria.
La lavorazione di “S21” è durata tre anni, anche perché molti degli aguzzini ripresi nel film non volevano testimoniare, per paura che il regista li processasse. Ma nel film sono fondamentali la collaborazione e le testimonianze di Nath, uno dei pochi sopravvissuti del Liceo Tuol Sleng, il luogo in cui venivano eseguite le torture. Nath è un pittore e probabilmente è grazie al suo talento che fu risparmiato dagli aguzzini. Nel documentario di Rithy Panh lui racconta e descrive quello che ha visto, spesso con un pennello in mano mentre rifinisce i dettagli di un ritratto su tela. I racconti di Nath e quelli dei khmer rossi vengono messi a confronto in un montaggio alternato e dai ricordi che affiorano da entrambe le parti non viene risparmiata nessuna atrocità. Mentre la macchina da presa ripercorre le stanze del centro di tortura, insinuandosi nelle cellette in cui venivano messe in atto le esecuzioni. Gli intervistati mimano gli interrogatori sotto tortura, i gesti terrorizzati delle loro vittime, urlano e si agitano. Volendo citare Hannah Arendt e le parole suggerite dalle pagine de “La banalità del male”, anche in Cambogia, come in altri luoghi “migliaia di esseri umani sono stai uccisi per mano di altri uomini, che non erano nati per uccidere ma sono stati indotti a farlo da una miscela tossica fatta di ignoranza, ideologia di morte, potere e terrore permanente”.
Mentre Nath, il pittore sopravvissuto, ribadisce fermamente che se nessuno vuole parlare, scrivere e ricordare c’è il rischio che quelli ritornino, i khmer rossi intervistati affermano di essere stati tutti delle vittime, senza mostrare alcun sentimento di colpevolezza nei loro occhi o nelle rughe dei loro volti. Nelle due ore di “S21 – La Machine de Mort Khmére Rouge” Rithy Panh sembra essere alla ricerca di quei meccanismi che permettevano agli assassini di rientrare nelle loro case la sera e di rivolgere la parola ai loro figli senza vergogna. Per alcuni di loro, quello della morte, era un lavoro come un altro e gli impiegati parlavano di un “lavoro da compiere”, da svolgere quotidianamente per sconfiggere un nemico del popolo.
 

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