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Fernando Solanas - Il cinema come fucile

da Ombre rosse n. 7, aprile 1968
 
[...] La hora de los hornos prima di tutto nasce dall’esigenza di Octavio Getino e mia di chiarificare le nostre idee, la nostra ideologia sul problema della liberazione nazionale. Alla fine del ’65 ci trovavamo coinvolti nel processo di crisi della sinistra tradizionale. Per un’intellighentia militante si poneva la necessità imperiosa di radicarsi nella realtà argentina, di contribuire al processo di liberazione dall’interno del movimento di massa, vale a dire di saldare e superare con opere e fatti concreti, con azioni rivoluzionarie, la vecchia dicotomia tra intellettualità e popolo. Era un momento di ricerca quasi disperata, in rottura con la vecchia sinistra chiamata marxista, una sinistra riformista, piccolo borghese e soprattutto inoperante, senza volontà reale di potere e senza legami con il movimento di massa. Sinistra che si esemplifica, a livello di grottesco, nella storia del Partito Comunista Argentino. Un partito stalinista come pochi, con una vecchia storia di tradimenti verso la classe operaia e che mai è riuscito a capire il fenomeno di un paese neocolonizzato, dipendente, e il suo processo di liberazione dalle metropoli colonizzatrici e dai suoi alleati nativi.

[…]

Si è trattato, da un lato, di una necessità di tipo personale, per cui il film era l’espressione della nostra ricerca ideologica, d’altra parte esprimeva la necessità di stabilire un collegamento con il movimento di massa e di contribuire concretamente, in quanto intellettuali, al processo di liberazione. Vale a dire: la necessità di saldare la dicotomia tra intellettuale, o operatore nel campo della cultura, e militante rivoluzionario.

[…]

Perciò decidemmo di non perdere tempo, e di realizzare quello che era necessario realizzare, a tutti i costi. Si iniziò con il creare una struttura di potere economico proprio, distruggendo una serie di miti che sussistono intorno al fare cinematografico, ponendoci in una dimensione assai lontana dal concetto tradizionale della figura del realizzatore cinematografico, la sua troupe, un produttore, il credito… Cominciammo con il mettere in piedi una struttura di tipo economico, una società di produzione di film documentari, industriali e di pubblicità. Il che aveva due vantaggi: primo che ci permetteva di essere noi stessi i produttori, e secondo potevamo mettere a punto la tecnica richiesta dal lavoro progettato. Si trattava, tra l’altro, di riassumere noi stessi e pochi altri le funzioni di un’intera troupe; in Argentina una équipe tradizionale non conta meno di venti persone. E così era necessario che possedessimo capacità tecniche in diversi settori dell’operare cinematografico. Alla fine, per i mezzi limitati e perché non era possibile un numero troppo grande di gente, risultò che io, Getino e qualche altro costituimmo tutta la troupe: Getino si è occupato del suono, il soggetto, la produzione, il montaggio, io del montaggio, la fotografia, la produzione…
Il nostro tentativo di realizzare il film con questa indipendenza nelle condizioni economiche argentine ha avuto il significato di rompere le strutture di colonizzazione. In termini cinematografici, ha voluto dire rompere con i modelli stranieri, il modello dell’opera perfetta, del grande cinema, quasi viscontiano, bergmaniano, americano, della nouvelle vague, etc.; modelli cinematografici molto legati al romanzo, al racconto, al teatro. Abbiamo cominciato a mettere in discussione il cinema in quanto strumento di espressione, arrivando alla coscienza che il cinema è uno strumento di comunicazione, di conoscenza, e uno dei più completi. E perciò intendevamo usarlo nel nostro senso.
Noi avevamo la necessità di fare un film ideologico-politico. Il problema era assai grande. Infatti non c’erano veri precedenti, o almeno noi non li conoscevamo (poco cinema di tipo documentario arriva in Argentina). Ed inoltre si trattava di rompere la categoria peggiorativa di un cinema politico, ideologico, in quanto esso era sinonimo, nella concezione della critica e dell’intellettualità colonizzata, di un cinema pamphlet, di un discorso politico in cui il cinema restava in quanto possibilità espressiva a livelli di sottosviluppo; era un cinema di merda in ultima istanza.

In questa tappa, eravamo molto legati alla conoscenza di Franz Fanon, e avevamo coscienza che il nostro processo di colonizzazione era molto grande. Di qui la posta decisione di fare un cinema-saggio, un cinema di conoscenza, un cinema di saggio ideologico-politico, un cinema al livello del pensiero, al livello dell’idea, per rimpiazzare un vecchio cinema di sentimenti di livello del tema. E così ci siamo messi al lavoro con queste ipotesi, e fu una storia di scoperte, di chiarificazioni, come sempre quando uno va avanti. La grande contraddizione a cui ci trovavamo di fronte, era intrinseca al cinema come mezzo. Il saggio scritto, ad esempio, permette allo scrittore di perlustrare il tema secondo le sue necessità; il lettore può affrontare il libro come gli pare, se c’è una idea, un pensiero che gli interessa, può fermarsi su una pagina e continuare all’indomani. Al cinema no, la macchina va avanti; se lo spettatore non ha capito, è fregato.
E questo è un limite abbastanza grande perché il tema era molto vasto, soprattutto perché non c’erano lavori precedenti. Ora è possibile che in Argentina si stia sviluppando un cinema di saggio ideologico a partire da La hora de los hornos, e questo facilita un po’ il compito ed è credo il maggior motivo di merito del film. La nostra invece era la parola iniziale, lungo il cammino di un discorso molto grande, un primo e grande affresco su una situazione. Ora come saldare la contraddizione tra un grande tema e i limiti economici e temporali della nostra situazione, in Argentina? Ed anche, come superare i nostri limiti di ideologia e di conoscenza, perché i temi trattati nel film sono enormi e non abbiamo iniziato il lavoro con una chiarezza assoluta su questi temi. Tant’è vero che proprio il lavoro stesso nasceva dalla necessità di approfondire questa problematica.

La contraddizione fu con il tempo risolta. Era fuori dalla nostra pretesa realizzare un’opera perfetta, secondo i concetti dell’opera d’arte che si è sviluppata in altri paesi, per esempio in Europa, piuttosto era un’aspirazione ideale riassumere un processo di liberazione, storico, in corso di svolgimento, in un film. Sotto questa prospettiva, il problema decisivo era quello dell’efficacia del film. Bisogna tener ben presente, per chi lo abbiamo fatto e in vista di che cosa. L’importante era il momento operativo del film, l’utilità dell’opera nel processo di liberazione. In questo senso, esisteva un’esperienza precisa. C’erano state una serie di proiezioni private, con film cubani ed altri; durante queste esperienze clandestine ci siamo resi conto come la cosa importante non si producesse nel film, ma in quello che il film provocava. C’era una grande necessità nella gente di chiarire il problema politico immediato, i problemi ideologici, e alcuni film servivano per questo, a sviluppare una larghissima discussione, e a provocare le domande della gente sul problema ex nazionale, sul problema della liberazione, etc. Di qui nasce la struttura di opera aperta del film, in funzione di una discussione. Il limite del film, il nostro limite poteva essere superato dando la possibilità ai destinatari di integrare, completare, sviluppare, criticare, approfondire i temi, a partire da quello che noi avevamo concretizzato. Ed era un detonatore, un elemento che provocava un approfondimento dei temi trattati; ed era l’unica strada a nostra disposizione per superare i limiti di una esposizione di un tema così ampio, così complesso, dove per conseguenza ogni argomento era trattato in tre, quattro, cinque minuti. Inoltre, noi riteniamo compito di un’arte di massa che l’uomo non si senta marginale, bensì partecipi, assuma responsabilità e coscienza.

Per riassumere, potrei dire che si tratta di un tentativo di realizzare un cinema decolonizzato, un cinema di rottura rispetto ai modelli tradizionali del cinema americano ed europeo. Un cinema decolonizzato non si poteva avere se non si decolonizzava il suo linguaggio. Un cinema di classe: un cinema che sceglie il suo pubblico, non è un cinema di coesistenza culturale per un pubblico generalizzato. Un cinema fuori dei margini del sistema, con una direzionalità ben precisa. Un cinema di liberazione e per la liberazione. Un cinema storico, di saggio ideologico e politico. Un cinema di analisi in profondità. Un cinema assai violento, non soltanto per il tema: la violenza reazionaria e la violenza rivoluzionaria, ma anche per l’espressione. Un cinema che fosse la nostra liberazione, sul terreno espressivo, si tratta di un film fondamentalmente di ricerca sul terreno del linguaggio e dell’espressione. E un cinema intenso come strumento di battaglia, di lotta concreta; il cinema come fucile, come trincea, un po’ come se si trattasse di guerriglia del cinema. Un film della massa e che tocca i temi delle masse. Un film storico. E se teniamo presente che il nostro è un cinema di massa, in questa tappa che viviamo, sembra operare in una dimensione abbastanza piccola, però riscatta la limitazione di non arrivare alla grande massa, operando con piccoli gruppi ma in grande profondità. Perché il film è aperto, inconcluso, deve completarsi nello spettatore. Fondamentalmente questo film è valido e profondo in tanto che è proiettato al pubblico che è protagonista della storia che il film racconta, il pubblico diventa attore e protagonista della storia, e il film può saltare dalla platea allo schermo, e viceversa. D’altra parte non è un cinema d’espressione, come il nuovo cinema argentino, non è un cinema di comunicazione, non è un cinema testimonio, ma è ancor più un tentativo di un cinema-azione, un cinema per l’azione, con l’incorporazione stessa del pubblico che è attore e protagonista
 

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