Banner

Appello sempre valido
per tutti i filmmaker


Documentate con la vostra telecamera le manifestazioni e le lotte dei lavoratori, oppure seguite l'attività del Social Forum, o ancora siete presenti ad avvenimenti sociali di particolare importanza? Contattate altrocinema.it.


Iscrizione Mailing list
.
Nome:
Email:
Subscribe   
Unsubscribe

Archivio altrocinema.it

Per l'invio di materiale video (in formato VHS, DVD o MiniDV), al nostro archivio e per tutti gli invii postali in genere, l'indirizzo è il seguente:

ALTROCINEMA.IT
Casella Postale 72
20045 Besana Brianza (Mi)


Per informazioni: altrocinema.it.


 

SON BRUTTE STORIE...
Saga, prequel, sequel, remake, epilogo, prologo, episodio, riedizione…
di Jacopo Mandelli

Come un muro invalicabile o un recinto da cui risulta difficile uscire, la precedente sfilza di definizioni si profila minacciosa e sempre più nutrita nella mente e nei ricordi di un appassionato cinefilo che, giunto con fatica a Giugno 2002, getta pigramente lo sguardo dietro di sé per avere una visione generale della stagione cinematografica che va concludendosi, nonché per cercare, sconsolato, qualche quadrifoglio da poter conservare in un vasto e geometrico prato all'inglese.
Questa desolante considerazione prende spunto dalle proposte che sopratutto le produzioni hollywoodiane, ma non solo, hanno presentato al botteghino nell'ultimo anno: mai come ora si denota che le scelte strategiche delle Majors si siano indirizzate a sostenere talune pellicole che sempre più incanalano il pubblico verso un "già visto", in particolar modo narrativo, che attira e incontra il gusto corrente. Ad un'analisi superficiale, un film come "Il re scorpione", tripudio di banalità tipo "un eroe unto e sudato, con i bicipiti più espressivi della sua faccia, combatte in solitario per difendere la propria razza col contorno di bambolona ed effetti visivi a go go", non farebbe male a nessuno nella sua pochezza, ma in realtà risulta essere ben più pericoloso, sopratutto per lo spettatore meno accorto, poiché si erge a mero continuatore di quel filone epico-esotico-cavalieresco, di cui "La mummia" 1 e 2 sono gli esempi più clamorosi, che oggigiorno permea la maggior parte dei film ad alto gradimento. Da "IL signore degli anelli" a "Star Wars episodio 2", i maggiori produttori cinematografici hanno pedissequamente puntato sui medesimi cliché di facile presa che, aldilà dei costi di lavorazione, garantiscono entrate faraoniche, legate oltretutto alla gadgettisca e all'editoria che le contornano: ambientazioni desertiche, saghe di cappa e spada ancestrali e futuristiche, storie semplici infarcite di misticismo, personaggi in viaggio per compiere una missione dettata da un fato imperscrutabile e così via.
La crisi che attanaglia da diverso tempo la stragrande maggioranza degli sceneggiatori non è certo una novità, ma ormai anch'essa ha raggiunto un paradosso non più sostenibile: sintomo ne è che anche un creativo della narrativa cinematografica come David Mamet, osannato dovunque, stia diventando la stereotipo di se stesso, imbrigliato dallo stesso ambiente che lo ha reso celebre (basti pensare al recente "La rapina"). In realtà questa cosiddetta dèbacle della categoria sembra più voluta da un "deus ex-machina" che agisce , o meglio decide dall'alto, economicamente e per concessione, poiché autori originali ed estremamente interessanti ve ne sono molti: l'americano Todd Solondz, quarantenne regista dello spiazzante "Happiness" ed esponente di spicco del suddetto cinema indipendente; gli esponenti del cosiddetto neorealismo iraniano, esplosi al grande pubblico dopo la vittoria a Venezia de "Il cerchio" di Panai; i film della famiglia Mahcmalbaf uniti a quelli di Kiarostami e dei filmmaker mediorientali; i cineasti giapponesi, che spaziano tra sperimentazioni animate e rifondazioni del linguaggio classico (basti pensare al meraviglioso "Tabù" dell'ottuagenario Oshima); gli autori di Hong Kong, forse la miglior fucina di talenti a livello planetario per la duttilità che li contraddistingue; il forte ritorno della filmografia dell'est europeo, sopratutto quella russa guidata dal giovane Sukurov, e del nordeuropa, simboleggiata dai firmatari del "Dogma". L'elenco potrebbe continuare ovviamente, ma ciò che mi preme mettere in luce è come queste personalità si siano messe in luce, o partendo da bassi budget o inserendosi nel mercato corrente sviluppando un linguaggio peculiare ed autonomo: le produzioni oramai non sono più disposte a scommettere, e dopo le battaglie condotte con gli "addetti ai lavori" si sono concentrati sullo spettatore, materia più malleabile e accondiscendente. E' ormai prassi comune che quest'ultimo, decisosi a spendere 7 € per passare la serata, non abbia alcuna voglia di predisporsi a fruire una visione che necessiti un minimo sforzo, intellettivo o diverso che sia, e quindi pretenda di avere un prodotto di cui sa già ogni cosa, quasi rimanendo deluso ed amareggiato se la forma, narrativa o visiva, con cui il "gioco" è stato confezionato esca anche di poco dall'idea e dall'aspettativa che si era creato, o meglio a cui è stato abituato.
Da ciò, risulta anacronistica la pretesa di far apprezzare o almeno scorgere l'emozionante e passionale delicatezza visiva ed umana di un film come "In the mood for love" di Wong kar Way, o il sottile e sentito ritmo narrativo di "Ritorno a casa" dell'infaticabile de Oliveira, o ancora il rivoluzionario modo di raccontare, dirigere attori e costruire ambienti espresso in "L'uomo che non c'era" dagli indefinibili fratelli Cohen, per citare alcuni tra i migliori film degli ultimi 5 anni. E' quindi necessario un accorato appello ad un'educabilità alla visione. Ma non un'educabilità necessariamente pedagogica, elitaria o sistematica, visto che rischierebbe di appesantire il cinema nei contenuti e nelle forme e toglierebbe il senso di svago e di magia che è peculiare del mezzo, bensì mirata a mettere in luce le infinite possibilità espressive, i tipi di letture che si sviluppano dal rapporto significati/significanti, i modi ed i linguaggi, sia "bassi" che "alti", utilizzati fino ad ora e quelli ancora da inventare: insomma i tratti somatici che rendono riconoscibile la settima arte ed il suo valore intrinseco in quanto tali.
Non penso che si possa essere tacciati di faciloneria se si vuole indurre la riflessione su questi punti, poiché si stanno mettendo in gioco la fantasia e la creatività che sono proprie dell'immagine, nonché la sua funzione "politica", definibile come presa di coscienza dell'uomo e delle sue azioni. Il rischio che si corre è quello di soprassedere sul bieco e scaltro tentativo di serializzazione visiva, e quindi decisionale e di comportamento, che il veicolo cinematografico può perpetrare in particolar modo verso giovani o giovanissimi. Come può non essere anche questo simbolo, e sintomo, di ciò che a livello societario accade nella quotidianità di ogni giorno?









"…risulta anacronistica la pretesa di far apprezzare o almeno scorgere l'emozionante e passionale delicatezza visiva ed umana di un film come "In the mood for love" di Wong kar Way, o il sottile e sentito ritmo narrativo di "Ritorno a casa" dell'infaticabile de Oliveira, o ancora il rivoluzionario modo di raccontare, dirigere attori e costruire ambienti espresso in "L'uomo che non c'era" dagli indefinibili fratelli Cohen, per citare alcuni tra i migliori film degli ultimi 5 anni…".
 
 Pagine ottimizzate per Explorer e Opera, risoluzione monitor 800x600
© 2002-2003 altrocinema.it