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SON BRUTTE STORIE...
Saga, prequel, sequel, remake, epilogo, prologo,
episodio, riedizione
di Jacopo Mandelli
Come un muro invalicabile o un recinto
da cui risulta difficile uscire, la precedente sfilza di definizioni
si profila minacciosa e sempre più nutrita nella mente e
nei ricordi di un appassionato cinefilo che, giunto con fatica a
Giugno 2002, getta pigramente lo sguardo dietro di sé per
avere una visione generale della stagione cinematografica che va
concludendosi, nonché per cercare, sconsolato, qualche quadrifoglio
da poter conservare in un vasto e geometrico prato all'inglese.
Questa desolante considerazione prende spunto dalle proposte che
sopratutto le produzioni hollywoodiane, ma non solo, hanno presentato
al botteghino nell'ultimo anno: mai come ora si denota che le scelte
strategiche delle Majors si siano indirizzate a sostenere talune
pellicole che sempre più incanalano il pubblico verso un
"già visto", in particolar modo narrativo, che
attira e incontra il gusto corrente. Ad un'analisi superficiale,
un film come "Il re scorpione", tripudio di banalità
tipo "un eroe unto e sudato, con i bicipiti più espressivi
della sua faccia, combatte in solitario per difendere la propria
razza col contorno di bambolona ed effetti visivi a go go",
non farebbe male a nessuno nella sua pochezza, ma in realtà
risulta essere ben più pericoloso, sopratutto per lo spettatore
meno accorto, poiché si erge a mero continuatore di quel
filone epico-esotico-cavalieresco, di cui "La mummia"
1 e 2 sono gli esempi più clamorosi, che oggigiorno permea
la maggior parte dei film ad alto gradimento. Da "IL signore
degli anelli" a "Star Wars episodio 2", i maggiori
produttori cinematografici hanno pedissequamente puntato sui medesimi
cliché di facile presa che, aldilà dei costi di lavorazione,
garantiscono entrate faraoniche, legate oltretutto alla gadgettisca
e all'editoria che le contornano: ambientazioni desertiche, saghe
di cappa e spada ancestrali e futuristiche, storie semplici infarcite
di misticismo, personaggi in viaggio per compiere una missione dettata
da un fato imperscrutabile e così via.
La crisi che attanaglia da diverso tempo la stragrande maggioranza
degli sceneggiatori non è certo una novità, ma ormai
anch'essa ha raggiunto un paradosso non più sostenibile:
sintomo ne è che anche un creativo della narrativa cinematografica
come David Mamet, osannato dovunque, stia diventando la stereotipo
di se stesso, imbrigliato dallo stesso ambiente che lo ha reso celebre
(basti pensare al recente "La rapina"). In realtà
questa cosiddetta dèbacle della categoria sembra più
voluta da un "deus ex-machina" che agisce , o meglio decide
dall'alto, economicamente e per concessione, poiché autori
originali ed estremamente interessanti ve ne sono molti: l'americano
Todd Solondz, quarantenne regista dello spiazzante "Happiness"
ed esponente di spicco del suddetto cinema indipendente; gli esponenti
del cosiddetto neorealismo iraniano, esplosi al grande pubblico
dopo la vittoria a Venezia de "Il cerchio" di Panai; i
film della famiglia Mahcmalbaf uniti a quelli di Kiarostami e dei
filmmaker mediorientali; i cineasti giapponesi, che spaziano tra
sperimentazioni animate e rifondazioni del linguaggio classico (basti
pensare al meraviglioso "Tabù" dell'ottuagenario
Oshima); gli autori di Hong Kong, forse la miglior fucina di talenti
a livello planetario per la duttilità che li contraddistingue;
il forte ritorno della filmografia dell'est europeo, sopratutto
quella russa guidata dal giovane Sukurov, e del nordeuropa, simboleggiata
dai firmatari del "Dogma". L'elenco potrebbe continuare
ovviamente, ma ciò che mi preme mettere in luce è
come queste personalità si siano messe in luce, o partendo
da bassi budget o inserendosi nel mercato corrente sviluppando un
linguaggio peculiare ed autonomo: le produzioni oramai non sono
più disposte a scommettere, e dopo le battaglie condotte
con gli "addetti ai lavori" si sono concentrati sullo
spettatore, materia più malleabile e accondiscendente. E'
ormai prassi comune che quest'ultimo, decisosi a spendere 7 €
per passare la serata, non abbia alcuna voglia di predisporsi a
fruire una visione che necessiti un minimo sforzo, intellettivo
o diverso che sia, e quindi pretenda di avere un prodotto di cui
sa già ogni cosa, quasi rimanendo deluso ed amareggiato se
la forma, narrativa o visiva, con cui il "gioco" è
stato confezionato esca anche di poco dall'idea e dall'aspettativa
che si era creato, o meglio a cui è stato abituato.
Da ciò, risulta anacronistica la pretesa di far apprezzare
o almeno scorgere l'emozionante e passionale delicatezza visiva
ed umana di un film come "In the mood for love" di Wong
kar Way, o il sottile e sentito ritmo narrativo di "Ritorno
a casa" dell'infaticabile de Oliveira, o ancora il rivoluzionario
modo di raccontare, dirigere attori e costruire ambienti espresso
in "L'uomo che non c'era" dagli indefinibili fratelli
Cohen, per citare alcuni tra i migliori film degli ultimi 5 anni.
E' quindi necessario un accorato appello ad un'educabilità
alla visione. Ma non un'educabilità necessariamente pedagogica,
elitaria o sistematica, visto che rischierebbe di appesantire il
cinema nei contenuti e nelle forme e toglierebbe il senso di svago
e di magia che è peculiare del mezzo, bensì mirata
a mettere in luce le infinite possibilità espressive, i tipi
di letture che si sviluppano dal rapporto significati/significanti,
i modi ed i linguaggi, sia "bassi" che "alti",
utilizzati fino ad ora e quelli ancora da inventare: insomma i tratti
somatici che rendono riconoscibile la settima arte ed il suo valore
intrinseco in quanto tali.
Non penso che si possa essere tacciati di faciloneria se si vuole
indurre la riflessione su questi punti, poiché si stanno
mettendo in gioco la fantasia e la creatività che sono proprie
dell'immagine, nonché la sua funzione "politica",
definibile come presa di coscienza dell'uomo e delle sue azioni.
Il rischio che si corre è quello di soprassedere sul bieco
e scaltro tentativo di serializzazione visiva, e quindi decisionale
e di comportamento, che il veicolo cinematografico può perpetrare
in particolar modo verso giovani o giovanissimi. Come può
non essere anche questo simbolo, e sintomo, di ciò che a
livello societario accade nella quotidianità di ogni giorno?
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risulta
anacronistica la pretesa di far apprezzare o almeno scorgere
l'emozionante e passionale delicatezza visiva ed umana di un
film come "In the mood for love" di Wong kar Way,
o il sottile e sentito ritmo narrativo di "Ritorno a casa"
dell'infaticabile de Oliveira, o ancora il rivoluzionario modo
di raccontare, dirigere attori e costruire ambienti espresso
in "L'uomo che non c'era" dagli indefinibili fratelli
Cohen, per citare alcuni tra i migliori film degli ultimi 5
anni
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