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Le strade del Senegal sono infinite
Lamine Mbengue parla del suo film “Toundou Yakaar” e di quanto sia difficile fare cinema in Senegal
di Barbara Sorrentini

In Senegal è più facile diventare calciatori che cineasti e lo dimostra la storia di Lamine Mbengue che è diventato regista senza aver mai dato un calcio al pallone.
Lamine Mbengue è nato a Dakar nel ’67, per parecchio tempo si è dedicato al teatro scrivendo dei testi che poi metteva in scena con la sua compagnia teatrale. “Toundou Yakaar” (Terra della speranza) è il suo primo film, realizzato per la televisione senegalese e proiettato a Milano per il concorso del Festival di Cinema Africano.
Toundou Yakaar è il nome di un villaggio apparentemente tranquillo che nasconde nei suoi anfratti dei luoghi mistici e pieni di sorprese. Il protagonista del film di Mbengue è un giovane avvocato, Alioune Sarr, che si ritrova nei pressi del villaggio vittima di un incidente. Alioune si sente attratto da un baobab dove incontra una donna misteriosa che gli sconvolgerà la vita, mentre è atteso in ufficio e a casa dalla moglie. Sotto il baobab Alioune, abituato alla vita cittadina di Dakar, si trova coinvolto in un’avventura orchestrata dagli spiriti dei baobab.
Con la storia di “Toundou Yakaar” Lamine Mbengue ha voluto descrivere le differenze che esistono in Senegal tra città e villaggi, tra tradizione e modernità. Per mostrare in modo evidente le contraddizioni tra passato e presente Mbengue ha scelto le strade come metafora del cambiamento. “Ci sono delle strade belle in Senegal, comode, percorribili e frequentate da tutti -racconta il regista- e ci sono altre strade parallele meno visibili, ma più autentiche perché rappresentano il continente africano. Queste ultime esprimono il nostro spirito, le conserviamo nell’anima, le altre invece, che sono il simbolo della modernità e del nuovo, rappresentano una contraddizione con il nostro sviluppo”.
Il film è un appello a tutti quelli che si sono dimenticati le strade invisibili, Lamine Mbengue non esclude che l’accostamento delle due differenti vie possa creare lo sviluppo dell’Africa, “ma esistono ancora della strade che noi conosciamo molto bene e che non dobbiamo dimenticare per non snaturarci, per non perdere la nostra realtà culturale e sociologica. Se abbandoniamo le nostre radici l’Africa continuerà ad essere un paese sottosviluppato”.
“Toundou Yakaar” è stato proiettato per la prima volta in Senegal ed ha girato nel circuito televisivo del paese africano. E’ un film rivolto principalmente alla popolazione senegalese che, secondo Mbengue, ha inteso il messaggio espresso attraverso la storia dell’avvocato sperso in un villaggio misterioso e quasi fantasma. “Nel film ci sono alcuni momenti incomprensibili per il pubblico, sono parti che ho volutamente reso per dare spazio anche a ciò che non è possibile spiegare e che lasciano aperti dei quesiti, ponendo delle domande”.
Ma riuscire a realizzare un film come “Toundou Yakaar” in Senegal non è un’impresa facile, mancano le strutture e non esiste un finanziamento vero e proprio per investire nel cinema.
I problemi maggiori sono per i registi giovani che non riescono ad ottenere facilmente i mezzi per realizzare un film, mentre gli autori più anziani che ora riescono a lavorare non condividono i loro mezzi con i nuovi arrivati, inoltre non c’è l’interesse ad investire nel cinema da parte
del Governo e del Ministro della Cultura. “E’ un problema comune dei paesi poveri -spiega Mbengue- e il Senegal non ne è esente. Per poter fare un film è necessaria la volontà e la solidarietà tra chi è motivato, tra chi è seriamente interessato a raccontare delle storie, a comunicare una realtà e ad esprimere la propria insoddisfazione, perché non esiste una struttura cinematografica in grado di produrre. Il mio film è nato così, con pochi mezzi ma con molta volontà e solidarietà tra di noi”.
Lamine Mbengue con il suo film non si rivolge soltanto al suo popolo, attraverso il suo lavoro il regista vuole far conoscere al mondo la sua cultura e gli aspetti sociologici del suo paese. “Toundou Yakaar” racconta com’è difficile migliorare le cose nei paesi africani e di come è difficile per chi vive là accettare una forma di sviluppo imposta dall’esterno. “Io penso che per cambiare le cose sia necessario essere motivati. Ti faccio un esempio tratto dal mio film: in una scena di “Toundou Yakaar” c’è una casa che ha sul tetto una grande antenna parabolica”.
Gli chiedo se questo è un simbolo. “Sì -mi risponde Lamine- è un simbolo molto forte”.





 
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