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Tute bianche - un esercito di sognatori
di Max Franceschini

Adonella Marena è una'autrice torinese particolarmente impegnata in ambito sociale. In questa intervista ci parla del documentario che ha recentemente realizzato e ci racconta il suo percorso come autrice e filmaker.

SINOSSI: Le Tute Bianche sono i figli ribelli della globalizzazione economica, un esercito di sognatori, armati solo di plastica e di parole, contro la prepotenza dell’Impero. Sono i portavoce degli “invisibili”, i fantasmi, quelli che non hanno rappresentanza e diritti.
Sullo sfondo del centro sociale Rivolta, tra le fabbriche del nord est, il film racconta la storia del gruppo più originale e controverso dell’arcipelago no-global italiano, attraverso la voce di Luca Casarini, Beppe Caccia ed altre ex tute bianche, insieme ad immagini inedite d’archivio.
Voci tutte interne al movimento, che ne percorrono le tappe, dall’Italia al Chiapas, fino alle giornate di Genova, dove le Tute Bianche si spogliano per sempre delle loro uniformi per chiamarsi soltanto disobbedienti.
“Un esercito nato per sciogliersi” come dicono gli zapatisti.
E’ un viaggio tra i luoghi, le azioni dirette, la musica, le emozioni.
Un viaggio non solo nel passato, ma nell’orizzonte che si è aperto dopo Genova, con la risposta del movimento per un altro mondo possibile.

Ci racconti come sei diventata filmaker e alcuni momenti importanti del tuo percorso?
Sono una ex insegnante di storia, ho abbandonato la scuola per dedicarmi all’attività di filmaker, nell’89. Io sono del ’49, ho iniziato quindi relativamente tardi, dopo aver frequentato una scuola di regia qui a Torino. Ho cominciato da subito a occuparmi soprattutto di documentario sociale perché sono molto legata all’attività politica, alle iniziative delle donne, al movimento in generale. I miei lavori si sono sviluppati sempre partendo da questo percorso. Anche se ho frequentato una scuola di regia, credo di essere soprattutto una auto-didatta, perché quello che ho realizzato è sempre partito dalla mia esperienza diretta, l’ho imparato col tempo.
Quando posso cerco sempre di unire l’impegno nel sociale e l’attività di filmaker, anche perché lo stimolo per realizzare i miei lavori viene da lì, dal mio impegno. A volte si creano delle dinamiche strane, perché se sei particolarmente coinvolto in un progetto, vorresti fare di più per raccontarlo e c’è il rischio di non riuscire più a distinguere bene qual’è il punto in cui devi fermarti per documentarlo, rischi di lasciarti travolgere. Per il mio carattere, per il mio tipo di coinvolgimento non riesco sempre a definire con precisione i limiti tra l’impegno sociale e l’attività di filmaker.
Quando inizio un lavoro, non penso subito che debba avere una funzione politica, prima c’è il desiderio, il bisogno di far sapere, far conoscere. Non mi basta pensare di aver raggiunto un risultato estetico, sono soddisfatta solo quando capisco che il mio lavoro diventa anche uno strumento utile.

La tua filmografia è molto ricca. Vuoi parlarci di qualche lavoro in particolare?
Per citare alcuni dei miei lavori tra i più importanti ci sono sicuramente quelli che ho fatto con le donne negli anni ‘90, come ad esempio “Okoi e semi di zucca”, un film un po’ “naif”, ma che è stato un’esperienza d’avanguardia, anche perché recitato da donne immigrate, una delle prime iniziative del genere in Italia. Poi “la combattente” un lavoro sulla memoria girato insieme ad una anziana partigiana. "Facevo le nugatine" è il film più premiato e certamente il più bello: migliore regia femminile allo Spazio Italia del TorinoFilmFest e premio Cipputi come miglior film sul mondo del lavoro. E' un percorso solitario di un ex operaio nella sua fabbrica ormai abbandonata. Un altro documentario che mi è piaciuto molto fare, che non ha velleità artistiche ma informative e formative è “La fabbrica degli animali”, un ragionamento complessivo sullo sfruttamento del vivente, una cosa che mi coinvolge molto in questo periodo tanto che ora sto sviluppando un progetto sugli OGM.

Come riesci a lavorare, a finanziarti?
Riesco quasi sempre a non perderci nelle cose che faccio, a ripagarmi i costi per girare e per montare. Lavoro spesso con le istituzioni, presentando dei progetti e per questi ricevendo dei contributi, oppure ho l’aiuto di alcuni gruppi, come la Coop. Ma spesso c’è anche una componente di volontariato. E poi fortunatamente anche vincere alcuni premi mi ha aiutato a realizzare altri lavori. Per fortuna oltre ai festival la diffusione è molto interessante, i miei documentari riescono ad avere un loro percorso e a creare molte riflessioni.

Come nasce il progetto del documetario sulle tute bianche?
Questo è un progetto un po’ diverso dai miei precedenti, perché nasce su commissione della rete tedesca ZDF Arté. Erano già alcuni anni che seguivo questo movimento, che conoscevo le tute bianche. Con la rete televisiva c’è stato un incontro di interessi: hanno saputo che avevo l’intenzione di documentare il movimento, già prima di Genova, e mi hanno contattata. Per me è stata un’esperienza per certi versi faticosa. Io non avevo mai lavorato in un modo così “controllato”, era necessario dare nel documentario tutta una serie di informazioni, tante cose che io davo per scontate erano invece necessarie per un pubblico non italiano. Questo mi ha in parte condizionato, perché ho dovuto fare un lavoro più giornalistico, quando io l’avrei fatto con più respiro, più poetico. Adesso che sono passate le sofferenze di questo lavoro, mi rendo conto che è stata un’esperienza utile, perché mi ha anche insegnato ad avere una certa disciplina rispetto ad una committenza. C’è stato anche un grande lavoro preliminare di scrittura che è durato alcuni mesi.

Come si è sviluppata la lavorazione?
Ero stata a Genova l’anno precedente al G8 quando c’è stata una grossa manifestazione conto le biotecnologie, e lì avevo conosciuto Luca Casarini e le tute bianche del nord-est. Chiaramente simpatizzavo per il movimento, era una nuova opportunità che nasceva. Dopo Genova tutto è cambiato, ho dovuto modificare il progetto originario perché ogni giorno cambiava il punto di vista, cambiavano i protagonisti e il finale che avrei potuto dare. Nel frattempo, quando Arté mi ha chiesto di parlare di un gruppo significativo del movimento in Italia, io ho pensato alle tute bianche e in articolare alle tute bianche del nord est. Ho frequentato il centro Rivolta ed è stata una esperienza che mi ha arricchito molto. Non è stato un punto di vista dall’esterno, mi sentivo vicino a loro. Come dicevo, è stato difficile fare un lavoro più impersonale. All’inizio ero considerata semplicemente una figura esterna che li filmava, poi nella giornata nazionale della disobbedienza sono stati proprio loro a chiamarmi per riprendere la loro attività, hanno capito la necessità di documentare le loro iniziative in modo continuativo.

Questo punto mi interessa molto. Tra l’altro, parte del documentario è basato anche su materiali d’archivio. Come li hai raccolti?
Sono documenti molto belli e importanti ma è stato molto faticoso trovarli perché erano in gran parte dispersi. Sono particolarmente contenta perché il documentario è stata l’occasione per recuperarli, per raccoglierli. La cosa altrettanto importante è che loro stessi hanno maturato la consapevolezza dell’importanza di curare un’archivio della propria storia. All’inizio ero molto “scandalizzata”, non si erano mai posti il problema di realizzare della documentazione per avere del materiale su cui avviare successivamente una riflessione, quello che filmavano veniva consumato subito. L’impressione che ho avuto infatti è che le riprese fatte fino ad allora fossero utilizzate unicamente per viverle nel presente, non per poi elaborarle anche storicamente. E’ stato un peccato perché tante cose interessanti sono andate perse, hanno potuto raccontarmele solo a voce. Ora si stanno finalmente occupando in modo più attento a raccogliere e archiviare tutto ciò che serve a documentare il loro percorso.

Per contatti e informazioni: djanet_film@tin.it | info@stefilm.it













Soggetto, sceneggiatura e regia

Adonella Marena
Produzione
Stefilm/Eikon per ZDF ARTE
Fotografia
Alberto Airola
Suono
Fabio Coggiola
Montaggio
Marco Duretti/Zenit Torino
Musiche
99 Posse, Fabio Viana,
Bandabardò
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Durata
30’
Anno
2002
 
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