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UNA STORIA AMERICANA

Il titolo originale era “Capturing The Friedmans”, dove i Friedmans erano una famiglia americana stile Happy Days, tutta tv, filmini e giardinetto davanti a casa. Tutto fila in grande armonia fino a quando papà e uno dei tre figli viene accusato di pedofilia e di sevizie nei confronti dei giovani allievi di informatica. Entrambi verranno condannati e il padre preferirà togliersi la vita. Il film-documentario descrive la loro storia e la distruzione di una famiglia attraverso le testimonianze della madre, degli altri due fratelli e di qualche parente, montate con la quantità di filmini realizzati dagli stessi Friedmans in quegli anni, in cui passavano le loro giornate con la telecamera in mano. Film coraggioso che non prende mai posizione e non svela né se i due erano davvero colpevoli, ma nemmeno se tutta la storia è vera o falsa. Le musiche sono di Andrea Morricone.
di Barbara Sorrentini
ANDREW JARECKI - Regista e produttore
Questo è il primo lungometraggio di Andrew Jarecki. Ha prodotto il cortometraggio “Swimming”, su un gruppo di ragazzi che crescono insieme in una squadra di nuoto ad Harlem, ha partecipato al Sundance Film Festival e ha vinto il premio Focus Film. Come musicista ha collaborato a scrivere e ha poi eseguito la canzone tema di Felicity su WB Network. E' stato anche il fondatore di Moviefone, una società pubblica acquisita poi da America Online nel 1999. Si è laureato alla Princeton University nel 1995 e risiede con la sua famiglia a New York.

Incontro con il regista Andrew Jarecki

C'è stato un momento particolare che ha determinato l'inizio del processo creativo che dopo tre anni è culminato in questo film?
Qualche anno fa, prima di capire davvero la profondità della storia della famiglia Friedman, intervistai per prima la madre Elaine. A un certo punto le feci una domanda e lei si ammutolì per un istante, come persa in un ricordo. Poi riprese dicendo: "Non lo so. Io...non posso dire troppo di questa cosa. Noi eravamo una famiglia". L'idea di una donna di settanta anni che parla della sua famiglia al passato era terribilmente triste. Non sapevo perché e quando questa famiglia avesse cessato di essere una famiglia, ma ero determinato a capirlo. E' stata quella frase "eravamo una famiglia" che è mi rimasta dentro e mi ha convinto a portare a termine il lavoro, a conoscere la storia, a trascorrere del tempo con i membri della famiglia per arrivare a conoscerli.Se le chiedessero di cosa parla il film cosa risponderebbe?
La famiglia Friedman - madre, padre e tre figli maschi - ha un'esistenza apparentemente normale, e vive sulla costa settentrionale di Long Island, una periferia satellite di New York City. Il giorno prima della festa del Ringraziamento del 1987, i figli sono tornati a casa per le vacanze e la famiglia si sta preparando per la cena. All'improvviso la porta di casa viene abbattuta e la casa si riempie di poliziotti che cominciano a perquisire e a mettere i sigilli su tutti i mobili. E come se non bastasse, quasi tutti vengono arrestati. E qui comincia la nostra storia. A livello letterale, Una storia americana racconta le vicissitudini di una famiglia in un contesto estremamente insolito. Il crimine contestato è il perno centrale del film, e determina il comportamento della famiglia e della comunità locale. A livello teorico, il film tratta della natura elusiva della verità; di come i nostri ricordi evolvono nel tempo per adeguarsi ai nostri bisogni: ricordi della nostra famiglia, ricordi dei nostri genitori, ricordi di cose che abbiamo fatto o sentito di dover fare nelle nostre vite e nel nostro lavoro. Tratta anche della natura della famiglia e della società, di cosa dobbiamo gli uni agli altri come membri di una famiglia e di una comunità.

Suona come una famiglia molto insolita vero?
In un certo senso sì, ma quello che sorprende è quanto tutte le famiglie si assomiglino. Chi vede il film può avere la tentazione di dire: "Questa è la famiglia più rovinata che abbia mai visto". Ma poi, superati gli elementi più disturbanti della storia, potrebbero emergere ulteriori spunti di riflessione e molti avranno modo di pensare "quel personaggio mi ha ricordato qualcuno della mia famiglia". Ogni volta che vediamo qualcosa che ci disturba in un film, abbiamo la tendenza a volercene distanziare, per oggettivare le persone ritratte e pensarle come creature a un'unica dimensione che non hanno nulla in comune con noi. Questa operazione ci allontana e ci impedisce di affrontare un esame di coscienza. Spero che vedendo questa famiglia da vicino -in particolare grazie ai filmini familiari- riusciremo a capirli. Che li capiamo o no, che siamo o meno d'accordo con loro, li vedremo come persone con le quali abbiamo qualcosa in comune.
Lei ha citato i filmini fatti in casa che sono utilizzati nel film. Molti di noi girano filmini o video delle proprie famiglie. Questi sono diversi?
La prima differenza è il tipo di materiale che scelgono di catturare su pellicola. Mentre la maggior parte delle famiglie sceglie di usare i filmini semplicemente per documentare speciali occasioni di festa come i compleanni, questa famiglia non spegneva mai la cinepresa, nemmeno dopo l'arrivo della polizia e il progressivo inesorabile cambiamento della loro vita. Filmavano i momenti più intimi, più intensi e privati della loro vita. Un'altra differenza fondamentale riguarda la quantità di materiale girato. A cominciare da film in 8mm. girati tre generazioni fa, la famiglia ha documentato se stessa incessantemente. E la maggior parte del materiale è stato girato alla fine degli anni Ottanta, quando le videocamere a mano avevano cominciato a diffondersi in modo massiccio. Quindi i Friedman erano veramente all'avanguardia nell'ossessione americana di volersi rivedere su pellicola.

A proposito di questo, lei sembra descrivere una specie di versione tragica di "The Osbournes". L'atto di filmare se stessi è stato presagio dell'ossessione della nostra cultura per l'auto-documentazione?
Oggi quasi tutti abbiamo una piccola videocamera, e registriamo molto di quello che succede nelle nostre vite. I Friedman hanno cominciato prima di tutti, e assistere alla loro storia dall'interno fornisce un livello di intimità che non si era mai in precedenza. Quanto a "The Osbournes", ci può essere un elemento in comune, ma la differenza è che quella famiglia è sempre stata al corrente che stava facendo uno show televisivo. I Friedman invece non sapevano che un giorno ci sarebbe stato un film su di loro; ma credo che abbiano sempre desiderato raccontare un giorno la loro storia.

Ha mai avuto il sospetto, visionando il materiale girato, che stessero recitando per la telecamera? Che quanto si vedeva potesse non essere completamente autentico?
Capisco il dubbio, ma in questo caso credo non sia pertinente. Loro non accendevano la telecamera per qualche minuto, cambiando comportamento e atteggiamenti in quanto consapevoli di essere ripresi. In casa Friedman la telecamera era accesa ininterrottamente. Era accesa durante la Pasqua ebraica, era accesa quando erano in macchina e al supermarket. Quando la telecamera documenta per tutto il tempo, come in questo caso, scompare e diventa parte della routine familiare.

La maggior parte delle famiglie, di fronte a crisi di questa portata, avrebbe mollato tutto per concentrarsi su come risolverla. Ma i Friedman impiegavano il tempo a registrare le loro attività e reazioni. Cosa li spingeva a farlo?
Credo che intuissero che la loro storia avrebbe potuto essere di difficile comprensione sia per loro stessi sia per gli altri negli anni a venire. Tutto è accaduto così velocemente che non hanno avuto il tempo di afferrare quanto stava succedendo esattamente. David, il figlio maggiore, si era appena procurato una videocamera e aveva cominciato a "documentare la famiglia mentre cadeva a pezzi". A un certo punto David dice: "Forse ho cominciato ad accendere la videocamera per non dover essere io a ricordare". Questo dà la sensazione del ruolo della videocamera, che in questa famiglia era considerata alla stregua di un componente del nucleo familiare. Partecipava a tutto. Era sempre presente. Al contempo i Friedman mostravano molta consapevolezza della singolarità della loro vicenda, e uno stravagante senso dell'umorismo li portava ad apprezzare lo spettacolo di loro stessi.

Come è venuto a sapere dell'esistenza dei filmini?
Era già da molto tempo che lavoravo al film. A un certo punto David, il figlio maggiore che mi ha condotto nei meandri della storia, mi ha detto: "se alla fine vorrai davvero fare un film su di noi, devo dirti che ho ore e ore di filmini fatti in casa dalla mia famiglia, precedenti a questi eventi traumatici. E poi, in realtà, ho anche molto materiale che documenta quello che è successo dopo". Ero stupefatto.Perché la famiglia ha aspettato così tanto per raccontare la sua storia?
Penso che desiderassero, e avvertissero addirittura la necessità, di raccontare quella storia da molto tempo, ma non sapessero da dove cominciare. Avevano bisogno di distanza, di anni per sviluppare una prospettiva sugli eventi. E sapevano anche che raccontare la storia troppo presto poteva essere pericoloso, dal momento che le conseguenze degli eventi descritti non si sono ancora esaurite.

Perché pensa che dopo tutti questi anni di riservatezza abbiano cominciato ad aprirsi? Perché pensa che volessero condividere questa storia con lei? E come ha affrontato questa responsabilità?
Alcuni membri della famiglia non sono mai stati in grado di riprendere una vita normale, e credo che raccontare fosse necessario per ricominciare a vivere. Forse io sono arrivato al momento giusto per loro. Penso che i familiari avessero la sensazione che avrei raccontato la storia con rispetto e compassione. E che fossi realmente intenzionato a comprendere quello che era successo, nella sua infinita complessità. Vedendoci trascorrere molto tempo a indagare sulle risultanze del processo, la famiglia si è rassicurata. Siamo arrivati a capire alcuni aspetti che la famiglia stessa non aveva mai saputo. Questo ci ha aiutato nel nostro rapporto con loro. Credo che permettere a qualcuno di fare un film su di te sia fondamentalmente una questione di fiducia. Bisogna sentire che il regista non vuole danneggiarti e che ti tratterà bene. Spero e credo che la famiglia non abbia mai avuto la sensazione che volessimo restituire una brutta immagine di loro. Intellettualmente non era questo il mio interesse.

Nella famiglia erano tutti d'accordo sui fatti fondamentali?
Niente affatto. Ho parlato con quasi tutti i familiari ancora in vita e nessuno mi ha raccontato la stessa storia. Ognuno ha un modo diverso di ricostruirla. A un certo punto del film, Elaine dice: "L'idea che si è fatta la gente è distorta" - ed è un'osservazione appropriata. Ciascuno di noi ha una struttura mentale che influisce sulle percezioni. Questo vale per la famiglia e per gli altri soggetti coinvolti nel film. Questo influenza drammaticamente il nostro modo di ricordare le cose. In un certo senso, non esiste una verità oggettiva.

Come ha lottato contro questa assenza di verità oggettiva, cercando di rappresentare quello che è accaduto?
Durante il processo creativo necessario per fare un film come questo, ti accorgi che stai costruendo una specie di mosaico. Ogni piccola tessera può davvero definire una parte del tutto. E prima o poi troverai un'altra tessera che annulla la precedente, e dovrai decidere se e come includerle entrambe. La mia sensazione è che in fondo non sia necessario includere tutte le tessere del mosaico per mantenersi fedeli alla storia; ma è importante che il mosaico finito si avvicini alla realtà. Te ne stai seduto col tuo montatore a pensare: "Voglio veramente usare questa cosa. Ma è davvero necessario? Sto dando l'opportunità a questa persona di spiegare perché sono stati così pazzi da rilasciare quella dichiarazione in quel particolare momento?". E allora torni indietro e trovi qualcosa che forse lo spiega meglio. E cerchi di equilibrare tutte quelle cose. E' una sfida costante stabilire quali dichiarazioni restituiranno l'immagine più veritiera del personaggio. Qui, credo di aver avuto modo di raggiungere un equilibrio del quale mi sento molto soddisfatto.

Cosa l'ha sorpresa del lavoro su questo film?
Soprattutto, trovo significativo come ciascuno dei protagonisti dia la sua versione della storia. Non solo i membri della famiglia, che da persone intelligenti sanno argomentare molto bene, ma anche la polizia, gli ispettori, l'avvocato del distretto, l'ispettore postale, il giudice - ho ascoltato ciascuno di loro con grande interesse. E la cosa più sorprendente è che, sebbene ciascuno diffondesse la propria versione verità, tuttavia nessuno fosse d'accordo su niente.

Un'ultima domanda: è stato commesso un crimine?
In qualche modo, a questa domanda dovrebbe essere il film a rispondere. Ma d'altro canto mi sembra irrilevante dovere fornire una risposta univoca. Vorrei che la gente uscendo dal cinema dicesse: "Ho visto molti film recenti in cui alla fine mi si chiede di avere un'opinione. Qui invece non è così. Mi si chiede semplicemente di pensare". E' questo che spero.
 

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