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Uno - memoria d'argentina
di Max Franceschini
Il ricordo del proprio Paese, l'Argentina,
e la lettura della profonda crisi economica e politica che lo attraversa.
Questo è Uno - memoria d'argentina, film documentario
in cui il protagonista, Alberto Di Giusto, emigrante "di ritorno",
ci narra attraverso l'esperienza della propria vita la storia di
una nazione che da decenni è terra di forti conflitti e grandi
tragedie. Il regista, Benedetto Parisi, ne ha parlato con noi in
questa intervista.
Raccontaci prima di tutto qual'é
stato il tuo percorso come autore
Il mio percorso come autore inizia molti anni fa con una inchiesta
sul recupero dei tossicodipendenti, commissionata dal Centro Solidarietà
Giovani di Udine. In precedenza avevo già svolto attività
nel campo del cinema, curando per conto dell'Arci di Udine una rassegna
chiamata "Videokids" dedicata ai linguaggi innovativi
nel campo del video. In seguito la mia attività produttiva
si è sempre rivolta ad argomenti di carattere sociale e culturale.
Ho realizzato film documentari sull'immigrazione in Friuli, sui
profughi bosniaci, sulla storia e cultura del popolo rom, sulla
vita tribale e rituale di varie zone del subcontinente indiano,
sulla religiosità popolare in Carnia, per conto di Enti pubblici,
associazioni culturali private e ONG.
Tra i vari festival a cui i miei lavori hanno partecipato, un ricordo
particolarmente gradito è quello del Sacher festival del
'98, dove un mio filmetto di un minuito e mezzo "Integrazione"
(un parallelo tra l'immigrazione attuale verso l'Italia e l'emigrazione
degli italiani dello scorso secolo) è stato particolarmente
apprezzato da Nanni Moretti.
Come hai conosciuto Alberto Di Giusto, il protagonista, e come
nasce il progetto di Uno - memoria d'Argentina?
Ho conosciuto Alberto Di Giusto tramite Los chicos no olvidamos,
un documentario realizzato a Buenos Aires dai suoi figli gemelli,
Emiliano e Nicolás, dedicato ai figli dei desaparecidos.
Era il 1990 e io ne curai la versione italiana. C'è stato
poi Udine, città multietnica? nel 2000, progetto realizzato
nell'ambito di un corso di tecnica cinematografica tenuto da me
per incarico dell'agenzia giovani del Comune di Udine, un film sulla
tematica dell'immmigrazione di cui Alberto era uno dei tre protagonisti.
Realizzando quel'intervista, con circa 15' dedicati
ad Alberto, ho capito che la sua storia avrebbe meritato un film
intero, tanto era ricca di spunti affascinanti.
Il lavoro si sviluppa interamente intorno alla testimonianza
di Alberto: come hai costruito il rapporto con lui, come è
avvenuta l'elaborazione del percorso narrativo?
Per me Alberto ha sempre rappresentato la ricchezza della carica
emotiva, dell'entusiasmo di cui è fatto lo spirito dell'America
Latina ed al tempo stesso il dolore profondo per un continente così
a lungo martoriato. Del resto nei miei anni giovanili, trascorsi
a Roma, ho vissuto a stretto contatto con esuli cileni ed argentini
e perciò l'incontro con Alberto ha rinnovato in qualche modo
in me quell'universo di sentimenti già intensamenti vissuti.
Il desiderio comune di Alberto e mio era quello di cercare di raccontare
la storia e le motivazioni di un disastro. Lui aveva qualche perplessità
ad offrirsi come personaggio. Ha sempre sostenuto: "La mia
storia non ha importanza rispetto alla storia globale". Poi
dopo lunghe chiacchierate ci siamo intesi e mi sembra che lui si
dimostri una guida formidabile, capace come pochi di mettersi in
gioco con sincerità e partecipazione. La storia della sua
personale sconfitta coincide con quella di un paese allo sbando
ed Alberto riesce a raccontarla, con una straordinaria capacità
di coinvolgimento emotivo dello spettatore.
Alberto ha sempre sostenuto che il film è mio, anche perché
sono stato io che ho fatto una serie di scelte di regia sulle quali
sono riuscito a coinvolgerlo. E' in questo senso, perciò,
che si può dire che il film è anche suo vista la sua
condivisione del progetto. E' stato molto importante anche l'apporto
dei suoi figli Emiliano e Nicolás, che ci hanno dato il loro
punto di vista sulla situazione attuale, oltre a fornirci materiale
di forte impatto.
In che modo hanno contribuito?
Emiliano e Nicolás sono registi televisivi. Hanno realizzato
anche film di argomento sociale. In questo caso, sono gli interlocutori
di Alberto per la telefonata che dà inizio al film. Per loccasione
Emi e Nico si sono filmati mentre parlavano col padre. Hanno realizzato
anche riprese a Buenos Aires, mostrandoci scene di vita quotidiana,
che danno unidea della crisi attuale, intervistando i passanti.
Emiliano e Nicolás hanno anche filmato Candelario, fratello
di sangue di Alberto, nel Tucumán, a 4.000 metri daltezza.
Quali altri materiali entrano nel film?
In particolare filmati darchivio, sullintera storia
del dopoguerra argentino, immagini fotografiche e servizi televisivi
sullattualità. Le musiche originali sono composte dal
mio amico musicista Enrico Baldini e da me ed eseguite assieme a
mio figlio Giorgio. Un parallelo con la collaborazione, per il film,
tra Alberto e i suoi figli, nato spontaneamente.
Qual'è l'aspetto del lavoro che credi emerga con più
forza?
È un film sulla nostalgia e la sconfitta. Che porta in primo
piano un Paese, con la sua attualitàe la sua storia. Dovevo
affrontare la storia della repressione e della dittatura. La scomparsa
forzata è uno dei grandi momenti critici e paradigmatici,
un nodo della nostra storia. Un nodo che a me e, credo anche a molti
della mia generazione e formazione culturale provoca la stessa commozione
dellolocausto.
Che percorso ha avuto finora Uno? Che riscontri ha ricevuto?
Finora è stato proiettato al cinema d'Essai Ferroviario di
Udine nell'Ambito della rassegna "Mi Argentina querida"
dedicata a visioni dell'Argentina di qua e di là dal mare.
Partecipava anche Fernando Birri che ha molto apprezzato il film.
In seguito ci sono state altre proiezioni presso circoli culturali
locali. E' stato anche selezionato ai festival Anteprima
di Bellaria e Borderland di Bolzano.
Sono in pazienti e defatiganti trattative con la Rai regionale per
un passaggio televisivo, ma spero comunque in una più larga
diffusione. E qui tocchiamo un punto dolente che credo non riguardi
solo il mio caso, ma che sia comune a tutta una serie di lavori
di questo genere. Sarebbe bello riuscire a sviluppare una distribuzione
alternativa di cui mi sembra ci sia gran bisogno in un momento di
incalzante monopolizzazione dell'informazione.
A che progetto stai lavorando ora?
Sono appena tornato da un viaggio in Polonia, dove per incarico
del Centro Espressioni Cinematografiche di Udine (organizzatore
del Far East Festival) ho raccolto materiale in vista di un documentario
sulla cultura ebraica in Polonia prima della seconda guerra mondiale.
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UNO Memoria dArgentina
di Benedetto Parisi
Uno" è un film che porta lo spettatore
a visitare l'Argentina dei giorni nostri, e quella della memoria
di Alberto Di Giusto, il personaggio guida.
Nelle sue parole e nelle immagini di repertorio sono evocati
lampi di oltre sessant'anni di storia: dal peronismo, alla
sua caduta, con le repressioni e le lotte che ne seguirono,
dalla dittatura fino al golpe del '76, con il tragico capitolo
dei desaparecidos, fino alla storia contemporanea delle gravissime
crisi economiche. Su tutto aleggia il rimpianto per un cambiamento
che neanche una lotta dura e appassionata è riuscita
a produrre. Alla realizzazione hanno collaborato i figli di
Alberto, registi molto impegnati nel sociale, che vivono in
Argentina e che hanno filmato una serie di immagini idonee
a documentare la realtà attuale. Nato nel 1946 a Buenos
Aires, Alberto è un uomo che ha vissuto con passione
e impegno la stagione delle grandi lotte e delle grandi repressioni.
Nel 1989 è emigrato in Friuli, terra del padre, dove
vive ancora. Il titolo del film "Uno" è lo
stesso di un famoso tango argentino che parla di speranze,
ansie e delusioni.
Anno 2002, colore, DVCAM. Produzione: Aditi s.r.l., Udine
Con Alberto Di Giusto
Fotografia: Dorino Minigutti
Suono: Massimo Toniutti.
Riprese in Argentina: Emiliano e Nicolàs Di Giusto
Musica originale: Enrico Baldini, Giogio Parisi e Benedetto
Parisi.
Il tango Uno di Enrique Discepolo e Mariano Mores
è cantato da Julio Sosa
Materiale giornalistico tratto da: Canal 13 (Artear Argentina);
Telefe (ex canal 11); Azul tv (ex Canal 9); America 2; TN-Todos
Noticias (Artear Argentina); Cronica TV; Canal 26; Canal 7.
Foto tratte da Indymedia Argentina
Montaggio e Regia: Benedetto Parisi
Per contatti: benpa@katamail.com
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Recentemente si sono svolte in Argentina
le elezioni presidenziali, in un clima molto teso e con il ritorno
sulla scena politica dell'ex-presidente Menem, al quale va addebitata
gran parte della responsabilità della crisi economica e sociale
attuale. Alberto Di Giusto, a cavallo tra il primo e secondo turno
elettorale, commentava così la situazione del suo paese
Adesso sono arrivate le elezioni in Argentina. Si sono svolte il
27 Aprile e con una grande apatia da parte dalla popolazione. Diversi
candidati si sono presentati, ma significavano una continuità
del sistema. Niente cambiamenti in vista, neanche modesti. Nel primo
giro si è verificato il trionfo dell'oblio e la mancanza
di memoria: Menem, il principale causante della crisi strutturale
del Paese ha ottenuto più voti di tutti. Un 26% contro il
24.3% di Kirchner, un altro peronista sostenuto dall'attuale presidente
in carica Duhalde.
Ma Menem ha esaurito le sue risorse e nella seconda volta (ad effettuarsi
il 18 Maggio) non aggiungerà niente a quello che ha già
ottenuto, mentre Kirchner sommerà i voti di tutti gli altri
vincendo con ampia maggioranza. Da una parte significherà
la fine di un modo di far politica frivola e l'Argentina non sarà
più, dato il collasso recente, la vetrina privilegiata del
neoliberismo. Ma, da un'altra parte, dovrà assumere che si
è trasformata in un Paese qualsiasi dell'America Latina.
Se il nuovo governo riuscirà a far fronte all'attacco del
Fondo Monetario Internazionale ed a rinegoziare il debito estero,
potrà trovare le risorse necessarie per iniziare il cammino
della ricostruzione nazionale. Se invece cede davanti alle pressioni
internazionali che vogliono approfondire le misure daggiustamento
strutturale dell'economia, Argentina avrà un futuro di grande
povertà e depressione.
In definitiva, non ci saranno cambiamenti sostanziali per il 52%
della popolazione che è stata impoverita due anni fa. Né
per il 26% dei disoccupati che si illudono pensando all'apertura
di nuove fabbriche che approfitteranno del dollaro alto per esportare.
E molto probabile che entrino capitali finanziari dall'estero
per giocare nella roulette aperta con le alte tasse che pagano le
banche ai depositi a 30 giorni (16% annui) e continueranno a volare
fuori confini i risparmi interni.
Ci sono quattro tipi di posizioni politiche: il rivoluzionario,
lo sfruttatore, chi difende lo status quo e l'apatico, cioè
quello al quale non limporta niente lo stato od il futuro
degli altri. Credo che con la diserzione dei partecipanti alle assemblee
popolari e con la chiusura del movimento piquetero, la società
argentina mostra oggi una tendenza marcata a difendere lo status
quo e l'apatia totale. Purtroppo, non passerà molto tempo
per rendersi conto che delegare senza partecipare attivamente non
paga.
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