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MOZAMBICO
Dove va il cinerma

da un’idea di Elisabetta Antognoni e Nello Ferrieri
Regia:
Nello Ferrieri, Raffaele Rago
Montaggio:
Carlotta Cristiani
Soggetto:
Elisabetta Antognoni, Nello Ferrieri
Musiche:
Chico Antonio
Produzione esecutiva:
Penalva Cesar
Aiuto regia:
Andrea Magnani
Riprese:
Nicolò Buongiorno, Raffaele Rago, Luca Tassi
Anno:
2002, Italia
Durata:
82 minuti
Edizione:
italiano - inglese
Produzione:
Union Comunicazione e CMC
Distribuzione:
Union Comunicazione


Mozambico - dove va il cinema racconta l'esperienza di questo moderno gruppo di saltimbanchi che da Maputo a Pemba, lungo un percorso di 3.500 chilometri, ha attraversato il Mozambico proiettando film e… filmando. La narrazione si sviluppa su due piani intrecciati, il primo racconta l'esperienza e l'organizzazione del Cinemovel, l'arrivo e la permanenza nelle diverse località del circo del cinema; contestualmente allo svolgimento dei fatti, si sviluppa l'altro piano del racconto, lo sguardo passa ai bambini, alle donne, ai registi, agli artisti mozambicani, ai quali dà voce.

CINEMOVEL
Dove va il cinema itinerante

In Mozambico per portare il cinema, la magia del cinema, nei paesi e nei villaggi dove non c'è più o non c'è mai stato. Dal 7 agosto al 27 ottobre 2001, una carovana di cinema itinerante – composta da 2 camion, un pulmino e 2 jeep e da una troupe di 26 persone – attraversa il paese proiettando film mozambicani, europei e americani per adulti e per bambini. Per coloro che il cinema l'avevano dimenticato e per coloro che, nei villaggi e nelle "aldeias" più remote, forse non avevano mai avuto l'opportunità di vedere immagini in movimento proiettate sul grande schermo. Un’esperienza unica che, con 52 serate di proiezione per una media di 2/3 film a sera, ha visto coinvolte complessivamente più di 120.000 persone. Per tre mesi tutte le sere il cinemovel ha regalato ad una folla stupita immagini e sogni, ricreando nel cuore della campagna mozambicana l’incanto originario del cinema. E sulla scia di questo incanto il cinemovel ha portato avanti una campagna di lotta contro l'AIDS, affiancando alla proiezione dei film momenti di informazione e di prevenzione sui pericoli della malattia.
L’esperienza del cinemovel è stata raccontata in un sito, dove si può leggere un diario di bordo che illustra tappa dopo tappa il percorso del cinema itinerante, con un libro di fotografie pubblicato dalla CMC e attraverso la musica di Chico Antonio il musicista mozambicano che si è unito alla troupe durante il viaggio. Ma è stata raccontata anche nel documentario Mozambico dove va il cinema di Nello Ferrieri e Raffaele Rago che, di festival in festival e di rassegna in rassegna, continua a far vivere in giro per il mondo l’idea antica e mai dimenticata del cinema come momento di aggregazione e socialità.
di Sara Criscuolo

Intervista a Nello Ferrieri

Da dove nasce l’esperienza del Cinemovel?
L’idea è partita da un progetto iniziale di Elisabetta Antognoni e del sottoscritto, nato dall’unione di due passioni: quella per il continente africano e quella per il cinema, inteso soprattutto come momento di visione collettiva. Visitando il paese ci è capitato di andare al cinema e di come i film venivano proiettati. Abbiamo pensato che sarebbe stato bello regalare al pubblico che affollava quelle sale la possibilità di vedere il cinema nelle sue potenzialità massime, puntando soprattutto sulla tecnologia digitale. La scelta del Mozambico è nata per una serie di ragioni legate alla tradizione cinematografica e produttiva di questo paese, che dopo l’indipendenza del ‘75 dai portoghesi il paese si è trovato in un processo di rivoluzione guidato dal leader Samora Machel, il quale aveva individuato nel cinema uno strumento di comunicazione fondamentale per parlare al popolo mozambicano. Così ha preso vita il progetto del Cinemovel che ci ha portato nel 2001a percorrere 3500 km dal sud al nord del paese proiettando film nelle località più remote, dove difficilmente c’è occasione non solo di vedere film ma anche di avere contatti con altre realtà, con altri media.

Un’esperienza del genere era già stata fatta in precedenza in Mozambico..
Ci sono stati in passato i Kuxacanema, utilizzati durante i primi esperimenti di cinema politico che portò avanti il governo di Samora Machel. Erano dei camion attrezzati per proiezioni che percorrevano il paese portando i film nelle
grandi città. Si proiettavano soprattutto documentari, molti provenienti dall’Unione Sovietica, altri realizzati in loco che
fungevano anche da notiziari, un pò come il nostro cinegiornale Luce.

Per quel che riguarda invece il vostro cinema itinerante che tipo di film venivano proiettati?
La scelta dei film è stata la cosa più complicata, c’erano tre filoni sostanzialmente che volevamo seguire. Uno era quello del cinema delle origini perché il cinema muto permette di superare ogni tipo di barriera anche linguistica. E questo era un elemento da tenere bene in considerazione visto che stiamo parlando di un paese che è una vera e propria babele linguistica, dove esiste una matrice di lingue originarie più una lingua coloniale – il portoghese, che è diventata la lingua che unifica il paese – più le varie lingue internazionali. Il secondo filone a cui volevamo dare spazio era quello del cinema mozambicano, in genere produzioni di fiction o docu-fiction legate alle realtà locali e sociali del paese, che risultano difficilmente visibili al di fuori della capitale. E il terzo filone era infine quello del cinema internazionale, europeo e statunitense, con un’attenzione particolare al cinema per l’infanzia e all’animazione. In questo caso la scelta è caduta principalmente su copie doppiate in portoghese, perché i sottotitoli rappresentavano un problema dato che molte persone non erano in grado di leggere, anche se poi questa difficoltà veniva poi superata in altro modo durante le proiezioni formando dei capannelli attorno a chi sapeva leggere e leggeva poi anche per gli altri…

Considerando che si trattava di portare il cinema in zone in cui il cinema non c’era più da tempo o in cui non c’era mai stato, qual’era la reazione delle persone durante le proiezioni?
C’era innanzitutto uno stupore molto forte per la presenza di queste persone che arrivavano con questa “roba” strana. Poi di fronte alle immagini le risposte erano molto diverse, dallo stupore dei bambini ma anche delle persone anziane che non avevano mai avuto occasione di vedere un film, ad altri invece che andavano nella memoria per ritrovare tracce di visioni passate. C’era anche chi si interessava alla cosa ma limitatamente, e poi completava la serata chiacchierando o facendo quello che faceva normalmente tutte le sere. Quindi le reazioni sono state diverse, l’elemento comune era la festa, la partecipazione che scatenava la visione. Abbiamo fatto proiezioni con 5/6000 persone, e per chi si trovava dietro era quasi impossibile vedere l’immagine perché lo schermo non era enorme. ..
Questo elemento di partecipazione era ancora più forte quando sullo schermo del cinemovel scorrevano non le immagini del cinema ma i volti degli stessi abitanti dei villaggi, che si trovavano ad essere allo stesso tempo protagonisti e spettatori, in un gioco che del cinema ripropone tutta la purezza e la magia delle origini…
È un gioco che abbiamo ricercato attraverso due percorsi. Documentando durante il giorno, quando arrivavamo, la vita quotidiana di questi villaggi e montando velocemente il materiale che veniva poi proiettato la sera stessa. Oppure riprendendo le persone che stavano aspettando l’inizio della proiezione e mandando in diretta le immagini sullo schermo. Il fatto è che ci siamo chiesti quale interesse, quale utilità poteva avere portare il cinema nei villaggi, all’interno di un paese dove i problemi sono gravissimi - come in quasi tutto il continente africano del resto. L’incontro con le persone ce l’ha poi dimostrato, ci ha stimolato a dire che nonostante i problemi c’è però qualcosa che ci riguarda tutti, noi e voi, che è l’amore per il cinema, per l’arte, per la cultura in generale che non vogliamo dimenticare. Questo tipo di esperienza volevamo rimetterla in gioco sullo schermo, quindi non soltanto avere il pubblico come elemento passivo, ma rendere loro stessi partecipi di questo meccanismo.

Nel film si parla molto dello stato del cinema mozambicano, che rispetto al passato dorato riportato dalle interviste sembra essere alquanto degradato: qual è la situazione attuale del cinema in Mozambico?
La situazione è quella di una generazione di 40-50enni che ha visto un momento di grande entusiasmo, di grande attenzione del cinema da parte del governo subito dopo l’indipendenza, come raccontavo prima, un periodo che è durato dalla fine degli anni ‘70 fino alla morte del presidente nel 1986, anno che segna l’inizio del declino culturale del paese. Ed è un declino che si è protratto fino ad oggi, gli autori vengono molto limitati rispetto alla loro capacità di raccontare il paese facendone sostanzialmente autori per la tv, per qualche documentario, o di supporto alla produzione internazionale che sceglie il Mozambico per alcune location. E purtroppo dal punto di vista politico non arrivano segnali incoraggianti in questa direzione, ma non è un problema che riguarda solo il Mozambico, tranne il Sudafrica e alcuni paesi francofoni credo che l’Africa abbia un grosso problema di produzione generalizzato.

Da questo punto di vista un messaggio che mi sembra la vostra iniziativa lanci è che si può fare cinema anche con poche risorse: “anche con poco si riesce a fare qualcosa di molto concreto”, come dici tu stesso nel film...
Il digitale ha rappresentato senz’altro una grande opportunità per i registi mozambicani, permettendo di superare tutta quella fase di lavorazione che la pellicola richiede e che sarebbe difficile realizzare dato che mancano le strutture e le sale. D’altra parte era anche una provocazione, un messaggio che volevamo inviare a tutte le grandi agenzie internazionali. Bisognerebbe dare spazio e visibilità agli autori di questo continente, e un’operazione di investimento sulla formazione di professionalità penso sia una necessità di sviluppo oltre che culturale anche industriale ed economico. Potrebbe essere una grandissima occasione di occupazione per moltissimi giovani. Ormai l’industria delle spettacolo è una delle prime industrie al mondo, non si capisce perché non possa essere un’occasione anche per questi paesi, per avere un settore che oltre a rappresentarli culturalmente generi anche una ricchezza produttiva.

L’esperienza del cinema promuove un’idea di cinema inteso nella sua funzione sociale. Il vostro lavoro testimonia che il cinema può rappresentare un importante strumento di intervento sulla realtà, come viene dimostrato dalla campagna di informazione contro l’Aids, che avete sviluppato proprio a partire dalla capacità di comunicare e da quella forza aggregativa che sono specifiche del cinema…
Abbiamo scelto il discorso dell’Aids perché era una delle priorità per il paese, anche se non l’unica, perchè le persone difficilmente vengono raggiunte da quell’informazione basilare che potrebbe evitare il contagio della malattia. Purtroppo l’informazione viaggia ancora attraverso canali molto occidentali, attraverso depliant ad esempio, magari in inglese o in portoghese ma mai nella lingua locale, perlopiù in un paese in cui l’analfabetismo è al novanta per cento e la maggior parte delle persone non sa leggere, o attraverso spot televisivi laddove la televisione è un’eccezione per un’elite di persone che vivono nelle città principali e questo vuol dire parlare ad una percentuale bassissima della popolazione. Il cinema dava la possibilità, così come la danno le radio comunitarie, di arrivare più in profondità e di parlare un linguaggio comprensibile a tutti. Tutte le sere, prima della proiezione, c’era una persona che raccontava nella lingua locale quelli che sono i pericoli di questa malattia e che spiegava nello specifico i meccanismi di trasmissione. Non abbiamo mai visto, per esempio, nelle informazioni delle agenzie sanitarie descrivere che quando si va dallo stregone non bisogna usare tutti la stessa lametta, ma che ognuno si deve portare la propria lametta da casa. Però se non si fa quel discorso in quel posto non si riesce a raggiungere davvero la popolazione. Invece questo tipo di specificità ha fatto sì che la campagna abbia ottenuto grandissimi risultati, e tuttora la cooperazione italiana, insieme ad alcuni giovani che si sono formati durante la nostra esperienza, sta usando il cinema itinerante come momento di polarizzazione dell’attenzione per campagne che riguardano il colera, con lo specifico obiettivo di informare la popolazione sulle precauzioni che si possono prendere.

Nel film si parla anche del progetto di formare altre persone in Africa affinchè l’esperienza del Cinemovel continui. Alla fine siete poi riusciti in questo intento?
Ci siamo riusciti per metà, nel senso che poi terminata quest’esperienza volevamo impostare un lavoro strutturato, che vedesse la formazione di figure professionali, la creazione di microimprese, la costituzione di una realtà produttiva più concreta. Questo in realtà non si è ancora realizzato, però chi ha lavorato con noi si è portato a casa questa esperienza e la può spendere su altri progetti. È un risultato a metà, con un piccolo passo in più, con un piccolo investimento si potrebbe far diventare Maputo un punto di riferimento per tutta l’area, in cui formare piccole troupe, dotarle di tecnologie che tutto sommato hanno costi relativamente bassi, e farle diventare delle realtà imprenditoriali.

Quindi il Cinemovel continua, continuerà? Avete in cantiere altri progetti di questo tipo?
Abbiamo intenzione di portare questa esperienza in altri paesi africani, stiamo prendendo contatti con amici – perché questa esperienza si basa molto sul volontariato naturalmente – che lavorano in altri paesi e che considerano questo strumento anche nella sua funzione sociale, come momento di trasmissione di conoscenze e di confronto. Poi abbiamo scoperto in realtà che ci sono altre esperienze diverse come realizzazione, ma molto simili nello spirito, con le quali stiamo entrando un po’ in contatto. E poi c’è un progetto che riguarda l’India, ma è ancora in fase di preparazione. Però anche in questo caso con le caratteristiche dell’esperienza in Mozambico legato a dei progetti di carattere sanitario.
Un’ultima domanda: a te personalmente cosa ha lasciato questa esperienza?
La conferma dell’interesse per questo paese. Come diceva Kapucinski “l’Africa non esiste”, perchè composta da una varietà di realtà diversissime tra loro. Il percorso che abbiamo fatto è stato anche un viaggio nel tempo, perchè si passa da una dimensione molto moderna in cui funzionano i cellulari, è possibile comunicare con tutto il mondo – noi aggiornavamo il sito quasi quotidianamente allacciandoci alle linee telefoniche che trovavamo in giro - ad una dimensione quasi primitiva, totalmente al di fuori del nostro modo di vivere. La sensazione più forte che rimane, al di là dell’esperienza del cinemovel, è la dimensione del viaggio, della conoscenza di fatti e cose che non pensavo esistessero.
 

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