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Fahrenheit 9/11
L'altra America di Michael Moore

Fahrenheit 9/11 è un’accesa denuncia a come è stato condottodall’Amministrazione Bush il prima e dopo 11 settembre 2001. Ma nel film non c’è solo questo, perché Michael Moore si scaglia contro tutte le menzogne raccontate dal Presidente americano sulla sua vittoria alle elezioni, sulle armi di Saddam Hussein, sulla guerra in Iraq e sull’esagerato allarme terrorismo. Queste pagine recenti di storia americana vengono spiegate con un documentario che riporta immagini censurate dalle tv statunitensi, come quelle girate in Iraq, da un gruppetto di operatori e giornalisti free lance con le interviste ai soldati americani e i detenuti iracheni, mescolate ad altre immagini che mostrano Bush in situazioni davvero imbarazzanti per tutta la Nazione. Michael Moore in Fahrenheit 9/11 alterna un tono umoristico, spesso esilarante a momenti di vera tristezza o disperazione, come quello con la madre di un soldato ucciso in guerra. Negli Stati Uniti il film di Moore è uscito con il divieto ai minori di 17 anni, dopo le note defezioni della Disney e la ricerca di un nuovo distributore. Ma è prevedibile che dopo l’ingente successo mondiale di Bowling for Colombine, anche questo suo nuovo film verrà visto da molta gente in tutto il globo.
di Barbara Sorrentini
Come sono state realizzate le scene tra i soldati, i detenuti e la gente in Iraq?
Ci sono diversi freelance con i quali ho lavorato, persone a cui ho potuto chiedere di andare in Iraq, altre invece che abbiamo scoperto direttamente lì. Alcuni di questi erano “embedded”, altri no. Le immagini dei detenuti iracheni che si trovano nel film sono state girate da un operatore “embedded” con le truppe.

E’ arrivata notizia anche in Italia delle difficoltà incontrate durante la produzione e la distribuzione di questo film. Quali sono stati i motivi, secondo lei la Casa Bianca si è messa in mezzo per ostacolare il suo lavoro?
Avevamo un’intesa con la Icon, la casa di produzione di Mel Gibson, che avrebbe dovuto finanziare completamente il film. Si trattava di un accordo già firmato.
Avevamo appena iniziato a girare il film, quando un giorno ricevetti una telefonata dal mio agente che mi diceva di essere stato a sua volta chiamato da una persona che aveva a che fare con la Icon. Questa persona ci chiese di rompere l’accordo che avevamo siglato perché aveva ricevuto pressioni da alti esponenti del partito repubblicano. In pratica i repubblicani volevano far sapere a Gibson che non sarebbe stato più ricevuto alla Casa Bianca se avesse finanziato il film. Improvvisamente, alcune settimane più tardi, il contratto con la Icon fu stracciato. Fortunatamente, subito dopo, subentrò la Miramax e così potemmo girare il film.

Quindi Mel Gibson sarebbe stato minacciato…
Ma come si fa a credere che alla Icon non interessava questo film? Abbiamo trattato per tre mesi, i soldi ce li avevano già dati! Come potevano dire di non essere più interessati? Non so se capite cosa sto dicendo? Voglio dire che noi stavamo facendo il film per la Icon, non che avevamo proposto alla Icon un’idea. Il film lo stavamo già girando, non eravamo in una fase preliminare dei contatti. Cosa è successo? E’ successo che improvvisamente ci hanno detto che non avrebbero più sostenuto il progetto. Se fossi stato un giornalista, avrei voluto sapere il perché all’improvviso quelli della Icon non erano più interessati al mio film. Invece ho ricevuto una risposta generica. Forse anche la Icon è vittima di questa vicenda. Loro sono stati costretti ad abbandonare il progetto. La Icon è stata il distributore di Bowling for Columbine in Australia e Nuova Zelanda dove ha guadagnato un sacco di soldi. Per questa ragione vennero da noi a chiederci: “Quale sarà il prossimo film di Michael Moore”? Io gli raccontai il soggetto e loro mi risposero: “Meraviglioso!!”. Così avvocati, agenti della Icon iniziarono a trattare con noi. Ad un certo punto chiesi: ma il boss della vostra casa di distribuzione non è Mel Gibson, lui sa cosa state facendo? Mi dissero che non c’erano problemi, perché tanto Gibson era in Italia a girare un film su “un certo Gesù”. Così l’accordo fu fatto. Iniziammo a girare il film e poi improvvisamente tutto saltò.

Aveva già un’idea precisa di quello che sarebbe stato il risultato finale di Fahrenheit 9/11 mentre ci stava lavorando, qual’era l’obiettivo principale?
Quando ho cominciato a girare questo film, così come mi succede tutte le volte che inizio a girare un film, mi sono detto di voler fare qualcosa di piacevole da vedere, ad esempio un venerdì sera andando al cinema. Penso sempre a come poter fare qualcosa che sia godibile, di intrattenimento, che invogli la gente a portare al cinema il proprio fidanzato, la propria moglie o marito, a mangiare pop corn e ridere, magari anche piangere; insomma qualcosa che faccia pensare quando poi si torna a casa e che faccia parlare di sé la sera stessa, il giorno dopo o una settimana dopo.
Queste sono sempre state le mie motivazioni primarie, le stesse che ci sono anche dietro questo film. Ho voluto dire qualcosa sull’epoca che stiamo vivendo, quella del dopo 11 settembre in America, su come ci siamo arrivati, su cosa ci è successo in quanto popolo americano. L’ho voluto fare anche divertendomi, perché penso che sia importante ridere durante tempi come questi. Ecco perché questo film, come altri miei precedenti, ha al suo interno una certa componente di umorismo. In quest’ultimo caso, però, io ho dovuto fare ben poco per renderlo umoristico, perché le parti più divertenti sono quelle “scritte” dallo stesso Bush. Per questo mi sono chiesto: “cosa farò quando George Bush mi chiederà i diritti d’autore?”.
Non so se questo film influenzerà le elezioni, mi basta invece che influenzi le persone che uscendo dal cinema possano diventare dei buoni cittadini, qualunque cosa significhi. Lascio agli altri pensare quale sarà l’impatto di questo film sulle elezioni.
Certo, me lo auguro visto che il film uscirà in America la prossima estate e io non vorrei mai far uscire un film di Natale nel mese di maggio, così come non faremo uscire questo film nel prossimo gennaio, dopo le elezioni.

Che reazioni si aspetta dal pubblico, soprattutto da quello statunitense?
Credo che la cosa più sconvolgente di questo film per gli americani è che vedranno cose che non hanno mai visto prima. Ci sono anche cose che vengono rivelate da questo film, di cui gli americani non sanno nulla. Gli americani impareranno cose che non sapevano, vedranno cose mai viste. Il film inizia con i documenti relativi al periodo della ferma militare di George Bush. Se volete ve li posso mostrare quei documenti, posso darvi una copia dei documenti che mostrano il fallimento di Bush… ad ogni livello. Nessuno aveva mai sentito - prima di questo film - i soldati americani al fronte parlare con un senso così forte di delusione, disperazione per ciò che sta succedendo. Si tratta di parole coraggiose dette di fronte alla cinepresa, parole che non si sono mai sentite la sera al telegiornale. Nessuno in America ha mai visto le sofferenze che questa guerra sta provocando a coloro che sono rimasti colpiti, paralizzati, alle loro famiglie. Quante volte gli americani hanno sentito le voci di queste persone? Credo che per gli americani che vedranno questo film, ogni suo passo sarà una rivelazione su come questa grande bugia è stata perpetrata contro di loro. Una cosa buona degli americani è che una volta che riescono ad avere le informazioni, reagiscono coerentemente, si fanno sentire. La cosa più difficile è fare arrivare le informazioni agli americani. I freelance con cui ho lavorato sono stati capaci di scovare queste immagini in Iraq con poche risorse. La domanda che ci dobbiamo porre è: perché queste immagini non si sono mai viste prima, nonostante la presenza di così tante televisioni in Iraq che spendono milioni di dollari? In questi giorni voi avete visto le immagini di alcuni detenuti iracheni, anzi non le immagini ma soltanto degli scatti di fotografie. Non avete visto nulla, invece, di ciò che succede fuori dalle carceri irachene. Perché? Tutto ciò è disonesto!!
Questo film, invece, è stato capace – con l’aiuto di freelance – di portare queste immagini agli americani.
Agli americani non piace che gli si nascondano le cose. Credo che questo film sarà come togliere il velo ad un mistero, come scovare i bugiardi. La gente capirà realmente cosa sta succedendo, rimarrà scioccata e risponderà di conseguenza.

Nei paesi europei che hanno appoggiato la guerra in Iraq condividendo la politica di Bush, la gente ha fatto sentire la propria voce per opporsi ai propri governi, prima in piazza e poi al voto. Che cosa pensa dei Blair, dei Berlusconi e degli Aznar di casa nostra? Per esempio Blair viene anche citato nel suo film.
Tony Blair è stato rappresentato in modo leggero, perché sono americano e ciò che mi interessa mettere di più a fuoco è il problema rappresentato dalla Casa Bianca e non tanto da ciò che succede al numero 10 di Downing Street. Devo aggiungere, però, che ciò che mi deprime di più di Tony Blair è che lui è una persona che sa, è intelligente. Mi chiedo sempre che cosa ci fa insieme ad una persona come George Bush, non ho mai capito il perché… E’ la coppia più strana che abbia mai visto… Vi ricordate la prima volta che Blair è venuto da Bush negli Stati Uniti, a Camp David, a farsi una dormitina… la mattina dopo Bush e Blair erano lì pronti per la conferenza stampa, entrambi dietro i rispettivi podi. Ad un certo punto, mentre Blair stava per cominciare a parlare, Bush si è sporto verso il microfono di Blair, mostrando i denti, per dire: “io e lui usiamo lo stesso dentifricio”. A Blair è venuto fuori un sorriso imbarazzato.

Che cosa pensa delle torture in Iraq, delle decapitazioni degli ostaggi, come il suo connazionale Nicholas Berg. E’ giusto secondo lei mostrare queste foto e immagini di questi fatti?
Penso che gli americani devono vedere che cosa viene fatto con i loro soldi. Quanto a Nicholas Berg è davvero tragico e triste ciò che è successo. Sono turbato per come il governo americano lo ha dipinto. Penso che più avanti su Nicholas Berg e tutti gli altri, si saprà molto di più. Infine credo che sarò tra coloro che metteranno tutto ciò in prima linea.

Per l’uscita cinematografica del film, che sarà scaglionata in tutto il mondo, riadatterà il film alle ultime notizie che arriveranno?
La Miramax ci ha dato i soldi e la possibilità, se necessario, di aggiornare il film prima che esca negli Stati Uniti. Per ora si tratta di un film finito, completato. In ogni caso sarò in grado – nelle prossime sei settimane, prima che esca – di fare dei cambiamenti, se lo riterrò necessario e se accadrà qualcosa che richiederà di farlo.

Come spiega il fatto che i suoi documentari portano la gente al cinema a vedere un genere cinematografico, il documentario appunto, poco distribuito e poco frequentato dal pubblico?
Come sapete i miei film non sono proiettati nei grandi cinema, ma in sale di fortuna, nei centri commerciali. Ho avuto una grande fortuna perché così ho raggiunto un audience più ampia rispetto a quella che in genere raggiungono i film documentari.
Bowling for Columbine è stato un caso particolare, il 70% della gente che l’ha visto non aveva mai guardato un documentario in vita sua. Adesso invece raggiungo un pubblico di persone che vanno normalmente al cinema. Non ho dubbi che con questo film si possa raggiunge un pubblico attraverso tutta l’america. Anche la Miramax ne è convinta.
I commenti di Bush sulle sevizie dei soldati americani: questo è un altro esempio di come Bush non sostenga le truppe americane. George W. Bush disprezza le nostre truppe, disprezza i nostri giovani che si sono offerti di servire e difendere il nostro paese, che danno la loro vita per una guerra basata sulle menzogne. E’ lui contro i nostri soldati che sono stati messi in una condizione miserevole per riempire le tasche dei suoi amici e dei suoi benefattori. Bush è la persona che più di altre in America è contro le nostre truppe. E quando Bush dice dei nostri soldati che “mancano di carattere” dovrebbe sapere che la “mancanza di carattere” comincia con lui, con Dick Cheney e Donand Rumsfeld.
Qualunque cosa accada in Iraq, in termini di abusi ai prigionieri e di ciò che avete visto nel mio film, bisogna tener presente che comportamenti immorali generano soltanto altrettanti comportamenti immorali. Tutto ciò è iniziato con la decisione di mandare in Iraq le nostre truppe sulla base di una menzogna. Poiché questa decisione è stata immorale non bisogna sorprendersi se poi prendono il sopravvento comportamenti immorali. Questa non è una missione nobile: non si tratta di difendere il nostro paese, di liberare delle popolazioni, di prevenire un olocausto. E’ disgustoso che queste motivazioni siano state sollevate per giustificare la guerra. Tutto ciò che possiamo dire oggi è che loro sono rimasti intrappolati. Se ricordate ciò che accadde in Vietnam, ci vollero anni perché fossero rivelate le menzogne. In questo caso ci sono voluti solo pochi mesi. Per questo sono ottimista: riusciremo a trovare una via d’uscita.

Riuscirà a far distribuire il suo film prima delle elezioni? E secondo lei è possibile che la visione di Fahrenheit 9/11 sposterà qualche voto verso il candidato democratico Kerry?
Questo film sarà visto negli Stati Uniti prima delle elezioni. Non ho nessuna paura al riguardo. Per ora non abbiamo distributori di questo film, ma presto ne avremo uno. Sono fiducioso che la Miramax riuscirà a far vedere questo film a tutti gli americani. Questo film è il seguito di un’idea che ho avuto con Bowling for Columbine. In quell’occasione ho voluto parlare della cultura della paura e delle sue forme di manifestazione a livello personale. Ho voluto raccontare quando le persone sono manipolate da informazioni sbagliate, da immagini televisive basate sulle paure razziali. In quel film ho parlato delle paure che assalgono i singoli individui. Nel film di oggi invece parlo di paura di massa, di un’isteria di massa che chi è al potere cerca di creare spesso. Lo fanno in parte per distrarre la popolazione dalle questioni reali che dovrebbero essere affrontate; in parte perché la loro agenda è inefficace. L’amministrazione Bush non aveva alcun altro modo per giustificare la guerra in Iraq che far nascere il timore negli americani che Saddam Hussein avesse qualcosa a che fare con l’11 settembre. Ci sono riusciti. Come sapete, i sondaggi hanno mostrato che il 70% della popolazione credeva che ci fosse un legame tra Saddam Hussein e Al Qaeda. Con il mio film ho voluto mostrare l’altra faccia di questo show, ovvero le manipolazioni con le quali hanno voluto farci credere che potevamo essere attaccati da questo o quello. E’ quello che ha fatto lo stesso Saddam Hussein, facendo credere alla sua popolazione che il paese era sotto attacco. Lui ha convinto i suoi che il nemico era ovunque e così la gente ha accettato di rinunciare alla propria libertà al fine di essere protetta. E questo è quello che hanno fatto da noi negli ultimi due anni e mezzo. Vorrei che gli americani sapessero come sono stati manipolati e di cosa dovrebbero avere realmente paura. Cari americani, dovete cominciare ad avere il controllo di voi stessi. Il mondo oggi è pericoloso? Ma lo è sempre stato, pericoloso!! Prendere precauzioni per renderlo il più sicuro possibile, va bene. Ma, quando i terroristi vogliono negare la nostra libertà, non rischiamo di fare il loro mestiere quando preventivamente noi stessi ci togliamo la libertà? Qual è la ragione di tutto questo? Per me non ce n’è proprio. Quindi, spero che questo film abbia un certo impatto sulla gente. Mi rendo conto che questo film fa anche ridere, perché una volta che prendi le distanze da queste manipolazioni ti rendi conto che tutto sembra così ridicolo.

L’11 marzo 2004 Madrid ha subito un atto terroristico che molti hanno paragonato al vostro 11 settembre. Lei cosa ne pensa e che cosa ha provato in quel momento?
La gente di tutto il mondo è triste per coloro che hanno perso la loro vita a Madrid. Abbiamo bisogno di sviluppare metodi più intelligenti per combattere il terrorismo. Sono felice che la Spagna sia passata dalla “coalizione dei volenterosi” a quella dei “negligenti”. CI sono anche altri paesi, come il Canada e la Francia, che stanno cercando di dire agli stati uniti che questa guerra è stata sbagliata. Tedeschi e francesi sono amici, tra i migliori amici. Dobbiamo mostrare gratitudine nei confronti di un paese – come la Francia – che ha avuto relazioni speciali con noi negli ultimi 200 anni. Non dobbiamo ridicolizzarli, perché ci hanno aiutato a mostrarci la verità. Non dobbiamo fare cose che si rivelano poi imbarazzanti.

Ma secondo lei gli americani hanno creduto a tutte le menzogne del Presidente Bush? Cioè, è necessario un film come Fahrenheit 9/11 per risvegliare le coscienze e far aprire gli occhi?
Credo che la maggior parte degli americani oggi credano al fatto che in Iraq non c’erano armi di distruzione di massa. La maggior parte degli americani ritiene che i fatti siano stati manipolati per creare il bisogno e la giustificazione della guerra.
Cosicché non ho ritenuto che tutto ciò avesse bisogno di grandi attenzioni. Con i miei film in genere io vado dove la gente non è ancora stata, su cose che la gente non ha ancora pensato. Non vado a rafforzare pensieri già esistenti perché altrimenti tutto diventa noioso. Ecco perché ho dedicato molto del mio tempo all’Iraq.
Bisogna sempre partire dal popolo, comunque. Non puoi portare la democrazia in punta delle baionette. Non funziona mai in questo modo. Ci sono diversi modi per portare la libertà: lo puoi fare attraverso la rivoluzione (come abbiamo fatto noi e i francesi), lo puoi fare con il boicottaggio e la denuncia internazionale (come accaduto in Sudafrica); lo puoi fare attraverso la non violenza (come Gandhi) oppure come hanno fatto i canadesi: aspettandola. Ci sono dunque numerosi modi per raggiungere la liberazione di un popolo, ma la guerra non è un modo, non funziona. In Iraq non ci sono state rivolte, non ci sono state masse di iracheni che sostenevano gli americani, che chiedevano loro di venirli a liberare. Se questo non c’è, non si può iniziare prescindendo da ciò. Invece noi lo abbiamo fatto: senza pensarci troppo, senza pianificare e ora il caos è totale. Recentemente ho ricevuto delle mail che dicono: “sono un repubblicano, ma non rivoterò per Bush”. Quello che ha fatto Bush: ha offeso la maggior parte degli americani: dalla sinistra ai repubblicani moderati.

Che cosa avrebbe fatto se lei fosse stato alla Casa Bianca l’11 settembre 2001?
Cosa avrei fatto se fossi stato io il presidente l’11 settembre? La domanda più giusta è: cosa avrei fatto il 10 settembre, il 10 agosto, il 10 luglio… Se veramente vuoi proteggere il tuo popolo, la prima cosa da fare – se sei il comandante supremo – è prestare attenzione alle cose da fare. Ad esempio: dovresti fare almeno un incontro con il tuo capo dell’antiterrorismo, forse due, nei primi 8 mesi di presidenza. Dopo l’11 settembre avrei tirato giù le persone responsabili di aver ucciso 3 mila persone e le avrei portate davanti ad un giudice. Tutto ciò non è accaduto. Come ha detto Richard Clarke, si trattava di una specie di gioco: bisognava mettere più poliziotti a Manhattan che truppe in Afghanistan a cercare Bin Laden. Ecco la domanda che i giornalisti devono porre: perché le forze speciali americane sono state tenute fuori due mesi prima di entrare nell’area dove c’era Bin Laden. Perché non c’è stato un tentativo concreto di catturarlo? Cosa sta succedendo? Queste domande devono essere fatte. Spero che alcuni di quelli che vedranno il mio film cominceranno a porre queste domande.
(Traduzione di Raffaele Liguori)

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