Altrocinema









-> www.thecorporation.tv

The Corporation

Inchieste scomode censurate dalla Fox, agghiaccianti connessioni tra IBM e i campi di concentramento nazisti, privatizzazione delle risorse naturali dei paesi del terzo mondo, brevetti sui farmaci, lavoratori sfruttati e il clamoroso scandalo Enron. Queste sono alcune delle nefandezze perpetrate dalle grandi corporation americane e passate in rassegna nel film-documentario "The Corporation". I registi sono tre e uno di questi è Joel Bakan, anche autore del libro "The Corporation - La patologica ricerca del profitto e del potere". Joel Bakan insegna Diritto all’University British of Columbia e con il suo lavoro ha cercato di raccontare l’evoluzione storica delle grandi società corporative americane per capire come sono arrivate a detenere un potere così grande, spesso appoggiato anche dai governi. In particolare da quello dei Bush.
Altrocinema ha incontrato Joel Bakan a Milano.
di Barbara Sorrentini
Quando hai cominciato a scrivere il libro e come è stato il lavoro di adattamento con i registi Mark Achbar e Jennifer Abbott?
Non c’è stato un adattamento dal testo allo schermo, perché è stato un progetto un po’ insolito che si è svolto con un lavoro parallelo. Io sono partito dall’idea del libro e poi ho incontrato il cineasta Mark Achbar che mi ha proposto di fare questo film, ma il libro non era ancora stato realizzato del tutto e quindi le due lavorazioni sono procedute in parallelo ed è per questo che le interviste sono state realizzate sia per il film che per il libro. Ma non c’è mai stato un adattamento del testo allo schermo.

Ma alla base di questi due lavori paralleli c’è evidentemente un’idea molto forte e soprattutto molto chiara nel messaggio. Qual è stato l’obiettivo del vostro lavoro?
Lo scopo per cui ho scritto il libro è stato quello di rivelare la vera natura delle corporation, perché quello di cui la gente ha consapevolezza sono gli effetti delle corporation nel mondo o la loro politica di pubbliche relazioni, ma quello di cui c’è una scarsa conoscenza e incomprensione è sulla natura istituzionale di queste società. Il nostro è un film che esprime un punto di vista molto forte e quello a cui auspico è che la gente uscendo dal cinema dica “noi possiamo fare qualche cosa”. Spero che questo film riesca a far capire alla gente che le corporation sono in realtà una creazione dei nostri governi, quindi indirettamente di noi stessi. Sono nate come istituzioni che noi abbiamo creato e che adesso forse possiamo ricreare o modificare. Così, come allora le avevamo istituite oggi potremo tornare a controllarle. Il mio desiderio è stato quello di sensibilizzare e responsabilizzare il pubblico informandolo e spingendolo a fare qualcosa. Che cosa, poi starà alla propria soggettività ma lo scopo era quello di attivare le persone, recuperando quel senso che stiamo perdendo, cioè il senso di essere cittadini prima che consumatori o lavoratori.
Quello che sta succedendo oggi è una conformazione sempre più frequente al modello americano, anche per le corporation europee. Infatti il libro e il film partono da un’analisi di questa istituzione su un modello anglo-americano di corporation che ha come unico obiettivo della sua costituzione quello di creare il profitto e il benessere degli azionisti. Mentre il modello di corporation europeo è stato storicamente molto diverso: innanzitutto perché gli azionisti non sono stati i principali beneficiari, quindi le corporation europee avevano un senso di responsabilità anche nei confronti della comunità, dei propri lavoratori, dell’ambiente.
Quello che purtroppo sta accadendo negli ultimi anni è che sempre più spesso il capitale di investimento nelle corporation europee è stato intenso e quindi c’è una tendenza sempre più crescente a conformarsi al modello di corporation americano che ha come scopo beneficiario il profitto e la tutela degli azionisti. E questo si traduce anche nelle politiche dell’Unione Europea che sta istituendo delle commissioni che hanno lo scopo di arrivare a formulare una legislazione che spinga sempre di più ad adottare questo modello anglo-americano.

Ma esiste un modo per ostacolare il potere sempre crescente delle corporation? E’ possibile una politica con una legislazione adeguata per ridimensionare la loro grandezza? E il voto dei cittadini si può esprimere anche in questo senso?
Sia nel libro che nel film cerco di essere pragmatico e non utopista, penso che eliminare le corporation sarebbe estremamente utopistico e non sarebbe utile, né democratico. Quindi l’invito è quello di esplorare la possibilità di creare delle altre forme di business o di impresa che si basino su dei tipi di associazione e su logiche molto diverse. Per esempio qui in Italia l’istituzione delle cooperative ha una lunga storia ed è un esempio di come si potrebbe organizzare il business in un altro modo, se non fosse che anche qui in Italia le cooperative sono sotto una crescente pressione, proprio perché la logica e i principi che regolano le corporation tendono a prevalere. Comunque quello che si può fare e che un governo dovrebbe fare in termini pratici è esplorare delle nuove forme di impresa e cercare di cambiare la natura delle corporation recuperando il modello corporativo delle corporation europee di una volta. Poi un’amministrazione che si rispetti dovrebbe cercare di recuperare il controllo democratico sulle istituzioni. Dovrebbe proteggere il sistema di regolamentazione pubblico, quindi: tutta la sfera dell’assistenza sanitaria e l’assistenza pubblica, che negli Stati Uniti è andata persa e che tuttora esiste in Canada e in tanti paesi europei. Quindi mantenere, sviluppare rafforzare un atteggiamento da parte delle istituzioni che abbia a cuore l’interesse pubblico, l’ambiente, la salvaguardia del posto di lavoro, la tutela dei cittadini e dei consumatori. E questo dovrebbe comprendere più livelli come l’emittenza televisiva e radiofonica, gli ospedali, le scuole. Sono tutte istituzioni in cui gli interessi commerciali non dovrebbero entrare. Ma siccome oggi la tendenza è quella di eliminare tutte queste tutele e protezioni, che le nostre nazioni hanno costruito, attraverso le varie manovre di deregulation e di privatizzazione di tutto quello che è l’aspetto sociale noi dobbiamo assolutamente opporci e lottare contro questo tentativo di smantellamento. Bisogna cercare di lavorare per far sì che si crei un sistema di regolamentazione pubblica efficace che riporti un senso al concetto di cittadini e che questi tornino ad avere una vera partecipazione democratica nelle strutture dei nostri paesi. Anche perché diversamente l’alternativa fa paura.
Nel libro e nel film ho fatto intravedere una serie di possibilità, tutte pragmatiche e non radicali, solo realistiche sia per quello verso cui può portarci il futuro sia per quello che si può fare. Esempi come quello anti-globalizzazione, con quello che è successo a Seattle o a Genova , hanno avuto un ruolo fondamentale, sono stati molto importanti nel risvegliare le coscienze.
Purtroppo all’interno di questo movimento c’è una corrente pericolosa che in realtà si rifiuta di collaborare con il governo e con le istituzioni. E per quanto io sia consapevole del fatto che sia l’uno che l’altra siano spesso corrotti, non credo che valga la pena di abbandonare il tentativo di interagire e di usarle come punto di partenza per costruire con loro qualche cosa di diverso.

Nel libro e nel film la corporation americana viene analizzata come fosse una singola persona affetta da una patologia molto grave, che tipo di sguardo è stato utilizzato per arrivare alla conclusione che si tratta di un soggetto psicopatico?
Per quanto riguarda la corporation è qualcosa che ha a che vedere con chi la dirige e con chi la gestisce, quindi con i manager ad alto livello, perché al livello dell’operaio non è così facilmente riscontrabile. Questi capi sono quotidianamente chiamati a prendere delle decisioni che sono per logica antitetiche al concetto di umanità. Ci sono molti esempi sia nel libro che nel film, come lo sfruttamento degli operai minorenni, piuttosto che la decisione di distruggere l’ambiente a seconda degli interventi che devono fare. Queste sono decisioni che vengono prese facilissimamente da parte degli amministratori delegati o dai quadri; se poi a queste stesse persone venisse chiesto nel momento in cui svestono i panni del loro ruolo aziendale se ritengono che sia bene lo sfruttamento minorile del lavoro o la rovina dell’ambiente, ovviamente rispondono che non sono cose positive. Per cui si trovano in questo stato di dissonanza cognitiva. Io, per esempio, vivendo in Canada gioco ad hockey e sono anche l’allenatore di mio figlio e quando gioco una partita in campo faccio delle cose terribili: picchio la gente, la prendo a pugni, tiro i calci e il peggio che mi può capitare è ricevere una penalità e di dover stare seduto sul ghiaccio per 3 o 5 minuti. Se facessi queste stesse cose nella mia vita quotidiana di tutti i giorni probabilmente rischierei 3 o 5 anni di galera. E’ come se tutte le regole morali che noi abbiamo cambiassero in certe circostanze. E i manager, i dirigenti e gli amministratori delle corporation sono persone normali, che hanno comunque il loro aspetto di bene e similmente al giocatore di hockey ad un certo momento arrivano ad agire in modo totalmente contrario rispetto al loro ordine di regole morali. Per capire il motivo per cui lo facciano, non basterebbe neanche un’immensa conoscenza dello spirito umano, anche perché i contesti in cui questo avviene sono tanti.

Come spieghi il proliferare negli Stati Uniti di documentari che hanno l’obiettivo di spiegare come vanno certi aspetti della politica e della società? Credi che Michael Moore abbia fatto da esempio, soprattutto per quanto riguarda la diffusione di questi lavori anche all’estero?
Sicuramente Michael Moore è stato molto importante, perché è quello che ha trovato al cinema la maniera di fare film di argomento sociale e politico in una forma di intrattenimento umoristico ed è stato geniale nell’inventare questa forma all’interno del documentario. Ma non dimentichiamo che c’è una tradizione di intrattenimento che abbia come sfondo la critica politica e sociale, specialmente teatrale basti pensare all’Agit Prop Theatre degli anni ’20 o ’30. In effetti c’è stato un cambiamento che ha permesso la realizzazione di film come quello di Michael Moore, di The Corporation o Super Size Me, un cambiamento che ha anche creato un mercato per questo tipo di film. Questa mutazione la si deve agli appassionati di cinema che si sono resi conto e hanno acquistato consapevolezza che il mondo sta vivendo problemi molto gravi, di cui tutti noi abbiamo le prove quotidianamente, ma da parte delle news e dei mass media non abbiamo né alcun aiuto o tentativo di comprenderne. Una spiegazione la si deve al fatto che le televisioni dipendono dagli introiti pubblicitari e questi introiti dipendono dalle corporation, così il pubblico sceglie di andare a capire i motivi per cui il mondo non va, percependo che le multinazionali e le corporation hanno a che vedere con questi grandi problemi che il mondo si trova ad affrontare per cui la gente è più disposta a sentire l’analisi e la prospettiva che io, Michael Moore e altri possiamo presentare, anche non trovandoci d’accordo. Però viene presentata loro un’argomentazione e una tesi in una forma di intrattenimento che consente alla gente di imparare qualcosa di più.

Però la forma del documentario esiste da quando è nato il cinema, eppure è diventato “di moda” soltanto in questi ultimi anni. Non solo per fare film politici, ma più in generale per raccontare il mondo e gli aspetti più reconditi della nostra storia. Voi con “The Corporation” a che tipo di filone vi siete avvicinati di più?
Credo che ci sia anche una terza tendenza, un terzo approccio che è quello del Cinéma Veritè, del documentario. Sicuramente “The Corporation” non è né Cinéma Veritè né ha lo stile di Michael Moore, forse come tipo di approccio il nostro è più simile a quello di Erroll Morris. Io credo che l’unicità di Michael Moore sia quello di aver creato un personaggio, perché lui diventa il narratore, mentre “The Corporation” non ha un personaggio. Quando si è trattato di decidere che tipo di forma dare al film inizialmente avevamo pensato che io avrei fatto la voce narrante, poi abbiamo deciso di non avere nessun tipo di linea guida e personaggio e lasciare che gli argomenti e le cose parlassero da sé. Sicuramente il nostro è un documentario più simile a “The Fog of War” o a “Noam Chomsky and the media”, anche se nel nostro caso non si trattava di un argomento ma di un concetto. Una sfida, per altro, molto difficile perché non hai più un personaggio da seguire per tutto il film. Comunque per quanto questo film si diverso anche da Erroll Morris, si tratta di un approccio più tradizionale.

Strumenti
Archivio articoli
Forum

Blog
Links

Mailing list
.
Nome:
Email: 
Iscrivimi   
Cancellami

Ricerca:






AltreTV
Telestreet
NoWar TV
Iride TV
Atlantide TV
Global TV
Emi.li TV
Oasi TV