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Storia di una mancanza

Da: “Storia di una mancanza - Simboli e miti dell'adolescenza nel cinema
di François Truffaut”.
di Barbara Sorrentini (1996)
Da alcuni cenni biografici relativi agli anni giovanili di Truffaut veniamo a conoscenza di episodi che hanno determinato profondamente le scelte artistiche del regista, invitandoci ad individuare nella forma espressiva del linguaggio cinematografico una funzione salvifica e restauratrice di affetti.
C'è una scena ne I 400 colpi in cui il protagonista Antoine Doinel esce da un cinema insieme ai genitori ed è visibilmente felice. E' questo l'unico momento del film in cui lo si può vedere scherzare e ridere con loro. Analizzando questa sequenza dopo aver conosciuto il rapporto negativo che nel film il protagonista ha con i genitori e tenendo ovviamente presente che la maggior parte degli episodi di questa narrazione sono autobiografici, l'azione riparatrice svolta dalla sala cinematografica emerge nella sua interezza. Infatti in alcune interviste Truffaut ha raccontato che quando era bambino passava pomeriggi interi nei cinema a vedere e a rivedere i film e inoltre ammetteva che il cinema gli ha insegnato a vivere. In pratica lo scarso interesse che i genitori mostravano nei suoi confronti veniva sostituito dalle lezioni di vita che il giovane François trovava nei suoi film preferiti tanto da tramutare con gli anni la passione cinematografica in attività principale, passando dall'osservazione alla realizzazione. In termini psicoanalitici il cinema lo ha aiutato ad elaborare il lutto, cioè a recuperare dentro di sè l'oggetto d'amore perduto che, in questo caso, è rintracciabile soprattutto nella madre.
Ritornando alla scena di prima si può dire quindi di assistere ad un recupero degli affetti originari che avviene proprio nel contenitore cinematografo. Si potrebbe perciò parlare di una rinascita attraverso la visione del mondo proposta dalla proiezione del film sullo schermo la cui luce, che rappresenta il canale d'uscita del parto, si contrappone al buio del contenitore uterino simbolizzato dalla sala. In questa condizione è individuabile un’azione salvifica, proprio perchè viene proposta un'alternativa simbolica ad una mancanza subìta a livello strutturale dal soggetto.
Anche ne Il ragazzo selvaggio, assistiamo a qualcosa di simile. In questo film Truffaut interpreta il ruolo del Dott. Itard, che nella storia autentica del selvaggio dell'Aveyron prende in adozione il ragazzo per tentare di educarlo: quindi in tutto il film il regista svolge un ruolo paterno che gli permette di portare a compimento il suo ruolo di figlio.
Un'altra volta il suo dolore infantile si è tramutato in opera d'arte e il suo lavoro ha avuto una funzione catartica che gli ha permesso di far riemergere le esperienze penose della sua vita e tramutarle in un fatto artistico. Da un punto di vista psicoanalitico fornariano Truffaut ha compiuto un passaggio dall'assenza alla rappresentazione simile a quello che l'oblio compie per ritramutarsi in ricordo, per poter esorcizzare un incubo attraverso la comprensione del suo significato.
In questo film è anche interessante vedere come il cinema viene trattato dallo stesso regista a livello simbolico. Infatti molte scene sono state riprese attraverso la cornice di una porta o di una finestra, o riflesse in uno specchio così da mostrare la situazione chiusa in un quadro all'interno dell'inquadratura in un doppio valore del cinema nel cinema. Infatti così facendo il regista ha creato l'immagine simbolicamente rendendola tanto preziosa da essere circoscritta in un doppio contenitore, come se fosse una madre che protegge il proprio figlio. Così anche l'utilizzo del bianco e nero o le chiusure di scena in dissolvenza fondu a nero, che sono l'omaggio ad un cinema d'epoca, ricordano i chiaroscuri uterini.
Nel terzo film analizzato, Gli anni in tasca, molte scene si svolgono al cinema; in una di queste per esempio tutti i protagonisti del film si incontrano nella sala cinematografica. In un'altra invece vediamo come due ragazzini si ingegnano per entrare senza pagare il biglietto e in un'altra ancora assistiamo alla nascita dei primi amori. Persino in un'intervista al regista leggiamo che il cinema era un posto in cui si sentiva al sicuro mentre spesso nella vita, invece, si sentiva a disagio. Con questo esempio intendo dire che il cinema vissuto così intensamente rappresentava per Truffaut un feticcio.
A proposito di feticismo Metz nel saggio “Cinema e psicoanalisi” (1977) ha spiegato che il feticismo al cinema ha la funzione di restaurare quell'oggetto buono che la tremenda scoperta della mancanza minaccia nella sua bontà; e per Truffaut questa mancanza si identifica con quella materna, sia da un punto di vista simbolico per cui la sicurezza e l'oscurità della sala cinematografica che ricordano l'utero materno riportano al trauma della nascita, sia quello reale di una madre poco presente che lo trascura. Inoltre il film permette una sospensione della realtà simile a quella che avviene nel sogno, permette cioè, di vivere delle situazioni fantastiche attraverso l'identificazione.
Nelle tre storie che ho analizzato appare molto chiaramente l'importanza che Truffaut assegna alla madre, una figura di cui ha sentito una profonda mancanza e di cui è in una continua ricerca simbolica in tutti e tre i film. E per capire come il regista ha colmato questa mancanza dobbiamo proprio risalire alla considerazione del valore che per lui ha avuto il cinema.
L'adolescenza rappresentata da Truffaut è travagliata e segnata da una precoce cognizione del dolore causato da sofferenze e umiliazioni. Attraverso le numerose
notizie biografiche sappiamo che la sua non è stata positiva, caratterizzata com'era da incomprensioni e frustrazioni e soprattutto dalla mancanza di figure affettive ed esemplari quali quella materna e quella paterna. Ma non è solo la sua biografia utile a
queste considerazioni, in quanto i suoi film parlano da soli. Prendiamo I 400 colpi, il film più autobiografico dei tre esaminati, è la narrazione delle peripezie quotidiane di un ragazzino trascurato dai genitori che a causa degli insuccessi scolastici fugge da casa per imparare a cavarsela da solo andando incontro ad una serie di guai nei quali si trova completamente abbandonato di fronte alla sua solitudine finendo, addirittura, rinchiuso in un riformatorio. Nel film vediamo che l'adolescenza possiede una connotazione molto dura e rappresenta un momento difficile da superare che infligge una rottura di tipo psicologico. La quantità di frustrazioni subite dall'ambiente educativo rischiano di aumentare il distacco con la realtà. Antoine Doinel, che è il protagonista del film, è in un continuo scontro con le dure prove della realtà circostante che maturano l'individuo ponendolo di fronte ad una serie di problemi e difficoltà. Il ragazzo invece reagisce ribellandosi, marinando la scuola e scappando di casa, perchè non ha nessun punto di riferimento che lo aiuti a comprendere e a maturare il cambiamento. L'emancipazione di Antoine sembra poter avvenire soltanto tramite dei riti iniziatici che si esprimono attraverso la trasgressione e l'avventura piuttosto che attraverso l'adesione alle regole sociali condivise.
E l'avventura è una situazione particolare che deve essere superata con coraggio mettendo alla prova se stessi per riconfermare le proprie certezze e i propri punti di forza. Antoine, così come è accaduto al regista, si sta arrangiando da solo nel processo di individuazione ricorrendo alla fuga e all'allontanamento dalla famiglia che si è dimostrata incapace di rispondere a questo bisogno. Alla fine infatti, Antoine otterrà un risarcimento simbolico, scappa dal riformatorio e per prima cosa va a vedere il mare che non aveva mai visto. Il film si chiude su un primo piano di Antoine e il suo sguardo è quello di un ragazzo pronto a costruirsi una vita perchè stanco del dolore e dei soprusi subiti: ora è un ragazzo nuovo risvegliatosi da un incubo.
Ricapitolando quindi si può dire che per François Truffaut nei primi anni d'infanzia la sala cinematografica è stata un contenitore pari a quello materno nel quale andava a rifugiarsi come nel grembo di una madre; poi il cinema è diventato per lui una fabbrica di modelli da prendere come esempio rappresentando, come la figura paterna, un modello al quale ispirarsi. In seguito Truffaut ha attraversato un periodo di stacco, quasi di rifiuto per il cinema e di passione, invece, per i libri che rappresentavano una novità, degli oggetti esterni al nucleo familiare da investire affettivamente come i componenti del gruppo dei pari. Infine avviene per Truffaut il grande ricongiungimento con il cinema, sia come spettatore, ma soprattuto come creatore, tanto da diventare lui stesso genitore di una sua famiglia.
L'evoluzione dell'uomo Truffaut, grazie all'azione terapeutica del cinema, rappresenta un esempio valido per tutti coloro che sono passati attraverso un'esperienza traumatica simile alla sua. Generalmente chi ha subito nei primi anni di vita delle privazioni tende a scaricare il proprio malessere su altre persone oppure sviluppa comportamenti ribelli e distruttivi nei confronti dell'ambiente. L'aspetto educativo dell'opera di Truffaut consiste proprio nella sua diretta partecipazione alle problematiche psicologiche dell'infanzia, indicando contemporaneamente una possibile via d'uscita.
Vorrei concludere con una sua frase che ritroviamo spesso nei film da lui diretti: "Se uno ha avuto un'infanzia difficile non deve farla pagare agli altri ".


NOTE
1. Fornari in diversi scritti ha ricordato che il nucleo centrale della vocazione artistica è legato al reagire alla perdita dell'oggetto d'amore. Inoltre sempre Fornari diceva che il mondo artistico inteso come mondo di finzione nel quale gli oggetti vivono perchè creati dall'artista, è in grado di ricostruire l'oggetto perduto attraverso l'onnipotenza creativa e permette di passare dalla realtà naturale della perdita al processo di simbolizzazione.
Invece Freud al proposito teorizzava che solo nell'arte è possibile per l'uomo realizzare qualcosa di simile ad un soddisfacimento e grazie all'illusione artistica evocare reazioni affettive come se fossero realtà. Curiosamente infatti paragonava l'artista ad un mago.
2. Ho analizzato l'immagine cinematografica servendomi dell'analisi coinemica teorizzata da F. Fornari nei termini di analisi del linguaggio basato sulla semiosi affettiva. Secondo Fornari è infatti possibile analizzare qualsiasi tipo di linguaggio, quindi anche quello cinematografico.
Da alcune scene manifeste, tratte dai film che ho preso in esame, e anche con l'aiuto delle utili notizie biografiche dell'autore, ho cercato di fare luce su quel testo nascosto ed inespresso a livello inconscio che si annida all'interno di alcuni simboli, invece più evidenti, che fungono da contenitori affettivi.

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1 F. Fornari, I fondamenti di una teoria psicoanalitica del linguaggio 1979.
2 F. Fornari, Coinema e icona 1979.
3 F. Fornari, Psicoanaisi e ricerca letteraria 1974.
4 C. Metz, Cinema e Psicoanalisi 1977.

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